20.8.2006

Liturgia - Prediche del Don
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Domenica 20 agosto 2006

XX domenica del tempo ordinario (B) – IV
S. Bernardo abate
Letture:
Pr 9,1-6
Salmo 33:
«Ai tuoi figli, Signore, prepari un convito di festa.»
Ef 5,15-20
Gv 6,51-58

Domenica 20 agosto 2006 (messa parrocchiale, ore 10.30)

Dal rito di introduzione

« Una storia ebraica narra di un rabbino saggio e timorato di Dio che una sera, dopo una giornata passata a consultare libri delle antiche profezie, decise di uscire per la strada a fare una passeggiata distensiva. Mentre camminava lentamente per una strada isolata, incontra un guardiano che camminava avanti e indietro con passi lunghi e decisi davanti alla cancellata di un ricco podere.
– “Per chi cammini tu?”, chiese il rabbino incuriosito.
Il guardiano disse il nome del suo padrone, poi subito dopo chiese al rabbino:
– “E tu, per chi cammini?”.
Questa domanda conclude la storia. Si conficcò nel cuore del rabbino. “E tu, per chi cammini?”.

E io, per chi cammino? Per chi sono tutti i passi e gli affanni di questa giornata? Per chi vivo? Colui che mangia di me, vivrà per me? Vivere per Lui – Gesù – che conosce il cuore dell’uomo, sa che è un cuore assetato di infinito e un cuore fatto per ideali grandi. Per questo ci fa dono di sé stesso: perché possiamo vivere per Lui e come Lui. E’ dalla comunione con Lui che nasce la vita nuova, una vita donata a Dio e ai fratelli che Dio mi mette accanto. »

Riconosciamo che non abbiamo celebrato sempre con grande fede l’Eucaristia; non ci siano avvicinati alla Comunione per un amore appassionato a Cristo. Delle nostre negligenze e della nostra sciatteria cominciano a chiedendo perdono al Signore.


La predica

Plinio il giovane – uno storico, uno scrittore, noi diremmo oggi un giornalista, vissuto al tempo dell’impero romano – all’inizio del secondo secolo era governatore della Bitinia e ricevette dall’imperatore Traiano questa raccomandazione:

– Informati sul culto che rendono i cristiani, perché sento delle brutte voci a loro riguardo: essi mangiano carne umana, carne del Figlio dell’uomo – dicono – cioè dei bambini; non vorrei che ci fosse dei riti da cannibalisti in questa nuova setta, perché allora dobbiamo reprimerli.
E Plinio il giovane ha fatto il suo dovere: è andato alcune volte (essendo il governatore poteva farlo) alle celebrazioni dei cristiani, e scrive a Traiano:
– “I cristiani si raccolgono al mattino presto di un giorno fisso della settimana per cantare lodi a Cristo come se fosse Dio. Poi leggono i loro libri sacri che raccomandano di non commettere ingiustizie, scorrettezze, inganni, frodi verso il prossimo... ma di agire sempre correttamente. Quindi mangiano anche il loro cibo che, checché se ne dica, è un cibo molto frugale, semplice, ordinario, comune”.

Indubbiamente, penso, quei Giudei che si sono chiesti a Cafarnao, quando Gesù faceva il discorso del pane di vita e comincia a parlare, come avete sentito, decisamente dell’Eucaristia (quando dice: “Questo è il pane che io vi darò, la carne del Figlio dell’uomo”), capiscono che non è più solo una metafora come quando prima parlava che egli era il pane divino disceso dal cielo, cioè colui che era capace di soddisfare le esigenze profonde dell’animo umano: di verità, di libertà, di amore, di gioia, di vita...; capiscono che sta parlando concretamente, e allora avranno pensato quel che ha pensato l’imperatore Traiano: ma... costui sta diventando pazzo..., come può costui darci la sua carne da mangiare?

Gesù risponde e non risponde: non dà spiegazioni, anzi carica la dose e dice qualcosa di ancora più duro, crudo, ripugnante: oltre la carne sua bisogna anche bere il suo sangue; e lo dice con due frasi, una negativa e l’altra positiva:

Dobbiamo stare attenti, perché nel discorso di Gesù ci sono delle espressioni che possono apparire ambigue. Mi spiego. Domenica scorsa abbiamo sentito da Gesù queste parole: – “Chi crede ha la vita eterna”. E quest’oggi, nel brano di oggi, sentiamo: – “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Attenti che questa seconda frase non elimina, non esclude l’altra, quasi che si potesse avere la vita eterna semplicemente mangiando la carne del Figlio dell’uomo, cibandoci dell’Eucaristia; e nello stesso tempo sarebbe sbagliato anche credere di poter avere la vita eterna semplicemente credendo, basandosi sulla fede soltanto.

Sono sbagliati ambedue gli atteggiamenti:

Ecco, sono sbagliati ambedue questi atteggiamenti. Ci vuole questo e quell’altro.

Perché ci vuole anche la celebrazione dell’Eucaristia e la comunione eucaristica?
Perché Gesù, venendo al mondo, è diventato il mediatore, nella sua umanità, tra Dio e l’uomo, tra la santità di Dio e l’uomo peccatore; è lui che, sacrificando la sua umanità, ripara il nostro peccato; è lui che, risorgendo, ci dà la partecipazione alla vita divina, alla gloria eterna di Dio. Ecco perché per tre volte, nel discorso riportato al capitolo VI° di Giovanni, Gesù aggiunge sempre “e lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

Egli sapeva, istituendo l’Eucaristia, anche se l’ha istituita appena prima della sua passione e morte, che poi i suoi discepoli, i cristiani, avrebbero celebrato l’Eucaristia dopo la sua risurrezione; e quello che noi riceviamo nella Comunione è il suo corpo glorioso, è un seme di immortalità, è una caparra di vita eterna e di resurrezione finale, gloriosa, alla stregua di lui. Perché è lui, è la sua umanità che deve essere il mezzo perché l’uomo raggiunga Dio.

Gesù, istituendo l’Eucaristia (non sapevano quei Giudei che un anno dopo avrebbe istituito l’Eucaristia sotto le specie del pane e del vino, quindi qualcosa di molto più appetibile che non la carne cruda e il sangue), istituendo l’Eucaristia, Gesù vuole in qualche modo continuare, perpetuare la sua opera di creatore. Cioè anche nella vita naturale l’espressione più profonda, più vera dell’amore avviene nella congiunzione dei corpi tra due persone che si vogliono bene (nel matrimonio), e poi avviene anche nella maternità quando un bimbo cresce nel grembo materno, addirittura dentro alla madre. Ed egli ha istituito l’Eucaristia per poter penetrare col suo corpo nel nostro corpo: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimore in me e io in lui”. E nel discorso che farà subito dopo l’istituzione dell’Eucaristia, voi ricorderete che ha l’immagine, la metafora della vite e dei tralci. Nel narrare quella parabola, o quella metafora, egli per undici volte dice: “rimanete in me e io in voi” ... (“perché come il tralcio, se staccato dalla vite, non può portare frutto, così voi, se non rimanete in me, non potete far nulla.”).

Cioè, questo ci dice anche una cosa: che coloro i quali si affidano alla pura fede potrebbero anche arrivare a credere che in fondo la salvezza se la procurano loro. L’espressione più alta, infatti, del nostro spirito, dell’animo umano, è la volontà libera, e la fede, l’atto di fede è anche un atto di adesione libero, è dono di Dio ma è anche un atto di adesione nostra; allora potrebbero mettersi in testa che sono loro a salvarsi attraverso questo atto di fede. Invece l’accettare che attraverso l’Eucaristia noi ci salviamo, abbiamo la vita eterna e, domani, la resurrezione finale e gloriosa del nostro corpo, vuol dice accettare che c’è un mediatore tra noi e Dio, e la salvezza ci viene da Gesù, non da noi.

Dice infatti Gesù: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me”. Questa particella “per” – nel greco “dia” – esprime un complemento di mezzo, non di fine, come ha detto il foglietto che abbiam letto all’inizio. E’ bello anche pensare che sia il fine, nella nostra vita, Gesù, però l’interpretazione più esatta, l’interpretazione più vera di questo passo è che come Gesù ha ricevuto la sua vita dal Padre, così noi la riceviamo dalla sua umanità, dalla sua carne, dal suo sangue che riceviamo, quindi viviamo per mezzo di lui: “Colui che mangia di me vivrà per me”.

Certo, ricordiamo sempre la grande importanza che noi andiamo all’Eucaristia con grande fede e con grande amore a Gesù che si dona a noi. Nell’Eucaristia Gesù dimora in noi e noi in lui, cioè diventiamo pian piano membra sempre più vere del suo corpo. Ma questo avviene se noi ci accostiamo con fede.

Sia lodato Gesù Cristo. »