Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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21.12.2008

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Domenica 21 dicembre 2008

IV di Avvento (B) – IV
S. Pietro Can.
Letture:
2Sam 7,1-5.8b-12.14.16
Sal 88:
«Il Signore è fedele per sempre.»
Rm 16,25-27
Lc 1,26-38

Chiesa di Mandriolo. Messa parrocchiale, ore 10.30.

Obbedienza della fede

« In questa domenica che precede immediatamente il Santo Natale la liturgia ci ha fatto leggere nel Vangelo una delle più belle pagine: l’annuncio, dell’Angelo a Maria, della nascita di Gesù. È, come dicevo ieri sera, tra le pagine più celebrate della liturgia del tempo, nell’anno liturgico, insieme alle “Beatitudini”. Ed è molto bello che siano queste due pagine ad essere lette e meditate, perché c’è, in certo senso, tutta la rivelazione qui: Dio che si è fatto uomo perché gli uomini, mettendo in pratica le beatitudini, vivano da figli di Dio.

E, tuttavia, io non sono qui a parlarvi, a commentarvi il Vangelo, che peraltro abbiamo commentato tante altre volte, ma a commentare i pochi versetti della lettera di San Paolo ai Romani. Lo dissi tempo fa: quest’anno, come anno liturgico, è dedicato a San Paolo perché ricorre il duemillesimo anniversario della sua nascita. Allora, dato che San Paolo è... un grande teologo – direi è il principale teologo che abbiamo avuto nel cristianesimo, quello che ci ha rivelato meglio il senso di quello che Gesù ha detto nel Vangelo – quando ci sarà San Paolo come seconda lettura, senz’altro io mediterò quella, ma direi, poi, anche sempre, quando ci saranno brani dell’Apocalisse o degli Atti degli Apostoli o di qualche altra lettera di Apostoli. Comunque quest’oggi c’è la conclusione della lettera ai Romani.

La lettera ai Romani è un grande trattato di teologia e qui ci sono messi gli ultimi tre versetti della lettera. In essi si dice: “... secondo la rivelazione del mistero avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei profeti, per ordine dell’eterno Dio”.
Cos’è questo mistero di cui parla San Paolo (e non ne parla solo qui, ma un po’ in tutte le sue lettere)? Cos’è il mistero? Il mistero è la comunicazione di qualche cosa di divino all’uomo. Quello è il “mistero”. Quindi verità, quindi vita, quindi grazia... ogni cosa che Dio comunica all’umanità è “mistero”.

E allora perché chiamiamo misteriose le cose che non si capiscono e bisogna credere e basta? Perché la luce che ci viene dall’alto è così grande che il nostro occhio non riesce a sopportarla. E allora il mistero è la comunicazione, certamente, di qualcosa che capiamo, ma poi rimangono delle cose che non riusciamo a capire. E questo ci porta all’obbedienza della fede, come dice qui. Ma fermiamoci un momento su Gesù Cristo che è la rivelazione di Dio. Cioè il Natale che viene celebrato non solo ricorda che il Figlio di Dio si è fatto uomo per scontare nel suo corpo il peccato dell’uomo, e darci, quindi, la grazia che è germe di vita eterna; è anche la celebrazione della pienezza della rivelazione di Dio, cioè: Dio aveva già cominciato a rivelarsi, anche semplicemente dalla natura, ma poi con i profeti, con Mosè prima e i profeti, ha rivelato qualcosa di se stesso, ha scoperto quello che noi non riuscivamo a vedere. La completezza, però, della rivelazione, l’abbiamo con la venuta del Figlio stesso di Dio nella carne umana.

È la completezza della rivelazione. Cosa vuol dire? Vuol dire che in Gesù Cristo c’è la risposta... – nella sua vita, nei suoi insegnamenti – c’è la risposta ad ogni perché noi ci poniamo: perché la vita, perché la morte, perché l’amore, perché la sofferenza... e qui c’è la risposta. Il Signore ha risposto a noi attraverso Gesù Cristo. Gesù Cristo, preso come uomo, è uno... limitato anche lui, però... più di così non poteva fare. Ha fatto in modo che il suo comportamento, le sue scelte, la sua dottrina rivelasse appieno Dio all’uomo. Perché Dio è apparso in forma umana.

Leggeremo il giorno di Natale il prologo di San Giovanni che dice: “Dio non l’ha visto nessuno. L’Unigenito che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato. Perché la legge è stata data per mezzo di Mosè ma la grazia e la verità vengono a noi per mezzo di Gesù Cristo”. Ecco la grande importanza, allora, che ha Gesù Cristo come rivelatore del Padre, come rivelatore del senso della nostra vita e di ciò che dobbiamo scegliere, come maestro di vita.

Anche nella Lettera agli Ebrei, scritta probabilmente da San Paolo, ci dice così (lo leggeremo anche questo il giorno di Natale): “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è assiso alla destra della Maestà nell’alto dei cieli”.
Avete sentito: è “irradiazione della sua gloria, impronta della sua sostanza”. Cioè, noi guardando lui vediamo Dio, in modo umano.

Ma... volevo farvi notare che la fine della lettera ai Romani, quei tre versetti che abbiamo letto e che voi avete davanti, è molto simile, quasi uguale, all’inizio della lettera. L’inizio della lettera ai Romani è questo: “Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore. ... e tra queste (genti) ci siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo. A quanti sono in Roma ...” eccetera, eccetera...

Allora, ci viene chiedere l’obbedienza della fede. È il secondo concetto o argomento sul quale volevo fermarmi un momento. L’obbedienza sia all’inizio della lettera che alla fine, San Paolo dice ai cristiani di Roma, e lo dice a noi quest’oggi, che Dio chiede a noi l’obbedienza della fede.

Ricordo – lo dissi ancora – che tempo fa, sul giornale Avvenire c’era l’articolo di un ateo, di uno che si professava ateo, ma aveva tanta nostalgia e invidia per la serenità di coloro che credono sul serio, ... “perché son sempre sereni, per loro tutto ha un senso, anche il dolore, anche la malattia, anche le disgrazie, tutto... come vorrei avere la vostra fede! Ma per avere fede – dice – ci vuole umiltà, è io non sono umile, non ho tanta umiltà, quindi non credo”.

Ecco, quando si dice umiltà si dice quello che ha fatto Gesù Cristo: Gesù Cristo da Dio si è fatto uomo; è nato in una stalla; ha vissuto poveramente, esercitando un mestiere materiale; è morto nudo su di una croce. Ecco cosa ha fatto il Figlio di Dio per noi.
Dice, nella Lettera ai Filippesi – sempre di San Paolo – dice: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”.

L’umiltà non consiste nel sentimento di incapacità di fronte ai doveri che ci dobbiamo assumere. Quando uno dice: – Nooo, ma io non riesco... non son capace... il tale, il tal altro... provi da loro, vedrà che loro... Oppure quando uno non vuole nessun incarico, nessun lavoro da fare, perché riconosce di essere un incapace, in lui agisce, indubbiamente, un senso di inferiorità, ma soprattutto in lui c’è molta pigrizia camuffata da umiltà. C’è della pigrizia, mica dell’umiltà.
L’umiltà ce l’ha colui il quale fa tutto quello che può, e anche di più di quello che può, se è possibile, però sa di essere limitato, è cosciente dei suoi limiti.

Noi tutti, soprattutto, dobbiamo essere coscienti della nostra creaturalità, cioè noi siamo delle persone create da Altri (da Dio). Non siamo infiniti, dobbiamo riconoscere che... che, anzi, i nostri limiti sono molto... molto limiti, proprio, e urtiamo contro questi limiti tutte le volte che tentiamo di fare qualcosa di più o di apparire di più di quello che siamo. Il Signore ci chiede questa umiltà.

Tutti noi cerchiamo la verità: la verità sui noi stessi, la verità sulla nostra famiglia, la verità nella politica, la verità nella Chiesa... cerchiamo la verità. Cioè, nessuno di noi è capace di cercare l’errore per l’errore. Tutti possiamo sbagliare, ma nessuno cerca l’errore: tutti cerchiamo la verità. Però non tutta la verità riusciamo a capire, anzi, sarà sempre una piccola parte, una piccola fetta di verità che noi riusciamo a cogliere nella nostra vita, fosse pure di cent’anni. E allora, dobbiamo ammettere che abbiamo bisogno di Uno che ci illumini dall’alto e ci dica realmente quello che noi siamo e quello che dobbiamo fare.

Ecco, Gesù non è solo la rivelazione, allora, di Dio all’uomo ma è anche la rivelazione dell’uomo all’uomo: di quello che è. E se noi comprendiamo questo, non ci sarà affatto difficile aderire a quello che Gesù ci ha insegnato, indubbiamente.

C’è qualcuno che ha scritto che l’obbedienza non è più una virtù. Però mi sembra di aver letto nella Lettera ai Filippesi – l’ho letta poco fa – che Gesù imparò ad essere obbediente “obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. Non c’è soltanto un Gesù povero, non c’è soltanto un Gesù buono, caritatevole, c’è anche un Gesù obbediente, e noi dobbiamo imparare questa obbedienza. Dobbiamo riconoscere i nostri limiti per aprirci più facilmente a quella verità e quella grazia che Gesù è venuto a portarci con la sua incarnazione. Così sia.

Sia lodato Gesù Cristo. »

 

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