30.9.2007

Liturgia - Prediche del Don
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Domenica 30 settembre 2007

XXVI domenica del tempo ordin. (C) - II
S. Gerolamo
Letture:
Am 6,1a.4-7
Sal 145: «Beati i poveri in spirito»
1 Tm 6,11-16
Lc 16,19-31

Chiesa di Mandriolo. Messa parrocchiale, ore 10.30.

« Abramo rispose: «Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita - risponde al ricco epulone - e Lazzaro parimenti i suoi mali. Ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti» ”.
Se pensiamo che questo voglia dire che c’è un perequazione - chi è stato bene prima starà male dopo; chi è stato male prima starà bene dopo - se pensiamo, cioè che la religione serve per dare consolazione a chi soffre, con la speranza che, in un domani, dopo la morte, ci sarà per lui consolazione, siamo nel torto: la nostra religiosità o il concetto di religiosità che abbiamo sarebbe veramente l’oppio dei popoli, come ha scritto Marx e come han pensato e pensano tutti i marxisti.
Il significato non è quello.

Piuttosto, il Signore Gesù con questa parabola ci fa capire, anzitutto, come sia vero quel detto volgare che dice: «Pancia piena non pensa a pancia vuota». Questo è avvenuto nel passato e avviene tuttora.
Noi abbiamo più del necessario per vivere, ma sappiamo benissimo che ogni tre secondi - ogni tre secondi - un bimbo muore di fame o in seguito alla denutrizione. Sicché come diceva già Paolo VI° nella «Populorum progressio», noi ormai sappiamo, non potremo più dire davanti al tribunale di Dio “non sapevamo” o “non potevamo”; potremo solo dire “non volevamo”, non abbiamo voluto venire incontro a queste gravi necessità, che sono le prime necessità fisiche: quelle del cibo, della medicina, eccetera.
Questo è certamente il primo significato che noi possiamo dare a questa parabola del Signore.

Ma ce n’è un altro (di significati) che secondo me era quello più inteso da nostro Signore Gesù Cristo, che dice questa parabola ai farisei. I farisei - voi sapete - erano una setta molto ligia alla legge, osservantissimi... ma si credevano tanto giusti, tanto superiori agli altri che disprezzavano gli altri. Ebbene, cosa dice, come va a finire il racconto della parabola?

Il ricco epulone chiede ad Abramo - se non può avere un conforto lui - di mandare Lazzaro dai suoi fratelli che sono sulla terra dicendo come stanno le cose realmente, in modo che non debbano venire anche loro in questo luogo di tormento. E Abramo risonde: “ «Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro» ”.
Con “Mosè e i profeti” - o la legge e i profeti - s’intendeva tutta la Bibbia. Cioè: hanno la Bibbia, ascoltino la Bibbia, leggano la Bibbia, meditino la Bibbia, e certamente non cadranno in questi errori.
E il ricco epulone risponde: “ «No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro si ravvederanno». Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi» ”. E difatti Cristo è risuscitato dai morti ma non gli hanno creduto, non hanno voluto credergli. Perché a loro faceva comodo ormai vivere nella tradizione... i posti di potere religioso occuparli loro... e fatto sta che non gli hanno creduto (a Cristo); l’hanno dileggiato, l’hanno deriso, hanno voluto la sua condanna a morte, ma non hanno creduto a Lui neanche quando è risorto.

Allora, c’è una comunione di beni che dobbiamo fare.

Cioè per quanto riguarda il primo significato - quello della fame fisica - dobbiamo riconoscere che il massimo della virtù della povertà (intendo povertà cristiana) è quello di farci poveri coi poveri; è quello di condividere la povertà degli altri, e che essi condividano le nostre ricchezze.
La condivisione - l’agàpe, in greco - è la carità vera, ed è quella che ha avuto Gesù per noi, il quale da ricco che era si è fatto povero per arricchire noi con la sua povertà.
La povertà che veramente edifica i miscredenti, coloro che credono poco o non credono per niente, è proprio quello di diventare poveri per amore degli altri: una Madre Teresa di Calcutta e i missionari sono molto più ammirati che non noi che viviamo nell’Occidente, nel mondo ricco. Perché? Perché, appunto, hanno rinunciato a tutto e si sono fatti familiari dei poveri della Terra.

Ma c’è anche l’altro aspetto, quello più spirituale, la miseria spirituale. E allora qui dobbiamo ricordare che noi dobbiamo avere il coraggio delle nostre idee, sempre.
Io credo che una cosa che dobbiamo fare sia quella di unirci a... contrastare, contestare il modo come viene usato quel... mezzo di comunicazione che è la televisione.
Io vedo che alle volte ci sono delle cose oscene, volgari... la volgarità nelle parole e nelle azioni è diventata “cultura”; ci si è livellati al minimo comune denominatore. Si sperava, quando è nata la televisione, che questa avrebbe servito ad elevare anche quelle popolazioni - contadine, operaie, analfabeti... - che forse conoscevano poco, e le avrebbero elevate, e invece no: è stata la cultura che si è abbassata fino... al livello degli scaricatori di porto.

E allora credo che noi dobbiamo avere il coraggio di contestare questo e di annunciare la nostra fede davanti a tutti. Solo questo coraggio sarà una dimostrazione credibile della nostra fede e della resurrezione di Gesù. Così sia.

Sia lodato Gesù Cristo. »