17.10.2004. Autorità e autorevolezza

Catechismo e pastorale - Educare
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Educare

incontri di genitori di ragazzi da 0 a 18 anni, per parlare del loro ruolo di educatori

“autorità e autorevolezza”

mons. Alessandro Manenti

Domenica 17 ottobre 2004, ore 16.00-17.30, teatrino parrocchiale di Mandriolo.
autorità e autorevolezza


Presentazione (don Giancarlo Nasi).

Allora, andiamo a cominciare, eh? Cominciamo questo corso di incontri di genitori che abbiamo voluto intitolare "Educare" nel senso che mi sembra di avvertire delle difficoltà nell’opera dell'educazione da parte dei genitori, da parte degli insegnanti, da parte di noi preti, dei catechisti, e allora vogliamo discutere un po’ o con persone competenti o con coppie di genitori, secondo le volte. Adesso cominciamo… cominciamo con un… "calibro da novanta", direi, perché mons. Manenti, oltre che essere preside dello studio teologico di Reggio (diocesano mi sembra, eh?), è anche psicologo, ha scritto varie pubblicazioni, quindi è estremamente competente in materia.

Il tema di oggi l’abbiamo intitolato "autorità e autorevolezza", poi credo che lo svilupperà molto bene lui. Faccio presente due cose:

Quindi adesso lascio la parola a mons. Alessandro Manenti. Grazie a lui e grazie anche a voi di essere venuti.


Relazione (Alessandro Manenti).

Soprattutto a voi che siete venuti la domenica pomeriggio.

Mah… io su questo tema dell’autorità e autorevolezza mi ero preparato qualche cosa (mi ero preparato, adesso dobbiamo vedere se ci ho preso)… parlare di questi due atteggiamenti nei confronti degli adolescenti più che dei bambini, no? Forse… immagino che la maggioranza di voi ha dei figli adolescenti, cioè saltiamo già l’età dell’infanzia. Dunque, io mi sono preparato qualche cosa che adesso… lo do a voi e poi facciamo anche dibattito su queste cose che fanno parte della vita vissuta.

Direi che su questo tema, come su tutti i temi educativi, si possono dire fiumi di parole, e ci sono dei temi che non finiscono più. Ci sono tante teorie, tante scuole educative, tanti autori che portano un sacco, una miriade di indicazioni sul mondo dell’adolescente, sui genitori, sul rapporto genitori–figli, eccetera.

Io, sono circa ventisette anni (ormai quindi è ora che vada in pensione) che lavoro nel campo un po' educativo, con le coppie, le famiglie; ho anche, diciamo, letto, anche insegno il corso sulla famiglia, però in questi anni mi sono fatto, alla fine, una conclusione, una convinzione: che nel campo educativo, soprattutto con gli adolescenti, che vedremo è un mondo piuttosto vivace, non ci sono delle regole precostituite, cioè non si può dire come è che noi dobbiamo affrontare il mondo dell’adolescente, e direi che mi sono fatto questa convinzione che sintetizzo così: che un educatore, un genitore può fare tutto e il contrario di tutto a patto, però, che sappia il perché lo fa, cioè quali sono le motivazioni, lo spirito, lo stato d’animo col quale lui fa un intervento educativo, o non fa un intervento educativo.

Si può fare tutto e il contrario di tutto, ma l’importante e sapere perché lo si fa. Quindi questo sapere il perché lo si fa non è che poi è un sapere intellettuale ma chiedersi qual è la motivazione, appunto dicevo prima lo spirito, col quale un genitore interviene nel mondo dei propri figli. Cioè non solo un intervento dovuto ad un fatto immediato (quello che è successo oggi) ma un intervento che dovrebbe anche mirare ad avere degli obiettivi a lungo termine. Cioè la risposta al "perché lo faccio?" dovrebbe avere, come mondo motivazionale, questo: lo faccio perché voglio portare mio figlio verso un fine ultimo, verso un certo obiettivo, verso una certa meta; per cui il mio intervento di oggi è un piccolo contributo, un piccolo mattone per portare mio figlio verso quella meta.

E la meta qual è? La meta poi è quella che è desiderata dal genitore; che non è detto che poi il figlio la realizzi – perché poi c’è anche la libertà e la responsabilità nell’individuo – ma verso questa meta il genitore spinge, diciamo, cerca di portare il proprio figlio. Ed è proprio perché vuole portare il figlio verso una certa meta che allora esercita l’autorità. L’esercizio dell’autorità è un esercizio di potere, in fondo; è una forza che una persona esercita sull’altra persona. Ecco quindi non ci sono delle ricette magiche, non ci sono neanche dei consigli pratici a pronto uso proprio perché l’importante e che ognuno sappia quello che sta facendo secondo la propria scelta.

Detto questo allora io metto, porto, qui alcuni… non dico consigli, ma alcune… indicazioni che poi cerchiamo di discutere e di calare anche nella vostra esperienza.

Innanzi tutto direi che quando entriamo a capire, dialogare con il mondo dell’adolescente, noi dobbiamo riconoscere che quel mondo è un mondo che è diverso al nostro. E’ diverso non solo da un punto di vista esterno, perché c’è una diversità di età, ma è un mondo che è diverso qualitativamente. Cioè il modo di ragionare, di sentire, di pensare, di progettare dell’adolescente è diverso dal mondo che gli apparteneva, il mondo dell’infanzia, ed è anche qualitativamente diverso dal mondo degli adulti. Qualitativamente diverso vuol dire che si parlano… lui parla una lingua che forse era stata la nostra ma che non è più la nostra; e, viceversa, lui non capisce la nostra lingua, per cui, anche se usiamo le stesse parole, a quelle parole l’adolescente, proprio perché appartiene ad un mondo che è diverso dal nostro, l’adolescente dà dei significati che sono diversi dai nostri.

Perché inizio con questa osservazione? Perché a volte, invece, quando noi ci mettiamo in rapporto con l’adolescente pensiamo che ci sia un accordo immediato, quindi che quanto io dico lo interpreti secondo le categorie che io ho. Ad esempio gli diciamo: "devi essere responsabile"; pensiamo che il concetto di responsabilità che lui ha in testa sia uguale al nostro, cioè cadiamo in quello che si chiama l’adultomorfismo, cioè quello di interpretare l’altra persona come se fosse già adulta e, a volte, a noi chiediamo anche all’adolescente dei comportamenti e dei modi di essere da adulto, come se, appunto, lui fosse un adulto; e poiché non lo è, questi nostri interventi rimangono lettera vuota. Non lo è, e non po’ comportarsi da adulto, e sarebbe un disadattato, se si comportasse da adulto. Per cui diciamo, per tranquillità dei genitori, se i genitori hanno un adolescente che fa sempre e solo il proprio dovere, lì c’è da preoccuparsi, perché l’adolescente non può, per natura sua, a causa del suo mondo, fare sempre e solo il proprio dovere. L’adolescente deve trasgredire e l’adolescente che non trasgredisce non è un sano adolescente; forse sarà un sano adulto ma non è un sano adolescente in quanto il suo mondo, il suo modo di costruirsi una vita matura passa anche attraverso la trasgressione, anche attraverso la ribellione.

Ecco, quindi ci mettiamo in contatto con un mondo che è diverso dal nostro; e di lì anche poi la difficoltà a trattare con l’adolescente, proprio perché ci accorgiamo che il suo modo di reazione, a volte è inaspettato secondo le nostre categorie; e allora, a volte poi il genitore cosa fa? Si accorge che il figlio non è ancora adulto, cioè cadendo nell’adultomorfismo, torna indietro e tratta il proprio figlio come se fosse ancora bambino; quindi o troppo avanti, diciamo, rispetto all’interlocutore, o va un po’ troppo indietro, e questo dice, appunto, la difficoltà di incontrarsi con l’adolescente. In particolare con l’adolescente perché il suo mondo non è facilmente penetrabile.

Adesso io non è che voglia descrivere tutto il mondo dell’adolescente, ma ci sono alcuni aspetti che sono importanti per il nostro tema, sull’autorità. Questi aspetti sono – li elenco e poi dopo li vediamo – questi aspetti sono:

L’adolescente vuole essere autonomo, costruisce dei progetti, degli ideali, dei sogni e diventa importante il gruppo di riferimento. Però questi tre aspetti, che lo differenziano dal bambino, questi tre aspetti sono accompagnati, tutti e tre di ciascuno di essi, da delle resistenze nell’adolescente, cioè da delle forze che vanno contro a questi suoi desideri; per cui c’è il desiderio dell’autonomia da una parte, però c’è anche la paura dell’autonomia, e quindi la dipendenza, il ritornare ad una dipendenza; e c’è… i grandi sogni, i grandi progetti, e dall’altra parte la paura di progettare, si parla della depressione adolescenziale che è l’altra faccia di questa grande idealità; il desiderio di stare con gli amici e anche il desiderio, il bisogno della solitudine: i musi dell’adolescente sono tipici, quelli del chiudersi ogni tanto in sé. Quindi tre aspetti dicono: c’è un mondo interiore, che è un mondo che è contraddittorio, con delle esigenze che sono opposte, e questo mondo contraddittorio lo si vede poi anche nei comportamenti; e i comportamenti che rappresentano questo mondo contraddittorio sono i comportamenti variabili, comportamenti variabili di umore; a volte ha bisogno di parlare, a volte si chiude; a volte sta con gli altri e a volte sta solo in camera.

Queste variazioni che sono nel comportamento in realtà stanno indicando… non indicano che è in crisi, appunto, ma stanno indicando che dentro di lui c’è questo duplice mondo di grande entusiasmo e, d’altro tempo, di reticenza. Quando queste contraddizioni escono, allora si dice ecco che l’adolescenza inizia, perché il bambino di per sé non è caratterizzato da questo, è molto più armonico, non è caratterizzato da questa ambivalenza. Quindi cosa abbiamo? Abbiamo, a causa di questi tre avvenimenti psichici, abbiamo di fronte a noi un essere, un soggetto che ha una duplice faccia: ha la faccia del coraggio da una parte e dall’altra parte ha una faccia della timidezza, della paura; quindi, diciamo, un soggetto che si apre alla vita e nello stesso tempo ha paura nei confronti di questa stessa esistenza.

Se noi entriamo ulteriormente nel suo mondo, quando l’adolescente sperimenta emotivamente queste differenze, non può lasciarle così come sono. Qui possiamo fare anche un paragone col nostro mondo: quando noi abbiamo, nel nostro mondo, due tendenze opposte, noi siamo nella indecisione, nel dubbio e non possiamo rimanere troppo nel dubbio, bisogna che una qualche soluzione la troviamo; per cui anche l’adolescente non può rimanere in questa ambivalenza emotiva e cerca di dare unità alla propria esistenza, alla propria interiorità, cioè si dà delle soluzioni come noi stessi cerchiamo di fare in modo tale da ricondurre la nostra interiorità ad un’armonia. E questo bisogno di dare unità alla propria esistenza è un bisogno che inizia nell’adolescenza e che continuerà nell’età adulta. Che cos’è che tenderà a superare l’adolescente? Questa ambivalenza emotiva. Ambivalenza emotiva, se cresce bene, tende a superarla, cioè ad un certo punto prende la sua strada, ma quello che rimarrà come esigenza profonda è questa esigenza di unità interiore. E’ quell’esigenza che lo porterà avanti anche da adulto, per cui, diciamo, diventerà quell’adolescente adulto quando superati gli stati d’animo alterni, l’adolescente è unito con sé stesso, diciamo sta bene con sé stesso; è in armonia con se, sa più o meno, diciamo, quello che vuole da sé stesso e dagli altri e vive per delle convinzioni interiori, cioè si potrà dire: io ho un nome e un cognome, io ho una mia identità, ho una mia unità interiore.

Ma questa esigenza di unità interiore rimane, inizia già nell’adolescenza. Interessante questo! L’adolescente che prova ambivalenze, si apre e si chiude, sta con gli altri e poi rifiuta gli altri, ma al centro, dentro questa ambivalenza, in lui c’è un desiderio di unità; vorrebbe però fare una sintesi fra queste tendenze contrarie. Allora, dicevo, cerca di dare le sue soluzioni ma, e qui il tema… di oggi pomeriggio, ma le soluzioni non le ha. E’ questa la difficoltà dell’adolescenza. Perché l’adolescente ha dei grandi impulsi, ha delle grandi spinte evolutive ma non ha gli strumenti per realizzare quelle spinte evolutive; non sa come si fa. Sono quindi delle esigenze che sono senza contenuto. Vorrebbe essere autonomo, però cosa vuol dire essere autonomo? La risposta non ce l’ha, perché la risposta sarà la risposta dell’adulto e quando riuscirà a dare la risposta è diventato adulto, l’adulto è per definizione autonomo. Cosa vuol dire stare con gli altri? Non lo sa; sente l’esigenza di stare con gli altri ma non sa come si fa; sente l’esigenza di stare da solo ma non sa come si fa, non ha degli strumenti, quindi tenta, tenta di darsi delle soluzioni, procede per prove ed errori cercando soluzioni a volte anche contraddittorie fra di loro, infatti si dice anche nel linguaggio corrente: l’adolescenza è un momento pericoloso, il pericolo dell’adolescenza. Non si dice: l’infanzia è un momento pericoloso, momento critico dell’infanzia. Giustamente si parla del momento critico dell’adolescenza perché l’adolescente non ha gli strumenti, non sa come si fa a realizzare le proprie esigenze e quindi prende un po’ di qua, prende un po’ di là. Qui, quindi, è in balia o degli eventi o è in balia della sperimentazione o, a volte, anche, purtroppo, è in balia delle persone esterne che incontra, perché va in cerca di soluzioni.

Allora qui ecco che… viene il nostro tema. Questo adolescente con grandi potenzialità e desideri, però, lo ritroviamo con delle povertà di contenuti e di strumenti, quindi, la conclusione, avete già capito, se non c’è qualcheduno a fianco che gli dà questi contenuti e questi strumenti, l’adolescente si ritrova nell’ansia in quanto strumenti risolutòri del suo problema, lui, dentro, non li trova anche se, diciamo, cerca, li cerca disperatamente. L’importanza, quindi, di avere, per l’adolescente, una figura o delle figure di riferimento senza le quali, insisto, fa un po’ fatica a crescere; si ritrova con un sacco di energie ma non le sa usare, e allora poi queste energie le userà male, tenderà a sprecarle o impiegherà o dovrà usare tanta fatica il modo giusto di usare queste energie.

Per tratteggiare questa situazione, c’è un grande psicologo che ha studiato e conosce molto bene l’adolescenza, anzi una donna (che è la Maler), la quale, a un certo punto dice quando parla di questo mondo interiore: dovremmo immaginare l’adolescente come un contadino che a un certo punto esce dalla sua terra, esce dal suo villaggio, che è un villaggio di contadini, e si accorge, uscendo dalla sua terra (non è più bambino, diventa adolescente), e si accorge che nel villaggio vicino esistono i pastori (esigenze nuove, mondo nuovo, cioè un modo di essere e di vivere e di lavorare che è diverso) e rimane sconvolto perché non aveva mai immaginato che si potesse anche trovare questa soluzione. Allora osserva questi pastori (guarda dei punti di riferimento dell’adolescente, che si guarda intorno quando è perplesso) e vede, e chiede a questi pastori cosa fanno… il perché… ma nessuno gli risponde (quindi non ha punti di riferimento), però lui continua a guardarli e si accorge che questi pastori usano strumenti diversi dai suoi; allora lui ritorna a casa e incomincia ad imitare quegli strumenti, li incomincia a prendere e a farli propri quegli strumenti; solo che ci sono gli strumenti che vanno bene per le pecore, lui che ritorna a casa ha la terra, li usa per la terra e quegli strumenti si rompono tutti. Vedete come, lasciato solo, l’adolescente non sa come fare, cerca intorno e poi imita, e porta a casa… ma se non c’è un punto di riferimento il suo problema non viene risolto.

… E’ importante questo. Se noi entriamo nel mondo interiore dell’adolescente, il bisogno di riferimento per l’adolescente è enorme. Ha un bisogno di autorevolezza – ecco il nostro tema – che per lui è vitale questo. Può chiedere qualche cosa di pratico, o può anche rifiutare qualche cosa di pratico, perché le sue richieste, vediamo dopo, non che siano così dirette, immediate e chiare, però al di là dei suoi comportamenti, delle sue richieste o dei suoi rifiuti, c’è sempre una domanda esplicita: se tu non mi dici come si fa, io son perduto. C’è questa esigenza qui che… io sottolineo sempre questo aspetto perché si parte, quando parliamo dell’adolescente, "e ma mio figlio non parla, mio figlio non ascolta… prima, quand’era piccolo, sì che ascoltava, adesso non ascolta più". Questo è nel comportamento esterno, nel vestito, diciamo così, che è il vestito adolescenziale, ma non è il suo cuore, nel suo cuore c’è un’esigenza di ascolto, certo ascolto a mo’ di adolescente, riceve a mo’ adolescente. Questo è vitale come l’aria nella quale si respira, per cui, grazie a questo bisogno di ricevere informazioni sul come si fa l’adolescente è disponibile, non è un personaggio che è refrattario, diciamo, quindi, che lui scappa e noi dobbiamo rincorrere, ma dentro di sé, interiormente, è disponibile e ha una disponibilità che è maggiore di quella del bambino, proprio perché è disponibile a raccogliere degli strumenti e informazioni riguardanti il vivere, riguardanti cosa vuol dire essere sé stessi, stare con gli altri, avere gli ideali, eccetera.

Ecco, questa ricerca di unità che da solo non riesce a costruire per mancanza di strumenti e va in cerca di persone di riferimento. Chi sono, diciamo, queste persone di riferimento? … Immediatamente… la persona di riferimento primo è il gruppo degli amici proprio perché nell’adolescenza viene fuori forte, irruente, il problema della socializzazione. Qui dobbiamo distinguere, entrando sempre nel mondo interiore. Da un punto di vista del comportamento, cioè, del suo… anche… dire, questo è vero, il mondo suo è occupato dagli amici, dalla relazione con i pari, e anzi, a volte – lo vediamo tutti – assolutizza questa relazione con i pari: se non riceve dei messaggi sul telefonino va in crisi "perché nessuno m’ha chiamato"; ma se però entriamo nel suo mondo interiore… questo mondo dei pari, così importante, è relativo per la risposta ai suoi problemi di fondo: autonomia e relazione; e qui è assurdo per noi, cioè per noi adulti, diciamo, è assurdo perché l’adulto non ragiona così; cioè il tu viene proclamato a parole, quel tu che è come me, come un tu che è assoluto, ma dentro di sé è considerato non assoluto. In parole più semplici: quando ha l’esigenza di avere una sua unità interiore, al di là dei suoi stati d’animo, l’adolescente sa bene che i suoi amici non son capaci di aiutarlo; lo sa anche lui che quello che anche loro dicono non lo può prendere per buono. Perché? Perché sono come lui, sono allo stesso livello. Perché allora li assolutizza? Li assolutizza perché trova degli specchi, perché trova qualcuno che è come lui; già è un po’ in contraddizione con sé stesso, se trova qualcheduno che ha lo stesso turbamento si sente… meno solo, diciamo; condivide una situazione, ma sa benissimo che non è quella situazione… non sono loro a risolvere quella situazione.

Quindi il punto di riferimento esistenziale non sono gli amici, cioè quando ha dei problemi, per condividere il problema va dall’amico, o dall’amica… per condividerlo, cioè perché ha una eco, una risonanza; l’amico, l’amica facilmente gli serve come specchio. Ma quando vuole risolverli quei problemi, avere quindi gli strumenti per poterli gestire non va dall’amico, va da questi punti di riferimento che, di per sé, sono i genitori. Questo… l’importanza del genitore anche nel mondo adolescenziale; che non può sentirsi rivale nei confronti degli amici, perché nel mondo dell’adolescente gli amici e i genitori occupano un ruolo che è diverso: gli amici servono per l’immediato e per condividere, il genitore serve per guidare, e sono due ruoli ben diversi. E’ stata fatta l’anno scorso in giugno nella prima scuola… qui a Reggio, nella scuola… scuole superiori, dal Provveditorato in alcune classi, delle domande sul mondo dell’adolescente, e una delle domande era: "quando tu hai dei problemi da chi vai o andresti", e poi c’era una serie di persone… Al secondo posto c’erano gli amici, al primo i genitori; e questo dato ha stupito, perché non va di per sé secondo l’immaginazione nostra: l’adolescente ha dei problemi, va dagli amici, non dai genitori. Prima c’erano i genitori, poi dopo gli amici e poi… alla fine gli insegnanti… purtroppo il loro ruolo educativo si vede che… (sorride e fa sorridere i presenti – n.d.r.). Quindi questo è anche un messaggio di conforto, diciamo. Abbiamo a che fare con un mondo che è disponibile e che è bisognoso: senza l’apporto di un mondo adulto quel mondo adolescenziale rimane nel suo smarrimento.

Allora, adesso… ultimo punto poi discutiamo su questi temi, allora fa agli amici e agli adulti delle richieste differenziate. Le richieste che fa agli amici son di condivisione, quindi richieste di carattere affettivo, di unità, di unione, richieste di identificazione. Allora vuol dire che le richieste che fa agli adulti e ai genitori sono di altro genere, quindi non certo, non più solo, di carattere affettivo, di unità. Ecco, che tipo di richieste fa? Diciamo, sappiamo già: richieste circa i contenuti sul come essere sé stesso. Allora, se vogliamo chiarire meglio queste richieste, potremmo dire: fa delle richieste di credibilità, di credibilità; cosa che non fa ai suoi amici. Quindi accetta che anche gli amici abbiano dei comportamenti diversi dai suoi. Chiede, cioè, a dei genitori, non la ricetta (come si fa ad essere autonomi, ad essere in relazione, a progettare…) ma chiede se ci sono delle persone credibili intorno a lui.

Cosa vuol dire, poi, credibili? E qui le ricerche sul mondo interiore sono molto interessanti e, fondamentalmente s[…] due cose: credibile per l’adolescente vuol dire che uno è degno di fiducia e l’altro, l’altro aspetto della credibilità, è che – fra virgolette – conosce la verità. Indipendentemente dal fatto che sia vera o meno. Questo è importante. Cioè, lui cerca delle persone che siano degne di fiducia e che conoscano la verità. Lo sono davvero degne di fiducia? La conoscono davvero la verità? Questa è un’altra cosa, questa poi dovrà essere verificata, ma è la sete che l’adolescente ha dentro di sé di avere dei referenti che siano degni di fiducia e […] verità.

Degno di fiducia, poi, cosa vuol dire? Degno di fiducia… è semplice, questo anche vale per noi adulti: che quella persona, quando dice qualcosa, lo dice per me. Questo è il degno di fiducia per l’adolescente. L’adolescente ha fiducia in un adulto quando quell’adulto agisce non per sé stesso ma in favore dell’adolescente; quello allora è il degno di fiducia, cioè capisce che l’intervento è un atto d’amore, per il servizio, l’aiuto esclusivo, o prevalente, dell’adolescente stesso; questo atteggiamento altruista dell’adulto nei confronti dell’adolescente. Quando trova qualcuno che, o lui pensa che sia, uno che interviene per il bene esclusivo dell’adolescente stesso, quello viene idealizzato, quella persona viene idealizzata; scalfisce il suo cuore, non viene più abbandonata quella persona, cioè si sente trattato bene, si sente rispettato. Guardate che importante… rispettato non perché ha avuto ragione, eh? Rispettato perché quello che l’altro dice, lo dice per me, perché mi vuole bene. Indipendentemente da quello che dice. Per cui non è il sì e il no che creano la credibilità dell’adulto, perché all’adolescente non gliene importa niente del sì e del no, immediatamente sì, ma non nel suo profondo; è qualunque cosa, dice, io penso, percepisco, che lo dice per il mio bene, perché mi vuole bene; non per sé stesso.

Di qui allora diciamo… ecco, l’autorevolezza. L’autorevolezza è quel potere che viene usato in favore di chi è educato, per il bene di è educato, in favore dell’altro. La persona autorevole è quella persona che ha un potere per amore, perché augura il bene dell’altro. Invece l’autoritarismo è l’intervento fatto per me, non per l’altra persona. E allora l’adolescente l’autorevolezza la cerca, l’autoritarismo lo rifiuta proprio perché lui ha bisogno di sapere che se io intervengo nella sua vita lo faccio per lui. Un esempio di autorevolezza: la capacità, ad esempio, del genitore di esplicitare questo intervento fatto per il bene dell’altra persona, per esplicitarlo, non solo di metterlo come sottinteso ("ma questo si sa") ma di esplicitarlo.

Mi viene in mente – perché ho tutti gli esempi in mente di vita vissuta qui – io conosco da tempo, e l’ho visto la settimana scorsa, è per quello che mi viene in mente adesso, conosco un padre che ha un figlio, un adolescente che gliene fa di tutti… di tutti i colori immaginabili e possibili, e diremmo siamo anche un po’… un po’ esagerati. Eh… discussioni, eccetera… allora cosa fa? Io non sapevo più cosa consigliarli, a dire la verità, dico: guardi, parliamo con suo figlio (... si chiama) e allora viene anche suo figlio, orecchini, tutto tatuato… tutto… – subito il messaggio è: buoni perché io non ho bisogno di nessuno – poi dopo, molto, ma molto simpatico questo ragazzo, il padre napoletano, il figlio napoletano, molto vivace, molto vivo, e naturalmente nasce tutta una polemica fra il padre e il figlio, poi ad un certo punto il padre, esasperato, in napoletano, gli dice: "senti, io non so più cosa dire, ma tu… ti debbo dire una cosa: che tu sei la passione della vita mia!" (ride – n.d.r.), detto in napoletano… Suo figlio si è calmato immediatamente. Adesso non so quanto effetto duraturo questo abbia avuto, comunque… vedete che il messaggio… "non lo faccio per me, tu sei oggetto di passione per me". Questo è un messaggio che per l’adolescente… è un messaggio che è estremamente vivificante: qualcuno che lo fa per me.

E conosce la verità, vi dicevo. Sono due cioè: degno di fiducia e conosce la verità. Cioè conosce la verità, poi, appunto, non è: ti spiego come si fa; non nel senso di verità oggettiva. Conosce la verità nel senso che l’adulto si presenta come garante; dà, diciamo, certificati di garanzia; è garante, cioè manda praticamente questo messaggio: quello che io ti propongo ha funzionato per me, ha funzionato, cioè ha dato quel risultato di identità, di armonia, per la mia vita, e c’è il caso che funzioni anche per te. Questo senso di garanzia, cioè che viene proposto un certo risultato perché quel risultato è stato sperimentato e considerato come un risultato vincente; forse non per tutti, ma almeno per la propria esistenza. Allora questa è la persona che conosce la verità, quindi non nel senso oggettivo del termine, la definizione di termini, ma quello che io ti propongo, quello l’ho sperimentato e lo considero valido nei miei confronti. Allora il ragazzo riflette, riflette immediatamente; non riflette quando si trova di fronte ad un contenuto oggettivo: ti dico che due più due fa quattro. Il ragazzo dice: a me che me ne frega?, ma se gli dice: due più due fa quattro, per me ha funzionato e mi ha prodotto una ricchezza interiore, quell’unità interiore che tu stai cercando, allora rimane impressionato, cioè diventa questo oggetto di attenzione e di considerazione.

Guardate, mettete insieme i due, allora veramente l’autorevolezza diventa una cosa anche bella: lo faccio per il bene dell’altra persona e quello che gli trasmetto è quello che io considero valido per me e che si è dimostrato valido. Sono due aspetti…

Ultimo punto, poi passiamo anche alla discussione, diciamo: mah… nella teoria questo può anche funzionare, quindi c’è un mondo interiore dell’adolescente disponibile, ha bisogno di strumenti che da solo non ha, e ci deve essere qualcuno che glieli dà, e quel qualcuno deve essere degno di fiducia, parlare per il suo bene in quanto credibile. Ma allora perché non è così facile il rapporto con l’adolescente? Se lui ha bisogno di avere dei contenuti per indirizzare il suo cammino, se c’è qualcheduno, che ha dei contenuti, vicino a lui, domanda e risposta s’incontrano e, diciamo, il risultato si ha, si ha lo stesso, si ha subito, no?

L’ultimo punto dice: l’adolescente non si vende facilmente. Non è più bambino; non dice più: è così perché mio papà ha detto così; non è più dipendente; l’adolescente non può vendersi così facilmente e accettare un contenuto; lo deve… lo deve mettere alla prova quel contenuto, perché altrimenti, ai propri orecchi, e anche agli occhi degli altri, altrimenti un’accettazione immediata risulta infantilismo ("ciuccia il latte dai genitori"), e questo non lo può accettare perché gli suona come un ritornare indietro alle dipendenze dei genitori. Lui deve verificare quanto gli viene proposto, ma non nel senso che lo deve contestare; cioè, tu mi dici così, io allora dico che non è così perché tu mi devi dimostrare che invece è così, cioè non nel senso della dialettica, della diatriba, ma lo deve verificare nel senso che deve capire l’importanza del messaggio che gli è arrivato: ho qualcheduno che mi si presenta come garante, però l’adolescente dice: "un attimo, un momento. Siccome tu non semplicemente sei come i miei amici ma tu mi dai dei contenuti che servono per me, quindi per la mia vita futura, io non posso berli immediatamente. Fammi capire se sono davvero dei contenuti importanti, fammi capire perché sono importanti, cioè, perché li debbo prendere per buoni?".

Vedete allora, questo rifiuto dell’adolescente non è un rifiuto di contestazione ma è per capire l’importanza del messaggio che gli viene mandato e, di qui, allora usa il suo metodo, tipico dell’adolescente il metodo che contesta, che dice di no, e che i genitori conoscono molto bene, dei dialoghi estenuanti con l’adolescente; ma questo dialogo estenuante, che sembra un dialogo, "io dico una cosa e lui rifiuta", in realtà non è "io dico una cosa e lui rifiuta" ma: lui vuol capire se questa cosa è importante e perché è importante. Cioè, quella che è contestazione è ricerca di chiarezza per cose che per noi, forse, sono estremamente chiare ma che, per lui, appunto… che non è ancora diventato adulto, non sono chiare; e allora sembra boicottare. Sembra boicottare perché meno un contenuto gli è chiaro e più chiede esplicitazioni, quindi più boicotta, e più il messaggio è importante e più boicotta, perché è importante, cioè deve capire che è importante e verificare "se" è importante. Anche questo, di nuovo, tranquillizza il genitore, perché se è vero questo principio, questo principio viene tradotto così: più vostro figlio vi contesta e più vi ama; in parole povere, più boicotta i vostri interventi e più li considera importanti, perché se non li considerasse importanti, direbbe subito di sì, invece, rimanendo lì su questa corda, il tiro alla fune, vuol dire che ha capito che qui c’è un messaggio che è molto più importante di quello degli amici; il messaggio quindi serve per la vita e quindi lo vuole prendere, ma lo vuole prendere con delle ragioni.

Qui a noi adulti forse non piace molto, soprattutto ai genitori, che il rapporto affettivo che l’adolescente stabilisce cogli adulti, coi suoi garanti, è un rapporto che non è di carezze, ma questo rapporto di apparente contestazione è un rapporto nel quale, però, l’adolescente chiama l’altro a dare ragione del proprio dire, non in termini di verità (conosco la verità oggettiva) ma in termini: per me ha funzionato. E allora questa autorevolezza riguardante i contenuti, sui quali lui potrà costruire la propria unità interiore, cosa porta? Porta allora il genitore, poiché deve far capire l’importanza, la validità dei suoi contenuti, porta il genitore a dovere rifare per sé stesso un lavoro di cui lui, genitore, non ha bisogno; cioè i figli adolescenti obbligano i genitori a di nuovo chiarirsi meglio che cos’è che è importante; che forse loro lo sanno, ma a dirlo all’altro… per poterlo dire all’altro bisogna prima averlo un po’ averlo esplicitato a sé stessi; devono, come dire, rimettere in discussione, nel senso di coscientizzare, il perché di tante cose quotidiane che per i genitori è un perché ovvio, perché ormai hanno costruito, diciamo, la loro vita, ma che per il figlio non è ovvio, e quindi debbono debbono ri–giustificarlo.

Un esempio di nuovo. Una ragazza di terza media che, a un certo punto, i genitori si erano accorti che a volte non andava a scuola; gli insegnanti mandano a casa l’avviso; i genitori cascano dalle nuvole perché è un comportamento che non si era mai realizzato in questa ragazza qui; dopo cercano di capire e scoprono che questa loro figlia, con una amica, certe volte, anziché andare a scuola, prendeva il treno, andava a Parma e andava a fare un giro a vedere le vetrine, e poi tornava indietro. Allora i genitori, subito preoccupati di questo cambiamento, che non l’aveva mai fatto, hanno alla figlia: come mai questa cosa? La figlia risponde candidamente, e in un modo sano (quella lì si vede che era un’adolescente sana), dice: ma come? Voi mi avete sempre detto di essere responsabile, e allora perché debbo ubbidire al campanello della scuola?

Quella figlia lì ci aveva ragione: perché dobbiamo ubbidire al campanello della scuola? Voi dite: ma che ragioni… ma cosa dice quello lì? E’ ovvio che dobbiamo ubbidire al campanello della scuola! Si ovvio, ma un ovvio per noi, non sarà più la scuola, sarà un’altra cosa… per l’adolescente non è ovvio. Responsabile? Eh, responsabile uguale: perché debbo ubbidire al campanello della scuola? Qui il genitore deve chiedere: giusto! Perché? Perché ubbidire al campanello della scuola? Perché ubbidire a qualche cosa di esterno? Quello che è ubbidienza forse ovvia per il genitore, il genitore deve di nuovo ritornarselo a motivare.

"Fai a modo!". Fai a modo in fondo è il fine, fai a modo vuol dire cresci e cerca di crescere bene. Per noi è ovvio, perché, dunque, se tu fai a modo, cioè se cresci bene, anziché con dei traumi, ne hai tutto un vantaggio, eccetera, eccetera. Il figlio si chiede: dunque, mi han detto "fai a modo". Perché debbo fare a modo? E il perché non è… lui non ha gli strumenti, il perché non è ovvio; perché debbo fare il mio dovere? Sono tutte domande che non hanno una risposta immediata, allora capite che il povero genitore deve chiedersi: eh, ma perché lo faccio? Cioè è obbligato a ri–motivare il proprio comportamento, il proprio stile di vita che lui, comunque, segue… di una convinzione che ormai fa parte della sua costituzione.

Di qui ecco perché allora si dice: la coppia; la coppia deve essere… perché è la coppia che deve ri–motivarsi; cioè il genitore dice: dunque, allora, noi due, oh, qui bisogna che ci chiariamo le idee perché cosa vuol dire ubbidire al campanello? Cioè la coppia a questo punto si incontra per cercare di motivare quello che è il comportamento proprio, sano, ma che per l’adolescente non è del tutto ovvio.

Fino ad arrivare a delle domande ultime che l’adolescente fa, che io sempre pongo e che anche voi coi vostri figli… sono nel sottofondo. Ci sono, e questo lo deduco dall’aver parlato per tanto tempo con gli adolescenti, con le loro famiglie, … queste… boicottaggio, ma per sapere se l’altra persona è degna di fiducia, cioè "ma quello che tu dici, ma… tu ci credi? E vale davvero anche per me?". Ci sono, a mio parere, tre domande di fondo che nell’adolescente ritornano fuori, che a volte anche riescono ad esplicitarle proprio verbalmente.

  • E l’ultima domanda che l’adolescente pone, che… a volte anche lo pone attraverso dei sintomi (fra i quali soprattutto i sintomi alimentari) è se conviene diventare adulti. Anche questa è una domanda piuttosto imbarazzante: se conviene diventare adulti o se conviene rimanere adolescenti, quindi… come dire… fermare il tempo.

Vedete che in fondo queste domande sono domande che sono in tono con le sue esigenze di un’autonomia che si fondi su qualche cosa che è solido e che rimane, se è un futuro di pace, di relazione, di armonia o se è un futuro di lotta, di aggressività; e se si può progettare e se conviene progettare in un mondo adulto o se conviene rimanere nel proprio mondo adolescenziale.

Ecco, queste erano un po’ alcu… ecco, adesso io l’ho tenuta un po’ troppo lunga rispetto al mio previsto, ma questo mi sembrava, insomma, ci tenevo a sottolineare questi aspetti che mettono in movimento, diciamo, il genitore circa il messaggio che può dare in sintonia con il mondo del proprio figlio.

Avevo iniziato dicendo, appunto, che si può fare tutto e il contrario di tutto sapendo il perché e concludo relativizzando sempre queste descrizioni e queste indicazioni di carattere pedagogico. Cioè tutto questo, va bene, è utile saperlo, coscientizzarlo, però anche… dico quello che è importante nel campo educativo, infatti il genitore è garante, è che il genitore si fidi di se stesso. Questo secondo me, al di là di tutto quello che ho detto (… lo possiamo mettere nel cestino…), ma quello che si fidi di sé stesso, cioè che si senta competente, che si gioca con il proprio figlio, anche sbagliando, anche facendo degli errori; perché, come diceva quel padre napoletano, è la passione quella che spinge poi l’adolescente a crescere; cioè, tante volte sentiamo l’adolescente che prima può criticare i genitori, può dire "non ho avuto…", "ho avuto troppo…", eccetera, eccetera, ma diventa bello quando si sente l’adolescente che parla dei propri genitori, dice: "però mi hanno voluto bene", cioè il che vuol dire che, appunto, il genitore si è coinvolto per quello che è; poi credo che con questa confidenza in sé stessi, poi, anche gli errori educativi si rimediano, si superano. Le scuole per i genitori non esistono, esistono per raffinare la fiducia che il genitore ha nel proprio essere genitore.

Ecco, non so se questo… un po’… corrisponde alle aspettative… questi flash che vi ho fatto. Poi vi ho portato… siccome ho fatto, appunto, questi incontri… trattati vari temi, su questo vi lascio due sussidi che abbiamo usato come… sul mondo dell’adolescente, dove sono descritti… sussidi che abbiamo usato in diocesi da tanto tempo, che raccolgono un po’ il lavoro fatto in questi anni con gli adolescenti; e l’altro, invece, sui bambini; ho portato anche quello… criteri orientativi dei genitori… bambini da 0 a 10 anni, invece questo: gli adolescenti dai 10 anni in su. Ve li lascio, li potete prendere.


Dialogo.

Sentiamo. Finita la relazione, per il relatore sono sempre tre minuti critici perché dice: mamma mia! Ho creato confusione o ho dato chiarezza…

Domanda. Io avevo una domanda. Intanto mi è piaciuto molto... soprattutto i due punti, quello sulla fiducia e quello di trasmettere quello che è vero per me. Ecco, una cosa che io avverto è il salto generazionale che c’è con l’adolescente; anche nel giro di due o tre anni vediamo uno scarto fortissimo, e c’è la difficoltà proprio a far cogliere che alcune cose vere, che secondo me sono perenni, possono essere vere anche per loro, per la loro felicità, per la loro gioia. E però colgo anche la difficoltà loro a capirle proprio perché il mondo intorno propone stili di vita, modi anche di vedere le cose molto diversi, per cui credo ci sia anche proprio una difficoltà, per loro, molto forte, a capire che in fondo la felicità sta su cose essenziali… non so… penso anche a cose molto banali come… ad esempio, il vivere in un ambiente ordinato, il recepire la relazione con l’altro come qualcosa di costruttivo, non come un gioco o come pura sensualità, no? O abbandono a… però il risultato è molto difficile riuscire a far passare queste cose, anche se io credo profondamente che… che siano poi le cose che costruiscono…

Risposta. Qui c’è questo aspetto… appunto che lei dice, questo aspetto… anche dell’ambiente intorno che, appunto, non sempre lo aiuta nel costruire la propria identità. Cosa vuol dire crescere, unità interiore? Non abbiamo più una risposta che è condivisa nell’ambiente esterno. Cioè, cosa vuol dire "vita buona"? Non c’è più solo una definizione ma ci sono tante definizioni, modelli di "vita buona". Questo porta difficoltà, perché poi anche l’educatore e il genitore si ritrova a volte da solo nel portare avanti il suo discorso. Però questo anche porta, per me, dico… la necessità di creare, però, nell’adolescente una tensione. Cioè, ci sono delle diversità di modelli, modelli di vita, vita ordinata, vita disordinata, tanti modi diversi di dire questa è la "vita buona"; secondo me l’adolescente deve rendersi conto che esistono dei modelli diversi e dovrà poi scegliere criticamente il suo, quando…

Ad esempio, prendiamo la vita affettiva: matrimonio. Adesso abbiamo tanti modelli di matrimonio, ma non solo la televisione! Nei nostri condomìni! Ci sono tanti modi diversi di fare famiglia. Lui dovrà fare una scelta affettiva, deve capire che sono modelli diversi e chiedersi: qual è il mio, qual è che scelgo? Però per potere arrivare a quella scelta lui deve anche vedere che ci sono delle diversità; cioè, in parole povere, secondo me, non essendoci più una uniformità educativa, dobbiamo creare… quel dissidio che c’è fuori (di modelli) l’adolescente lo deve provare dentro di sé, anche. Cioè: i miei dicono che si fa così; quegli altri… altri dicono che si fa in un altro modo. I genitori, garanti, dicono: "gli altri fanno in un altro modo; fare così per noi ha funzionato". L’adolescente prova dissidio, prova conflitto: "ma come? Mi trovo di fronte ad A e mi trovo di fronte a B". Deve rimanere in quel conflitto lì; non lo si può togliere quel conflitto. Cioè qui c’è una sofferenza ulteriore per l’adolescente, oggi, se vuole crescere: quella di sentirsi dire una cosa e altri che dicono esattamente il contrario. "Come si fa? Boh!", l’importante è che rimanga in questa confusione; ma non subita: "qui non ci si capisce più niente", ma una confusione che richiede una chiarezza.

Allora si abitua non a fare di tutte le erbe un fascio, ma si abitua a capire quello che è il grano, la zizzania, quello che è veramente buono da quello che non è buono; però per arrivare a quello bisogna che viva la tensione. Cioè, in parole povere, brutte, se vogliamo, noi qualche volta dobbiamo fare soffrire l’adolescente altrimenti si omologa, altrimenti si perde, altrimenti si svende al più potente; far soffrire, cioè che prendiamo posizione verso certi messaggi: questo sì, ma quello no. Perché é in un ambiente, in un paese armonico, dove tutti vanno in chiesa che allora si vive in armonia e basta, ma dove c’è la differenziazione bisogna anche che l’adolescente soffra: nella mia famiglia c’è un certo modo di agire che non è nell’altra famiglia. Questo lo porta ad una sofferenza. Purtroppo deve rimanerci in quella sofferenza perché deve abituarsi alla diversità.

Domanda. Anche quando è uno solo e gli altri sono tanti? Perché finché sono alcuni reggi per un po', poi...

Risposta. E’ chiaro che poi bisogna sempre… dosare, però secondo me anche in quel caso lì l’adolescente deve anche abituarsi ad avere la possibilità, anche… la sofferenza di questa solitudine; cioè, non perché vogliamo far soffrire, perché… è il togliere, diciamo, togliere il determinismo: "debbo sempre stare con gli altri", "devo sempre pensare come gli altri"; dire: "no, io a volte posso andare contro, posso stare da solo, posso essere solo", cioè avere…

Domanda. Quando il gruppo però è così forte è difficile…

Risposta. Eh, sì! Quando il gruppo è forte… è difficile. E’ lì che o lasciamo perdere o portiamo l’adolescente in una certa sua tensione, una tensione.

Domanda. Diventiamo impositivi poi, non so…

Risposta. Eh, sì, cioè gli neghiamo il positivo, certo, sì… sì… ma non è detto che sia però diseducativo, non è detto che sia diseducativo, perché comunque lui un domani si troverà in quella tensione, noi gliela anticipiamo, ché comunque deve fare delle scelte che lo differenziano in un qualche modo, deve differenziarlo, cioè deve essere sé stesso, lui deve essere lui, e quindi gli anticipiamo questo brutto appuntamento di trovarsi a volte solo, al di fuori degli altri; perché con noi forse lo può risolvere meglio che non un domani quando è da solo. Non so, ad esempio, il gruppo… debbono… tutti i sabati e domenica andare con il gruppo. Quello che è brutto non è tanto il gruppo, è "tutti i sabati e tutte le domeniche", il determinismo, cioè "c’è solo quello"; allora la mia vita è a senso unico.

Quello che invece è più una scelta educativa, più liberante, è che ci può anche essere un’alternativa al sabato e alla domenica; cioè non solo una carta da giocare (sempre con il gruppo), ma ne ho due: sempre con il gruppo e qualche volta da solo. Ma questo, però, crea una sofferenza nell’adolescente, che non riesce neanche a capire immediatamente. Perché se il genitore dice: "vai sempre con il gruppo, però domenica prossima andiamo via tutti insieme, quindi vieni anche tu" crea problemi, si crea una tensione in lui, ma questa tensione è importante crearla in lui; lo si priva di qualche cosa, perché quando è grande questa esperienza la ritrova, la ritrova inevitabilmente, basta che vada fuori dal suo piccolo mondo e si accorge che anche lui dovrà dire: "non posso" agli altri, "mi dispiace, ma non posso", e se non lo dice… non cresce bene.

C’è una frustrazione, se vogliamo, che di per sé però non è automaticamente negativa se, appunto, accompagnata da… non: "vieni con noi, basta! Punto e basta!", ma la capacità di sapere essere libero e non solo una cosa… avere due carte nella vita anziché una da giocare. E’ chiaro che lo capirà dopo degli anni.

Domanda. Approfitto ancora un attimo, chiedo scusa, solo per chiedere un’altra cosa, eh… per "servirmi" un po’ di lei. Poco tempo fa parlavo con Don Dossetti proprio di cose con mia figlia, che è adolescente, eccetera, e alla fine mi ha detto: va be’, devi leggerti i vangeli e guarda la pedagogia di Cristo nei vangeli. Me li sto rileggendo […] per una cosa che ha detto lei, la passione di quel genitore, tutto è stato fatto per amore, per passione totale che erano completamente gratuite, ma (e arrivo a "servirmi" di lei) c’è qualcos’altro nei vangeli…?

Risposta. Nel vangelo c’è lo spirito, quello, appunto, della logica del perdere la propria vita in nome mio, del fare della propria vita un dono a Dio, la logica della passione […], sì, però bisogna poi che il genitore lo medi (l’atteggiamento dei genitori – n.d.r.), lo concretizzi, lo traduca, alla propria situazione; cioè lì abbiamo "lo spirito con il quale" agire, però poi va concretizzato dal singolo genitore nella sua situazione; va attualizzato il vangelo. La linea pedagogica e la linea evangelica vanno di pari passo, perché se il vangelo è per l’uomo, l’indicazione che dà… il suo messaggio di vita… però va poi, come dire, sbriciolato nella vita concreta. Cioè, nel vangelo si dice, ad esempio, che si cresce anche attraverso la passione; il venerdì santo che precede la pasqua, però se io dico all’adolescente "il venerdì santo precede la pasqua" non lo capisce, bisogna che io glielo traduca: "domenica vieni con noi, ti arrabbierai… non vai con i tuoi amici, porta pazienza e poi vedrai che il lunedì non avrai l’esaurimento nervoso"; la grande tragedia non c’è stata, ecco è il messaggio evangelico che si cresce anche nella fatica.

Certo che credo che… questo aspetto della frustrazione, della croce, della sofferenza, questo qui è un aspetto che… oggi diventa un’esperienza sempre più importante da fare, e in un modo sempre più precoce, sempre più precoce, cioè che l’adolescente non può essere mantenuto in una situazione protetta troppo a lungo, deve provare differenza, deve soffrire, altrimenti la sofferenza lo uccide quando diventa grande. Per il lavoro! Non trova subito il lavoro, ed è una sofferenza. Vita affettiva: se è un ragazzo che vuole cercare liberamente una ragazza o viceversa, non la trova subito, e diventa difficile la vita affettiva. La sua autonomia gli risulta oggi difficile, proprio anche l’autonomia, diciamo così, economica; liberarsi, anche se lo vuole, dalla dipendenza economica dei genitori! Diciamo: caro mio, prima che tu sia in grado di pagare l’affitto da solo, di comprarti la casa, se non hai due genitori…

Cioè, queste situazioni lo possono soffocare. E’ per quello che, secondo me, prima deve provare anche una sofferenza; cioè, nella tensione non si muore, perché sennò se vive una situazione di tensione va per terra, casca giù; deve avere qualcuno che gli ha detto: "vedi, nella tensione non si muore. Sembrava che fosse una grande sofferenza, ma non sei morto!" Proprio perché non vivi in un contesto protetto, nel mondo adulto.

Domanda. L’adolescente – io ho una bambina di tredici anni – come genitore devo giustificarla perché è adolescente o invece devo andare avanti come genitore, come è la mia linea di educazione? Cioè, un esempio molto stupido: è sempre in disordine la sua camera. Dico: è intanto adolescente, lascia che la lasci in disordine! No, io tutti i giorni gli dico: tu devi mettere a posto la tua camera. Questo, ad esempio, per dire anche nella vita.

Risposta. Noi, il suo modo di agire, lo giustifichiamo; il suo modo di essere, appunto, in disordine nella sua camera non può che non essere così, diciamo. C’è anche l’adolescente che è ordinato, cioè è un modo di comportarsi caratteristico della sua età. Però, appunto, lei dice: ma io non lo posso lasciare lì, cioè complice, per cui aspetto. In questo punto, diciamo, non è ne autoritario ne autorevole ma è semplice complice: aspetta… Lei deve intervenire, però, giustamente, intervenire perché possa crescere, cioè attraverso l’ordine impari a crescere, però lì interviene nel giustificare il perché deve mettere in ordine. Dare una spiegazione, cioè una spiegazione di vita; che sia vitale, cioè che quell’ordine che lei pretende è un piccolo contributo al fatto che lei si ritrova meglio come persona, come adulta, come donna; perché al genitore non è che interessi tanto l’ordine. Ma perché lei dice: per me, ordine… cresce meglio. Ecco, perché cresce meglio una persona ordinata? E’ questo anche… la bellezza; l’ordine a che cosa serve per sua figlia? Per sua figlia, per lei, perché possa diventare più… più bella di quello che è. Allora bisognerebbe capire che l’ordine mi serve per diventare più me stessa, più bella di quello che sono.

Domanda. Ma non ci sono mica dei punti fermi dove io non devo dare una spiegazione, cioè: "è così, basta".

Risposta. No, l’adolescente non lo capisce, l’adolescente non lo capisce, non lo capisce proprio perché non ha ancora quella saggezza che lei ha raccolto dalla sua esperienza (e c’è arrivata pian piano), poi non lo capisce perché ha anche altre fonti che le dicono che nel disordine si vive bene, anzi si vive ancora meglio.

Domanda. Allora, i famosi "no" che bisogna dire ogni tanto, senza poi giustificarli più di tanto…

Risposta. Ah beh! … non è poi che dobbiamo giustificarli nel senso che noi dobbiamo dimostrare la verità oggettiva di quel "no". Cioè sono "no" che sono creduti, da noi. Cioè, non è che io ti debbo dimostrare che: "vedi, ci ho ragione io perché argomento uno, argomento due, argomento tre, quindi – conclusione – ci ho ragione", questa è la verità oggettiva. No, il "no" che è autorevole è: "io dico di no, rimane di no, ti ho spiegato perché è no e il no non diventa un sì", chiuso l’argomento (sorriso – n.d.r.). Ma perché chiuso? Non perché io son più forte di te, evidentemente, perché allora cadiamo nell’autoritarismo; perché in quello che dico ci credo, e siccome ci credo non me lo posso rimangiare. Ecco che allora questo "no" diventa importante, di insegnamento per l’adolescente. Questo diventa un punto fermo per lui. Il messaggio che ha mandato, il figlio non lo dimentica. Può trasgredire, eh, ma gli rimane qui. Vede la forza che dà il genitore? Perché il genitore, praticamente, con un no, dice un no motivato, mantenuto, ma perché "convinto di quello che dico", il figlio, nel suo progetto ha una sicurezza, non è lasciato in balìa di sé stesso, ha un punto al quale attaccarsi, e anche se lo rifiuta, quel punto lì però gli serve sempre come criterio: "faccio qualcosa che, però, è diverso da quello che crede mia madre", questo lo porta già a riflettere. Invece è in balìa di sé stesso quando dice: "faccio qualche cosa, contento io, contenti tutti", allora non ha più un criterio di valutazione. E il messaggio, quell’adolescente, quando si sente dire dal genitore – perché, appunto, non è costrizione – cioè, puoi diventare diverso… cioè, l’adolescente anzi deve a volte, può diventare diverso da noi, e sarà anche…, ma non senza di noi. Questo è il messaggio di sicurezza dell’adolescente. La tua strada passa attraverso di me, poi tu sarai diverso, ma i nostri sguardi non possono non incrociarsi.

Domanda. Volevo dire una cosa sola. Mi ha colpito molto quando lei diceva che bisogna cercare di incontrare il cuore del ragazzo, no? Di andare con la passione. Perché l’ho ritrovato molto nella mia esperienza, nel senso che (io ho due figlie che sono: una 16 e l'altra 14) quando, per dire, una di queste fa una mancanza grave, il mio istinto… il mio io subito… mi verrebbe da dire: adesso, "gli do giù a palate", nel senso di dire: adesso… non vai più fuori... cose così. Però, se io invece, ad esempio, gli faccio capire, parlandogli, ad esempio, non so… "mi hai fatto stare male", "io sono stato male… perché hai fatto questa cosa qui", il ragazzo, la ragazza, si sente come presa e allora, dopo, viene da me e mi dice: "scusa ho sbagliato tutto, lì ho sbagliato". Se però io chiudo come una porta e dico: "non esci per una settimana" è come se si frapponesse un muro, no?

L’altra cosa è che, secondo me, nella mia esperienza, che trovo molto importante, è quello che… i miei figli guardano innanzi tutto quello che per me è vero, cioè quello che io, come dire, seguo, o vedo di vero nella mia vita; anche se sembra che tutto vada dall’altra parte, è come se i figli guardassero lo stesso con la coda dell’occhio quello che il genitore fa, per cui anche se sembra di non fare assolutamente niente, che quello non serve a niente, serve moltissimo invece!

Risposta. Sì, sì. Il genitore rimane il punto di riferimento. Appunto, ed è quando il genitore si apre ("mi hai fatto soffrire"), si espone, eh… il figlio reagisce, non può non mettersi in discussione…

Domanda. Ma non è un ricatto, questo?

Risposta. No, no, è il genitore che esprime sé stesso.

Domanda. Basta che non arrivi però a "non fare questo perché mi fai soffrire".

Risposta. Ah no, no, certamente. Però è il genitore che giustifica il proprio intervento esprimendo, mettendo in gioco sé stesso; rivelando i suoi sentimenti, rivelando i suoi sentimenti, allora ecco che si apre. Come, lo stesso… il figlio, l’adolescente, dovrebbe fare la stessa cosa. Cioè quando si mette in dialogo, come obbliga noi a giustificare perché dobbiamo ubbidire ad un campanello della scuola, cioè come obbliga il genitore ad essere vero, trasparente, così anche l’adolescente deve essere chiamato in questo rapporto di verità, non può camuffarsi dietro a dei falsi argomenti, e allora lo responsabilizziamo; cioè, come il genitore non può "raccontar balle" all’adolescente, neanche l’adolescente può "raccontar balle" al genitore; debbono guardarsi negli occhi, e diventa un’intimità profonda quella; cioè, al di là di quello che abbiamo fatto "io ti espongo il mio cuore, ma anche tu mi tiri fuori il tuo cuore": è un rapporto affettivo alla pari con l’adolescente nel senso che il genitore si apre e cerca il contatto con il figlio nella stessa intimità.

Allora in quel senso, appunto, "mi hai fatto soffrire" diventa un aprirsi e il figlio non può rispondere con delle "balle", deve rispondere anche lui con delle verità che gli nascono dal cuore. Ché il nuovo rapporto affettivo con l’adolescente non ha più bisogno, diciamo, di carezze, di coccole e basta, ma di un altro tipo di affettività che lo porti ad andare al di là dell’apparato esterno, della verifica esterna; che lo metta a contatto con i propri sentimenti, i propri affetti, i propri sentimenti. Infatti è un tema che tratterete quello dei sentimenti e degli affetti…

Ché può sembrare, appunto, ricatto, ma dipende… è lo spirito col quale noi […]. Quando il genitore si apre, si espone, si ha sempre l’impressione che sia una forzatura, eh? Un ricatto: di per sé è solo un esercizio di un potere educativo, non è necessariamente un ricatto. Cioè, quando io mi avvicino all’altra persona e la educo, quindi cerco un po’ di abbracciarla, di plasmarla, sembra che sia una cosa non corretta – può diventare non corretta! – ma può essere anche un atto di amore.

Ad esempio: la maturità affettiva. Quante volte nelle scuole – quando, come consultorio familiare, ci chiamano nelle scuole – alle medie, sulla maturità affettiva, educazione sessuale… Tema dell’affettività: "cosa vuol dire per voi amare"; o "quali sono, per voi, le persone che maggiormente amate". Evidentemente: "la mia ragazza", "il mio amico"… cioè quelle persone che immediatamente sono degne di amore. E poi si chiede: "avete elencato queste persone che sono amabili; i vostri genitori sono amabili?". "Ci ho mai pensato!". Vedete come il ragazzo tende a chiudersi. Il rapporto affettivo, secondo me, è portarlo anche su quello. Queste domande: "io sono amabile per te? Ai tuoi occhi?" Cioè, come io genitore mi chiedo: "ma io ti amo? Ti voglio bene in un modo corretto/non corretto?", tu ti chiedi se mi ami in un modo corretto/scorretto? Queste sono iniezioni di ossigeno per l’adolescente; che possono, appunto, risultare ricatti, ma che in realtà sono… aprono l’adolescente ad una dimensione nuova della sua affettività. Tu dici che io ti faccio soffrire; tu non hai mai pensato che anche tu mi hai fatto soffrire. Questo non è ricatto ma è renderlo sensibile ad un mondo diverso dal suo, che non gli è però immediatamente… davanti ai suoi occhi, oggetto di considerazione.

Domanda. Secondo lei, a che età si conclude il periodo dell’adolescenza? Cioè, si sente dire da molte parti che questa età si è spostata molto in avanti; allora chiedevo a lei cosa ne pensa di questa idea e, se è vero questo, come si inserisce, che senso ha parlare di autorevolezza da parte dei genitori nei casi in cui, appunto, c’è un ritardo nella maturazione della persona?

Risposta. Sì, è vero, oggi si parla delle adolescenze prolungate… che… certamente non si può dire quando finisce, perché a volte non finisce mai… (sorriso generale – n.d.r.) … tutti adolescenti… eh sì! Cioè finisce quando la persona raggiunge quell’autonomia, cioè autonomia di carattere affettivo, di carattere relazionale, "si fa la sua vita", no, come si suol dire, si è costruito la sua vita. Però diciamo che questo oggi viene ritardato, però, di per sé, diciamo, c’è un’adolescenza ritardata per quanto riguarda i ruoli, cioè: ci si sposa più tardi, si esce di casa più tardi, si trova un lavoro definitivo più tardi, per quanto riguarda i ruoli, quindi il nostro modo di essere; ma non si può però rimanere nell’adolescenza. Cioè, nelle tappe della vita nessuno rimane bambino, perché è anche con il corpo che si va avanti. Nessuno rimane adolescente, perché c’è la tappa successiva… l’adulto che preme; gli anni passano. Come, ad esempio, c’è l’adulto, poi dopo c’è l’anziano, ma l’adulto non può sempre rimanere adulto, deve arrivare ad essere anziano, e così via.

Cioè, come ruolo rimaniamo adolescenti (uno può mantenersi in questo stato di non assunzione di responsabilità), però non si può rimanere dentro come adolescenti. Se si persevera in questa adolescenza, diventa un’adolescenza travagliata. Cioè, ad esempio, c’è il momento della contestazione, dicevamo prima; però se una persona insiste per tanti anni sempre ad affermare sé stessa tramite questa contestazione, diciamo: quello è un adolescente travagliato; cioè diventa uno polemico, che ha dei comportamenti adolescenziali. L’adolescenza è il momento del grande innamoramento, ma se uno però a vent’anni continua a seguire i grandi innamoramenti, sì, rimane adolescente, mah… non è che si prolunga qualche cosa che sta marcendo dentro ad una situazione, che si sta incancrenendo quella situazione lì.

Beh, è chiaro… più l’adolescente cresce, più abbiamo in casa dei figli adulti, e più il ruolo educativo diminuisce, eh? Perché più la persona raggiunge la sua autonomia e più il genitore si separa… Diminuisce nel senso che rispetta e riconosce che l’altra persona è capace di stare sulle proprie gambe; cioè, diminuisce nel senso che ci si differenzia; si differenzia, cioè non ha più bisogno di quella garanzia, di quel sostegno che il bambino, l’adolescente necessitava. Perché? Perché ha già una sua capacità di rispondere autonomamente al mondo, e allora il genitore si allontana, cioè il ruolo del genitore si affievolisce sempre di più, man mano che il figlio raggiunge la propria responsabilità.

Che però non vuol dire che l’adolescente che rimane in casa, e quindi che… verso il quale il genitore aveva una responsabilità, non vuol dire che gli torna a fare da mamma e da papà come quando era bambino (cioè gli porta il caffè a letto), perché allora si torna indietro. Cioè il ragazzo di vent’anni, venticinque, che vive in casa… diciamo, non posso trattarlo come suo fratello di diciassette anni perché si presuppone che abbia la sua maggiore autonomia, però non posso poi fargli da madre, non lo posso infantilizzare; cioè, è in casa ma in quanto adulto, non in quanto bambino in attesa di uscire.

Il fenomeno dell’adolescenza, si è ritardata, nei ruoli, sì, ma… nella necessità che la persona, però, si costruisca autonomamente la sua vita, quello non si può ritardare poi più di tanto.