2001. Monte Rosa

Attività - Gite, escursioni
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Passare dai 32 m.s.l di Correggio ai 4600 m.s.l della capanna Margherita sul monte Rosa in 36 ore è un consiglio che certamente non trovi sui manuali di montagna e nemmeno nel buon senso di tanta gente. Ma per evitare figuracce ci alleniamo sui sentieri delle dolomiti affrontando gradualmente dislivelli sempre maggiori.

Poi una sera di luglio in mansarda a casa di Gianni, tutti i siti meteo assicurano finalmente un fine settimana con cielo terso, e fresco: situazione ideale per salire lassù e riuscire a documentare quei momenti. La data è fissata e due sono le cose importanti da fare nei giorni successivi: lo zaino e tranquillizzare qualcuno in famiglia.

Sabato mattina sulla macchina di Gianni, il nonno, ci siamo io, Andrea e Stefano, il cognato del nonno. Da Ginetto sport, il nostro negozio di fiducia, completiamo l'attrezzatura necessaria e poi via verso la Val d’Aosta.

Il cielo è talmente limpido che pochi chilometri dopo Parma già appare all’orizzonte il ghiacciaio del monte Rosa. Ma arrivati ad Alagna Valsesia, ai piedi del ghiacciaio, subito ci rendiamo conto che troppi alpinisti aspettavano quel week-end di bel tempo per salire sul Rosa; l’ufficio delle guide è già chiuso e al bar dove si ritrovano ci informano che sono già tutte impegnate. L’entusiasmo precipita di colpo e vista l’ora (13.30) proviamo a tamponare lo sconforto con la tavola. Ci infiliamo nel primo ristorate che incontriamo e alla signora che ci accoglie confidiamo la nostra situazione, alla quale non sembra disinteressata; poi, una volta ordinato, ci lascia con aria sorniona e misteriosa. Dopo qualche minuto eccola tornare con i piatti e inspiegabilmente una rubrica e un telefono col quale rintraccia un suo lontano parente e lo invita a passare dal ristorante con urgenza. I nostri sguardi si incrociano ma non riusciamo a trarre una conclusione da tutto ciò.

Mentre prendiamo il caffè compare alla porta un signore molto atletico ed abbronzato che con gli occhi sembra cercare proprio noi: lui, volontario del soccorso alpino, ci avrebbe accompagnato alla capanna Margherita. Entusiasmo di nuovo alle stelle e conto del ristorante mai pagato così volentieri. Come non dare ragione a Bursi quando dice: “la tevla la giosta tot” (Cervinia, dicembre 2003)?

L’appuntamento è alla partenza degli impianti. Prima una seggiovia poi una funivia ci portano a Punta Indren, a 3200 m., dove inizia la salita a piedi. Due ore di cammino tra rocce e nevai ci conducono al rifugio Gnifetti, a 3650 m., che funge da campo base per le numerose vie che il Rosa offre.

Centocinquanta persone è la capienza del rifugio ma quella sera ce ne sono almeno il doppio. Come fare a dormire senza aver prenotato? Nei corridoi, nella sala da pranzo e pure nei bagni, c’è gente che prova a ritagliarsi uno fetta di pavimento dove srotolare il proprio sacco a pelo. La cosa ci spaventa un po’ e iniziamo a girovagare per il rifugio incapaci di prendere una decisione. Poi, all’improvviso, la nostra guida ci fa un cenno e, tra le occhiatacce degli altri ospiti, ci consegna una camera al piano di sopra tutta per noi. Quel signore del soccorso alpino deve essere un pezzo grosso alle alte quote.

La cena è una bolgia; la ressa e la quota si mangiano tutto l’ossigeno così che prima Andrea poi io ci sentiamo svenire. Siamo costretti ad abbandonare la fila al self-service puntando una quasi irraggiungibile finestra. Basta poco per rimettersi, anche se subito il pensiero corre ai mille metri in più di quota del giorno dopo.

La sveglia è prevista alle 04.00 ma si tratta piuttosto di una lunga attesa a occhi chiusi con le pulsazioni a cento, alla ricerca di un po’ di quiete. Gli stranieri sono sempre i primi a fare confusione e già alle 03.00 sono in piedi, (e che piedi!!!), ad armeggiare con piccozze e ramponi come se dovessero salire prima del nemico.

Altre due code, in bagno e la colazione, precedono il ritrovo con la guida fuori dal rifugio, alle 05.00. L’alba è di quelle magnifiche: fa freddo e la visibilità è ottima, tanto che è possibile riconoscere le luci di Milano. La guida con un dito ci illustra la via aiutato dalle cordate più mattiniere che, sul ghiacciaio sembrano tracciare il percorso.

Il ritmo è sostenuto e incessante; di fiato per parlare non ne avanza e solo una temperatura inferiore allo 0° ci consente di non sudare. Davanti a noi, due ore dopo, il colle del Liskamm a 4200 m. e il nostro capocordata ci informa che quel passaggio per tanti segna il momento in cui devi tornare indietro: mal di testa e vomito non ti permettono di continuare. Noi, grazie a Dio, stiamo tutti benissimo. Più saliamo, più il creato ci riserva vedute eccezionali. Il cielo è blu, la neve sembra panna montata modellata dal vento e il sole comincia a tingere di rosa le cime sopra di noi. Stefano vuole fare foto a volontà provocando la pazienza della nostra guida, che vuole essere in cima prima delle nove, finchè la neve “tiene”.

L’altimetro del nonno segna 4300 m.; quindi ne mancano poco più di duecento: nulla se ti trovi a 2000 m., un’infinità oltre i 4000 m. Ora ogni passo è accompagnato da un respiro profondo e spesso la guida sente la corda che ci unisce tirata e ci invita a non rallentare.

La sagoma di un tetto e un tricolore teso poco sopra ci dicono che ormai siamo alla meta. Infatti, alle nove e dopo un durissimo strappo finale, siamo finalmente in cima, ai 4557 m. della capanna Margherita. Ciò che ci circonda ripaga ampiamente i nostri sforzi. Non le parole che ancora faticano ad uscire per l’affanno, ma i nostri sguardi testimoniano la felicità e la soddisfazione per l’obiettivo raggiunto. Mentre noi prendiamo un thè fumante, il nonno seduto fuori su un sasso che spunta dalla neve scruta in lontananza “sua maestà” il Cervino, con il quale pare abbia ancora oggi un conto aperto.

Siamo riconoscenti a Qualcuno, ancora più su, che ci ha affiancato con tanta provvidenza, e a chi, più giù, ci ha trasmesso la passione per la montagna. Grazie.

Alberto