27.12.2003. Monte Cusna

Attività - Gite, escursioni
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Resoconto di una uscita... incompiuta

Era da tempo che non facevo escursioni in montagna e mi sarebbe piaciuto realizzarne una invernale. Una cosa tranquilla, per il gusto affondare i piedi nella neve, di sentire i suoni ovattati mentre si cammina per luoghi solitari e tranquilli, magari passando sotto i rami rivestiti dalla galaverna, di scoprire scenari immacolati, zone che il sopraggiunto freddo sconsiglia ai più di frequentare.

Naturalmente, una domenica mattina, sul sagrato dopo la Messa, mi rivolgo a Gianni, l’uomo che fa per me, gli descrivo questo desiderio e... dopo qualche giorno siamo d’accordo: lui e pochi altri passeranno a prelevarmi alle 6.00 di sabato 27 dicembre 2003 con destinazione Monte Cusna.

Non mi sono minimamente preoccupato del percorso e delle sue eventuali difficoltà confidando sul fatto che la perspicacia del mio “uomo di fiducia” avrebbe pianificato un percorso assolutamente adatto a me. Ci troviamo quindi all’ora convenuta, passiamo a prendere Enrico di Prato, dove facciamo una breve sosta per i viveri, e partiamo. In tutto siamo sei: Gianni, Stefano, Andrea, Alberto, Enrico ed io (Valentino). Quando dopo circa un’ora e mezza di viaggio arriviamo al rifugio Zamboni, a Febbio (a quota 1.141 m.), il tempo, che era stato assolutamente sereno per vari giorni, ora sembra intenzionato a mantenere quanto promesso per oggi ossia, manco a farlo apposta, nulla di buono. Ma si sa, la speranza è l’ultima a morire perciò andiano avanti.

Immediatamente dopo esserci incamminati, grazie agli infausti telefonini, uno del gruppo (chissa chi?) resta indietro sicchè mentre i primi cinque prendono un sentiero (619) l’ultimo ne inforca uno differente (617). Prima seccatura, inutile perdita di tempo, fatica sprecata di tornare indietro per ricongiungersi con chi invece, sempre grazie ai malintesi via cellulare, continuava a salire per la sua strada. Pazienza. Ci ritroviamo più in alto, proseguiamo per un lungo tratto a ritmo elevato, ma il tempo ora sta davvero prendendo una brutta piega.

Inoltre, personalmente, il fiato corto e il mio disastrato ginocchio mi fan capire chiaramente che non percorrerò troppo serenamente il resto di una “passeggiata” che solo ora realizzo essere un’ascensione alla vetta di oltre 1.000 metri! Nel frattempo lo consistenza del fondo impone l’uso dei ramponi ma indossarli è divenuto un problema non solo per chi, come me, non ha gran dimestichezza: a dispetto infatti di una temperatura non certo polare, le potenti raffiche di vento riempiono ogni pertugio, ogni fessura di pungente nevischio; questo infierisce sadicamente sul collo e sulle mani la cui funzionalità, una volta tolti i guanti, è limitata a pochi secondi prima della dolorosa paralisi da congelamento.
L’opzione della ritirata appare inevitabile, ma coi ramponi ai piedi procediamo meglio. Sì, circa per 30 secondi, poiché gli evidenti pericoli del vento e della nebbia, rispettivamente divenuti impetuoso ed incipiente, ci suggeriscono, qualora non l’avessimo ancora inteso, che scendere farà molto bene alla nostra salute. Un attimo solo, amici, scatto alcune foto... che fatica, che freddo alle mani, l’obiettivo si copre di neve! ...ecco, fatto!

Forse eravamo a “poche centinaia di metri” dalla vetta, ma... non tutto il male vien per nuocere. Scendendo, effettivamente va meglio, se escludiamo il mio ginocchio. A metà strada ci capita anche di perdere il sentiero, peraltro ritrovato poco dopo semplicemente ritornando sui nostri passi fino al punto d’uscita. Ora siamo di nuovo al rifugio Zamboni, giusto in tempo per evitare il grosso della pioggia. Naturalmente affoghiamo i nostri dispiaceri nel pranzo e nelle libagioni. Compensiamo il triste andamento della mattinata con un pomeriggio piacevolmente trascorso a parlare fra noi di cose interessanti, quasi impegnate. È bello scoprire quanto c’è di buono nei nostri amici, e da questo punto di vista l’occasione non è certamente andata sprecata. Anche per questo la montagna si fa amare.

Grazie.

V.C.