Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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14.3.2010

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Domenica 14 marzo 2010

IV Quaresima (C) – IV
S. Matilde
Letture:
Gs 5,9a.10-12
Salmo 33:
«Il Signore è vicino a chi lo cerca.»
2Cor 5,17-21
Lc 15,1-3.11-32

Chiesa di Mandriolo. Messa parrocchiale, ore 10.30.

« Quella che abbiamo letto è una parabola meravigliosa, caratterizzante il Vangelo di Cristo. Ci sono musicisti, pittori, psicologi... molti che hanno in qualche modo espresso... il loro favore, la loro stima per questa parabola così bella, così ricca di dettagli, che ci fa vedere proprio cos’è il peccato e cos’è la misericordia di Dio. Dico cos’è la misericordia di Dio perché questa parabola normalmente è chiamata la parabola del figliol prodigo, ma più propriamente bisognerebbe dire la parabola del “padre” prodigo, oppure del padre misericordioso. Perché tanta è la misericordia di Dio.

Bartolome Esteban Murillo: Ritorno figliol prodigo (la misericordia di Dio) Bartolome Esteban Murillo: Ritorno figliol prodigo (la misericordia di Dio)

E la racconta per chi? ... Per i farisei e gli scribi. Non è che è una parabola che Lui ha detto in primis per i peccatori, ma l’ha detta per i farisei e gli scribi. Nel capitolo antecedente a questo, Luca ci ha detto che Gesù è andato a pranzo da un fariseo. Quindi andava da tutti, andava dai farisei, andava dai peccatori, dai pubblicani, tutti. Poi... finché è andato dai farisei andava bene, ma quando, nel capitolo seguente di questa parabola, va dai peccatori e dai pubblicani o addirittura li chiama a casa sua (“costui accoglie i peccatori e mangia con loro”)... perciò va oltre a ogni limite, non è possibile che venga da Dio uno che è contento di stare con dei peccatori...

Gesù vuole, con questa parabola, insegnarci che Dio è amore, che Dio è misericordia. Per tutti, per tutte le sue creature: i buoni e i cattivi, i santi e i briganti: tutti. Indubbiamente è una delle migliori parabole del Vangelo. A me piace molto anche quella del buon samaritano, ma questa per cantare la misericordia di Dio è eccezionale.

Dice di un uomo – come avete sentito – che è interpellato dal figlio minore (ha due figli) perché questi è stanco di stare in casa col padre. Forse è un padre un po’ autoritario, aveva l’impressione, facendo tutti quei lavori in campagna che doveva fare, di essere sempre alle dipendenze del papà come un servo, e questo gli scocciava parecchio. Ecco perché chiede che gli sia data la sua eredità. Ma qual è la sua eredità? ... Dice il Siracide “solo alla sua morte assegnerai l’eredità”. Prima della morte di colui che possiede qualcosa, nessuno può dire “dammi quel che mi spetta”. Invece il figlio minore, impertinente, dice: – Dammi quello che mi spetta.

Il padre ubbidisce, fa quello il figlio gli ha detto; non dice una parola, divide le sue sostanze fra i due figli che aveva. E il figlio minore se ne andò tutto contento, perché ormai era veramente libero: libero di fare quello che credeva, libero di divertirsi, libero... anche di fare del male, se necessario, e... assapora, diciamo, questa libertà che si identifica con la licenziosità. Non vuole sapere altro, non vuole sapere se ha dei doveri: a lui interessa avere dei diritti e averli accontentati, questi cosiddetti diritti.

Senonché Gesù, molto intelligentemente, fa vedere che a un certo punto le cose di questo mondo sono finite, non ci danno più quell’entusiasmo... che ci danno al principio: quando uno comincia un’esperienza, anche cattiva, crede di aver trovato la felicità, la via della felicità, poi si accorge che è tutto miseria sopra miseria, che è tutta sporcizia sopra sporcizia. Questa è la realtà, questa è la realtà nostra qui su questa terra. Siamo destinati a un fine, a uno scopo che è angelico, per non dire divino, di possedere Dio, questa è la nostra eredità vera, però ci divertiamo delle volte con il fango di questa terra.

E allora, come fa il Signore Gesù a dire che era stanco? ... Dice che è venuta una carestia. Quando ha finito di spendere i suoi soldi – che indubbiamente pagava anche per gli amici, quando si trovavano a bere alcolici, a fare esperienze sessuali perverse, eccetera, si trovava con loro e pagava lui – poi quando ha finito di pagare, ha finito la scorta dei soldi, nessuno poi lo chiama a casa sua, e... c’è una grande carestia nel paese. Quindi si vede costretto ad andare a lavorare per raggruzzolare perlomeno due soldi da comprarsi un pane, da comprarsi qualcosa. Avrebbe addirittura invidiato ai porci che mangiavano le carrube; avrebbe voluto anche lui mangiare quello, ma non glielo permettono, il padrone non glielo permette. Ecco, constata la sua nullità, il suo nulla, perché realmente fuori della casa del padre ha conosciuto qualche momento di piacere, diciamo, di licenziosità, ma ha conosciuto soprattutto la delusione, l’umiliazione, la miseria.

E allora nasce nel figlio il desiderio di ritornare alla casa del padre. Non si può dire che sia un vero pentimento il suo, o perlomeno non è un dolore perfetto il suo: se voi badate, non accenna minimamente al dolore che ha procurato a suo padre, a volere espiare davanti a lui la disobbedienza grave o l’impertinenza, la superbia di quello che aveva detto prima, quando esigeva che il papà gli desse la sua parte di eredità.
Lì c’è un versetto, il versetto 20 di questo capitolo 15 del vangelo di Luca, in cui, con alcuni verbi, Gesù – o San Luca (non so chi è stato che li ha tirati fuori) – dice chiaramente quello che è il peccato per Dio, cioè cessa completamente la ragione dell’intelletto e comincia a dominare il cuore. È il cuore, d’altra parte, che si esprime così.

“Quando era ancora lontano suo padre lo vide”, ecco il primo verbo. Io mi son sempre immaginato, fin da quando ero fanciullo e raccontavano questa parabola, di vedere il padre sopra la terrazza di casa, tutte le sere, tutti i giorni, là a guardare se tornava suo figlio... perché dove è il tuo tesoro è lì il tuo cuore, e il suo tesoro era il figlio; la sua preoccupazione era il figlio che stava perdendo se stesso, soprattutto; e il suo cuore di padre pensava che sarebbe ritornato. Ed eccolo là sul terrazzo, che guarda... e lo vede da lontano, riconosce, dall’andatura, da qualcosa, che è suo figlio che torna. L’amore, la misericordia, ci fa essere molto attenti verso coloro che peccano.

Secondo verbo: “Ebbe compassione”. Ebbe compassione, una compassione viscerale, ve l’ho detto l’altra volta, è un verbo greco che dice l’amore viscerale della mamma verso il figlio che porta in grembo, una cosa che può provare solo lei. Però, per Iddio è usato questo verbo [...] dodici volte, e si riferisce sempre all’amore di Dio o all’amore di Gesù, non ad altro amore. Ebbe compassione: gli si commossero le viscere, tanto voleva bene al suo figlio.

“Gli corse incontro”. Io pensato a me stesso, ho detto: non riuscirei io a corrergli incontro, non riesco... per niente; ma suo padre, certamente, il padre del figliol prodigo, certamente era più giovane, però... è pericoloso mettersi a correre quando si anziani, eh...? Perché uno può cadere, rompersi qualcosa... Ma l’amore ci fa correre: gli corse incontro.

Quarto verbo: “Gli si gettò al collo e lo baciò”. Cioè, non è semplicemente un abbraccio, un bacino casto sulla guancia, in segno di amicizia... di accettazione, da parte di tutti quelli che si baciano con quello che è baciato. Quel verbo lì noi lo troviamo solo un’altra volta, negli Atti degli apostoli, quando San Paolo fa chiamare a Milèto – era sul mare, sul Mar Egeo – i vescovi e i presbiteri della Chiesa di Efeso, dove egli è stato per tre anni a predicare... e però ha dovuto fare le valige e andare via svelto perché gli adoratori di Artemide erano in lotta con lui, nel senso che faceva perdere il guadagno di tutte quelle statuine della dea, o del suo tempio, con i quali gli artigiani e commercianti di Efeso facevano soldi. E allora deve scappare e non presentarsi mai più perché il governatore romano lo avrebbe messo in prigione. Però San Paolo, prima di andare verso la Siria e poi Gerusalemme, fa chiamare i vescovi e i presbiteri (dico i vescovi e i presbiteri perché non c’era ancora una distinzione precisa tra vescovo e presbitero, come abbiamo noi adesso, insomma), comunque li fa chiamare, vuole salutarli. È un saluto che esprime ad un tempo la grande fede e il grande affetto che Paolo aveva per quelle persone e per la comunità di Efeso. E dice, nel testo degli Atti degli apostoli: – “Detto questo, si inginocchiò – San Paolo – con tutti loro e pregò. Tutti scoppiarono in un gran pianto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto e lo accompagnarono fino alla nave”.
Ecco, questi presbiteri, questi rappresentanti della Chiesa di Efeso... saltano al collo, non è abbracciare, salta sul collo: gli si gettò sul collo e lo baciò. È uno spingere a sé, lo baciò e lo ribaciò, sarebbe il testo greco. È un’effusione grande di affetto che dice, appunto, che parla il cuore, qua. E Dio, per noi peccatori, è pieno di questo grande affetto.

Non gli permetterà il padre di dire le sue espressioni di pentimento, di ravvedimento... non gli permette di finire questo. Quando dice: “Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio...” egli si rivolge ai servitori e dice: “Presto, portate qui la veste lunga – la tunica lunga, quella della festa – ammazzate il vitello grasso, portate l’anello, i sandali, si faccia festa, perché questo mio figlio era perduto e l’ho ritrovato, era morto ed ora è vivo”. Ecco il cuore del papà che è contento solo del bene dei suoi figli. Pensiamoci, eh?

Noi, tante volte, anche noi quando chiediamo perdono, pensiamo più ai danni che porta a noi, alla miseria nostra, che non alla sofferenza di Dio, che non alla sofferenza di Gesù, che sulla croce, pur soffrendo molto, trova il coraggio di dire: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. E noi tante volte siamo così, però non dobbiamo permettere più che facciamo delle cose da addolorare il nostro papà celeste, da essere causa, ancora una volta, della morte di Cristo in croce. Noi dovremmo, invece, imparare da Dio ad avere questa larghezza di cuore, questa bontà, per cui non tiene conto di quello che ha dato, di quello che ha ricevuto, perché sa benissimo che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Poi c’è la seconda parte della parabola, su cui io non intervengo perché mi sembra che abbiamo passato il tempo che mi è concesso, che però – vi faccio notare – la prima parte è più bella nel senso che insegna la misericordia con delle pennellate stupende; la seconda parte, che sembra più arida, è però la più importante, ai fini dell’annuncio della parabola, perché... Perché diceva quella parabola lì, Gesù? ... Dice, quel testo, per loro. Chi sono questi “loro”? ... Sono i farisei e gli scribi, sono loro; sono loro che hanno criticato Gesù perché è andato in casa di un peccatore; sono loro che hanno criticato Gesù perché è in compagnia spesso dei peccatori, e con loro mangia, beve, si diverte... A costoro, per costoro dice la parabola.

Ecco, allora, che la figura del figlio maggiore, che assomiglia molto ai farisei, cioè è ligio, ha sempre osservato quello che il padre gli ha detto, non gli ha mai dato un dispiacere, non ha mai ricevuto niente, ... non interessa: lui è sempre fedele, è irreprensibile. Sono quelle persone che aspettano dalla propria integrità morale il premio della vita eterna. Mentre non c’è nessuno tanto santo da meritare il paradiso: è sempre un dono della misericordia di Dio.

Sia lodato Gesù Cristo. »



 

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