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Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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Home Liturgia Prediche del Don 23.5.2008. Funerale di Marco P.

23.5.2008. Funerale di Marco P.

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23.5.2008. Funerale di Marco P.
Preghiere dei fedeli
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Venerdì 23 maggio 2008

S. Fiorenzo - VII tempo ord. (A) – III
Funerale di Marco Pallini
Letture:
Giobbe 19, 23–27
Sal 115: «Starò alla presenza del Signore
nella terra dei viventi.»
Giovanni 14, 1–6

Chiesa di Mandriolo. Funerale di Marco Pallini, ore 15.30.

« Vorrei che le parole di Giobbe e di Gesù, che abbiamo letto nelle letture di questa Santa Messa, Rita, Cristiano e Chiara le accogliessero come dalla bocca di Marco, per loro.

Cominciamo dal Vangelo, che riporta un breve tratto della conversazione di Gesù con gli Apostoli dopo l’ultima cena. Gesù, nell’ultima cena, ha confidato agli Apostoli che quella notte sarebbe stato preso,

Il caro Marco in uno dei tanti momenti di serenità (“Mandriolo in festa 2007”, con gli amici) Il caro Marco in uno dei tanti momenti di serenità (“Mandriolo in festa 2007”, con gli amici)
processato, torturato, crocifisso. E, la cosa più grave, che uno di loro l’avrebbe tradito. Quindi si leggeva, sulle loro facce, nei loro occhi, la tristezza e l’angoscia. Gesù li rassicura e li consola, nonostante sarebbe più Lui ad avere bisogno del conforto e della loro amicizia.
Dice: – Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti, se no ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado voi conoscete la via.

Tommaso, che è sempre quello che ha i piedi a terra, vuole vederci chiaro, vuole toccare con mano, dice: – Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?
Alla osservazione di Tommaso, molto terra–terra, Gesù svetta con una di quelle frasi, tutte divine, che ogni tanto troviamo, specie nel Vangelo di Giovanni. La sua frase “Io sono la via, la verità e la vita” esce dai limiti delle piccole garanzie e delle brevi proporzioni umane. Gesù dice, praticamente, ancora una volta, che non è la Terra il luogo del Dio fatto uomo, e neppure per gli uomini fatti divini, in Dio, per opera sua (di Gesù).

Gesù risponde a Tommaso non con argomenti umani, quindi, ma con l’appello alla fede, autodefinendosi la via, la verità e la vita. “Abbiate fede anche in me”, aveva detto.
E se anche la frase è divina, vi faccio notare che il linguaggio adottato è estremamente concreto, dice le cose come stanno. Bisogna pensare come Lui per possedere la verità sull’uomo, sulla vita, sul dolore, sulla morte; bisogna avere la sua grazia per essere vivi; bisogna camminare nell’obbedienza alla sua volontà per andare nel regno.

Un altro esempio di fede limpida e luminosa ce lo dà Giobbe, tanto più importante, ammirevole, perché siamo ancora nel Vecchio Testamento: non era ancora venuto Cristo. Giobbe era uno che ha perso i suoi quattordici figli perché la casa è caduta sopra di loro mentre facevano una rimpatriata; era ricchissimo, ha perso tutte le sue ricchezze; ha perso perfino la salute. Sdraiato su una stuoia, vicino a un letamaio, la sua carne stava andando in cancrena. Questa è la situazione in cui si trova Giobbe. Non per nulla è rimasto proverbiale come esempio di pazienza.

In questa situazione e da questa prostrazione eleva a Dio quelle parole: “Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero”, ma, appunto, da famigliare.
E noi chiediamo: – Ma come farai, Giobbe, a vedere Dio con i tuoi occhi che si stanno sfaldando? Anche il cervello si sfalderà e il corpo andrà in polvere. Se vengono a meno tutti questi mezzi, come può esserci una vita ultraterrena?

Noi crediamo. Crediamo sulla parola di Cristo che la nostra vita continua al di là della morte corporale; che il nostro spirito continua a vivere. Lo dice Gesù in un altro guizzo di verità che ha quando si trova nella casa di Marta, Maria e Lazzaro, e sta per risuscitare Lazzaro. Dice: “Io sono la resurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se è morto, vivrà”. Quindi è morto, è vivo nello stesso tempo: morto in un senso, la morte corporale, ma vivo, nel suo spirito. Fino a tanto che questo eone non sarà finito, e il tempo attuale sarà finito, e allora ci sarà anche la resurrezione del corpo.

Anche la famiglia Pallini, nella sua tomba di famiglia, ha fatto scrivere quella frase del prefazio dei morti: “Vita mutatur, non tollitur” (la vita è trasformata, non viene tolta).

Marco è stato tra noi come uomo di grande fede. Una fede devota e convinta. Devota, dal latino “devovère”, cioè “darsi completamente”, “consacrarsi” quasi. Lo si vedeva dalla intensità con cui pregava in chiesa. E convinta. Marco, vi confiderò, è venuto alcune volte da me a chiedere, diciamo, con una parola grossa, una spiegazione teologica dei dogmi e della morale cristiana. Voleva vederci chiaro. Ma era un uomo di grande fede.
Marco era anche un uomo che sapeva ridere di se stesso, e questo faceva onore alla sua intelligenza. Era un carattere forte, sicché, individuata qual era la soluzione di un problema, la perseguiva senza tentennamenti e con tutte le forze.

Ma ciò che, personalmente almeno, mi piaceva in Marco era il suo carattere solare, sincero, estroverso, amante della compagnia. Capace di mordere e di offendere, anche, con dei nomacci, i suoi interlocutori (e da questi contraccambiato cordialmente). Quello, quindi, era un modo per farci passare un’ora distesa e gioiosa.

Lavoratore indefesso, appena prima di cadere in uno stato di semi–incoscienza, da cui non si sarebbe rialzato, ha messo in ordine il suo giardino. Si è risvegliato nel giardino di Dio, perché “paràdeisos”, in greco, significa proprio “giardino”. E se, quando ci troviamo in un giardino o un parco ben tenuto, noi ci sentiamo così bene che i nostri occhi sono estasiati e ci prende un senso di freschezza e di distensione… cosa sarà mai il giardino di Dio? Possiamo solo lontanamente immaginarlo.
In un giardino avvenne il peccato originale; in un giardino la sepoltura e resurrezione di Cristo, che diede inizio alla nuova vita in Cristo; in un giardino la vita eterna dei Salvati da Cristo, dei Figli di Dio.

Sapete cosa pensavo io? Chissà che il Padre eterno non abbia assunto Marco come giardiniere…?
Comunque, giardiniere o no, una cosa è certa, cari Rita, Cristiano e Chiara: che il vostro Marco vi attende – senza fretta – là, nel giardino di Dio: in paradiso.
Così sia.

Sia lodato Gesù Cristo. »



 

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