7.10.2007

Liturgia - Prediche del Don
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Domenica 7 ottobre 2007

XXVII domenica del tempo ordin. (C) - III
B.V. Maria del Rosario
Letture:
Ab 1,2-3; 2,2-4
Sal 194: «Fa’ che ascoltiamo, Signore, la tua voce»
2 Tm 1,6-8.13-14
Lc 17,5-10

Chiesa di Mandriolo. Messa parrocchiale, ore 10.30.

« Gesù nel Vangelo è particolarmente esigente. Lo troviamo soprattutto esigente nel Vangelo di Luca che leggiamo quest’anno. Certo che la domanda degli apostoli a Gesù, quest’oggi – “aumenta la nostra fede” – sembra una domanda un po’ strana... perché la fede o la si ha o non la si ha. Se la si ha non può aumentare: uno aderisce, dà l’assenso alle verità che Gesù ci ha insegnato e amen. Se non la si ha, cosa aumenta...?

Questo però se noi concepiamo la fede come un atto della nostra mente, della nostra intelligenza che aderisce alle verità evangeliche. Ma la fede non è solo quello. La fede comporta che tutte le facoltà del nostro essere, della nostra vita siano a disposizione di Gesù. La fede è aderire completamente allo stile di vita che Gesù ci ha predicato col suo esempio e con la sua parola. La fede è arrivare ad avere un amore appassionato a Cristo, tanto da prenderlo come criterio per le nostre scelte.
Ecco perché il Vangelo di oggi mi sembra particolarmente enigmatico, in questa prima domanda degli apostoli a Gesù; ma poi dopo nell’esempio che fa Gesù; infine nella frase finale. E’ sempre un Vangelo di difficile interpretazione.

Gesù fa capire agli apostoli... non risponde direttamente... (almeno, non sappiamo se ha aumentato la fede nell’animo dei suoi discepoli), ma risponde con un esempio e dice che se avessimo fede come un granellino di senapa, e quindi una delle sementi più piccole che esistano, noi potremmo dire a questo gelso, a un albero... “sràdicati di qui e va nel mare” ed egli andrebbe. Matteo e Marco hanno “montagna” invece di una pianta (se dicessi a questa montagna: spostati di lì e va nel mare, andrebbe nel mare).
Quando dice questo, Gesù può anche intendere un fatto miracoloso per cui una pianta si sposta, si sradica da una parte e si mette da un’altra, ma credo che sia un’iperbole che Gesù usa per farci capire i grandi passi avanti, le grandi conversioni che noi potremmo fare, se avessimo fede. Perché, se per pregare bisogna avere fede, per avere fede bisogna pregare.

Noi possiamo pensare, ad esempio, a certe conversioni. Ve ne ricordo due.

Sant’Agostino. Un giovane dissoluto, ma quando si converte, si converte completamente a Cristo. Diventerà sacerdote, vescovo, dottore della Chiesa, monaco (gli agostiniani esistono ancora nel mondo, dopo milleseicento anni). Si dedica tutto a Cristo, si è innamorato di Lui. “Tardi ti ho conosciuto”, dice nel libro delle Confessioni.

Vi ricordo un’altra conversione, quella della Beata Teresa di Calcutta. A trentasette anni lascia il collegio in cui ella insegnava – un collegio per gente... da soldi – quindi faceva un’opera di carità perché è carità anche insegnare le verità, però ci sono tanti poveracci nella Calcutta d’allora e anche d’adesso... e allora cambia completamente: chiede ai superiori di andare fuori dal convento, di fare lei un convento nuovo di suore che sono dedite ai più poveri dei poveri; e vivrà per quasi cinquant’anni facendo quello. Facendo dei miracoli in un certo senso: più di cinquecento case inaugurate da lei durante la sua vita; più di cinquemila suore che fanno quello che faceva lei, senza contare i fratelli, i volontari che vanno, eccetera.

E’ un cambiamento totale, è un voltar pagina completamente. E forse gli apostoli avevano capito questo, perché nei versetti appena antecedenti al brano che noi abbiamo letto Gesù aveva detto di perdonare, di perdonare sempre e senza condizioni. Han capito gli apostoli che da soli non ce la facevano. Ecco perché dicono a Gesù: “Signore, aumenta la nostra fede”.

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Nella parte centrale del Vangelo, Gesù usa un paragone, un esempio che ci urta un po’, urta la nostra sensibilità attuale, però, vi faccio notare. Cioè, in una casa c’è un dipendente agricolo che va... sta tutto il giorno in campagna, oppure pascola il gregge, viene a casa la sera, stanco, sudato... e non è che il padrone gli dice: beh, mettiti a tavola e mangia e bevi qualcosa, così ti rifai le forze. No, gli dice: adesso, prima vai, ti togli i tuoi abiti, ti metti degli altri abiti e poi mi prepari da mangiare e da bere; quando avrò mangiato e bevuto io, dopo farai altrettanto anche tu.
Urta la nostra sensibilità questo, però vi faccio notare che Gesù per risolvere il problema della schiavitù aveva dato, aveva insegnato e continuava a insegnare dei princìpi fondamentali per il cambiamento della società. Ma in questo caso non è che Egli voglia lodare o giustificare la schiavitù; parte da un dato di fatto: allora i servi erano così, erano delle cose più che delle persone, in mano ai loro padroni. E allora Gesù fa questo paragone.

Fa questo paragone per insegnarci ad eliminare, nella nostra vita (se riusciamo sarebbe una gran bella cosa), la religione dei meriti.
Cioè, i farisei, allora, insegnavano che per andare in paradiso bisognava fare del bene e fuggire il male; e quante più opere buone facevi, tanto più si accumulavano dei meriti per te in paradiso. Un concetto di Dio, ragioniere contabile che tiene a dietro al dare e l’avere di ciascun uomo, di ciascuna creatura. Ma contiene – questa religione dei meriti – un egoismo sottile, perché se io faccio il bene per avere in premio la vita eterna (e vi faccio notare che anche molte preghiere liturgiche, purtroppo, fanno così, eh? “Purtroppo”: non purtroppo perché alla fin dei conti... il Signore di vuole dare il paradiso... Lo ringraziamo, tanto meglio...) però, ecco, non è che Gesù voglia condannare chi si impegna, chi fa il bene, ma dice...: voi siete quello che siete, siete dei servi. Il servo cosa fa? Ubbidisce al padrone, fa quello che vuole in padrone.

Gesù ha anche detto in altre occasioni che giudicherà tutti gli uomini secondo le loro opere, quindi le opere hanno un loro valore, sia ben chiaro, ma l’intenzione con cui facciamo delle opere buone, delle elemosine, delle preghiere, delle processioni... quello che è, deve essere quello di onorare Dio; deve essere il bene per sé stesso che ci attira a questo, non la ricompensa che poi riceveremo per il bene fatto. Quella, appunto, è la religione dei meriti. Quella era la religione che predicavano i farisei al tempo di Gesù. Quindi il Signore ci vuole distogliere da quello. Ecco perché conclude con quella frase: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare”, dove la traduzione, però, di “inutili” è un tantino esagerata, nel senso che, invece di “inutili”, si dovrebbe tradurre “semplici”, siamo dei semplici servi, siamo semplicemente dei servi, abbiamo fatto quel che dovevamo fare.

E qui mi permetto di farvi notare che quello che c’è di bene in noi – per quello che siamo, e anche per quello che facciamo – è opera di Dio, è dono di Dio. Se uno è intelligente, se uno e cristiano, se uno ha la voglia, il desiderio di cambiare, di essere più santo, di fare del bene, eccetera, è tutta opera di Dio questa. C’è anche il merito nostro, sia ben chiaro, non voglio dire con questo che tutto è opera di Dio soltanto. Però, mentre nel fare il bene è soprattutto opera di Dio, e noi dobbiamo solo dare il nostro assenso, nel senso di accettare quel disegno di Dio su di noi (però è tutto grazia di Dio), solo nel fare il male, il peccato, l’opera è nostra, perché lì noi andiamo contro la volontà di Dio, e allora quella è opera nostra. Un’opera buona che io faccio dovrebbe invece anzitutto dire che è opera di Dio. Da Lui dipende – dice San Paolo nella lettera ai Filippesi – da Lui dipende il volere il bene e il realizzarlo. Da Lui dipende, anche la volontà di fare il bene.

Ecco perché dice: quando avete fatto tutto voi dite siamo semplici servi, abbiamo eseguito quello che il Signore volva da noi, abbiamo fatto quello che voleva. Ma non guardare alla religione, alla bontà, alla generosità, alle elemosine che facciamo, unicamente in vista del premio che ci sarà dato. No, noi dobbiamo diventare come il Padre eterno il quale fa piovere sul campo del giusto e dell’ingiusto, fa brillare il suo sole davanti ai buoni e ai cattivi. Questo dovrebbe essere il nostro modo di agire.
Che il Signore ci aiuti e aumenti anche a noi la fede.

Sia lodato Gesù Cristo. »