di Andrea Zambrano
Il primo ricordo che ho di don Nasi è un "non ricordo". Il giorno del mio battesimo io ero con lui e lui con me, ma io non ho la assoluta percezione di quel momento se non attraverso una fotografia dove sono troppo piccolo per riconoscermi.
Però di quel "non ricordo" io tutti i giorni faccio memoria nel senso pieno del termine perché la mia vita di fede è partita da Dio attraverso di lui. Al sacerdote che ti fa entrare nella comunità dei credenti bisognerebbe riservare lo spazio che di solito si riserva agli angeli custodi. Perché don Nasi con me c’è stato sempre, a partire da quel giorno e per tutti gli altri fino a quando una settimana fa l’ho raggiunto nel suo doloroso letto di sofferenza e lui mi ha chiesto di me e di mia moglie. Don Nasi, il Don, per differenziarlo dal fratello sacerdote che chiamavamo il Din, ha rappresentato per Mandriolo e i Mandriolesi un vero padre nella fede. Ironico, dolce, profondo, attento ai suoi parrocchiani di cui si sentiva servitore e di cui conosceva debolezze e desideri. Piangeva di noi e con noi in tutte le circostanze: matrimoni o funerali che fossero. Le sue omelie erano una biblio pauperum, teologia sminuzzata con semplicità. Pesanti, sospettavamo allora. Profetiche, ortodosse e chiare, riconosco oggi.
Per spiegare il significato della messa e la sua relazione con la croce sapeva passare (come codificò don Giussani) dall’implicito concreto all’esplicito astratto così: «Normalmente per spiegare questo io ricorro all’esempio dell’acquedotto, cioè c’è una fonte, supponiamo per noi qui la gabellina, sotto il passo del Cerreto, che butta fuori un grande getto d’acqua. Lì è la fonte, poi, attraverso chilometri e chilometri di tubi, quest’acqua arriva nelle case; e noi dobbiamo aprire i rubinetti, però, per avere l’acqua, ecco. Allora il Calvario sta alla fonte della gabellina come l’Eucaristia sta ai rubinetti di casa nostra: porta a noi gli effetti, la grazia meritata da Cristo sulla croce, per tutti.».Mi ha spinto con fiducia a intraprendere questa professione così rischiosa e ricca nei rapporti umani, ha plasmato il desiderio di noi giovani permettendoci di scoprire il teatro e di praticarlo con serietà ed entusiasmo. Il gruppo teatrale di Mandriolo in pista da 44 anni nasce dal sacrificio di due grandi educatori, Arrigo Vezzani e Giorgio Grisendi, diversi nello stile, ma uniti nella consapevolezza catartica delteatro. Però dietro quel progetto, nascostamente, c’era lui: il Don. Nell’ultima intervista che gli feci, ormai più di dieci anni fa mise al centro della sua vita e della sua giornata la messa. «E’ il primo pensiero al mio risveglioi e l’ultimo prima di addormentarmi». Sembrerà riduttivo oggi, e forse scandaloso, impegnati come siamo a cercare le motivazioni della nostra fede sempre in un qualche cosa d’altro che sia pastoralmente o spiritualmente innovativo o allettante. Eppure grazie a don Nasi, primariamente grazie a don Nasi, a chi mi chiede dove è cresciuta la mia fede rispondo: «A messa, con lui». A Dio Don, padre ed educatore nella fede.
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