27.2.2005

Liturgia - Prediche del Don
Stampa

Domenica 27 febbraio 2005

III domenica di Quaresima (A) – III
S. Leandro
Letture:
Es 17,3-7
Salmo 94:
«Fa' che ascoltiamo, Signore, la tua voce.»
Rm 5,1-2.5-8
Gv 4,5-42

Domenica 27 febbraio 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)

« Ragazzi, che cosa abbiamo letto nella prima lettura oggi? ...

[pausa di silenzio – n.d.r.] ...

Dalla vostra risposta si direbbe che non abbiamo letto niente... Che cosa abbiamo letto?

[un bambino risponde – n.d.r.] ...

[Don Giancarlo – n.d.r.] Che cosa? ...

[il bambino ripete – n.d.r.] ...

[Don Giancarlo – n.d.r.] Eh, abbiamo letto un brano del libro dell’Esodo, di Mosè, col popolo ebraico, che dall’Egitto sta camminando verso la terra promessa; debbono ancora arrivare al monte Sinai e, dopo avere attraversato il Mar Rosso, hanno brontolato contro Mosè perché non avevano da mangiare. Erano in tantissimi, circa seicentomila persone, ma dar da mangiare a seicentomila persone in un deserto non facile; è il Signore ha provveduto mandando la manna dal cielo, eh? E poi ha mandato anche delle quaglie, in modo che avessero anche la carne da mangiare. Dopo un po’, però, di nuovo contestano Mosè e dicono: "Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per fare morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?" (ecco il fatto che noi abbiamo letto quest’oggi, eh? Vi ricordate? Abbiamo letto questo).

La sete: beh, bere in un deserto è ancora meno facile che mangiare, eh? Indubbiamente! È difficile trovare un rigagnolo d’acqua nel deserto. Ogni tanto qualche oasi c’è, però... insomma... è difficile.

Vi voglio raccontare un fatto che mi è stato raccontato da un missionario saveriano. Era stato cacciato, allora (siamo alla fine degli anni ’quaranta, i primi anni ’cinquanta, perché andiamo indietro più di cinquant’anni fa) era stato cacciato dalla cina, insieme ad altri due missionari, dal governo di Mao–Tse–Tung che era in Cina allora; e hanno cercato di attraversare il deserto del Sin, per giungere verso l’Afganistan, per dire, insomma, e scappare dalla guardie di Mao–Tse–Tung. Dopo due o tre giorni di cammino nel deserto... hanno sete, hanno sete, hanno sete che non ne possono più; trovano finalmente una caverna; le pareti della caverna erano attraversate come da un velo d’acqua, appena appena; si sono buttati contro le pareti... a leccare queste pareti..., e andavano a turno, uno stava dietro a spingere gli altri due bene, contro la parete, per avere il fresco, essere ristorati da questa umidità che scendeva dalla roccia.

Poi riprendono il cammino. Passano altri due o tre giorni e sono sfiniti; credono proprio di dovere buttarsi per terra, in mezzo alla sabbia e morire, offrendo la loro anima a Dio... quando uno ha l’impressione che là in fondo ci sia... ci siano come degli alberi; e gli altri dicono: "Ma è un miraggio". "Beh, proviamo ad andare". Man mano che si avvicinavano vedevano che c’erano davvero degli alberi, quindi doveva esserci dell’acqua; e infatti trovano: era uno stagno d’acqua, quindi acqua piuttosto sporca, se non putrida, e ci si sono buttati dentro, ci si sono rotolati, dentro, gongolando di ricevere questa bell’acqua sporca, dentro di loro, e hanno idratato il loro corpo.

È un’esigenza grande l’acqua? È un’esigenza grandissima, eh? È un’esigenza assoluta. Senz’acqua non si riesce a vivere. La mancanza d’acqua è un fenomeno che esiste anche oggi, secondo voi, bimbi? C’è della gente che è senza acqua potabile? ... Sì. Hanno calcolato che sono circa milleduecentosettanta i bambini – parlo dei bambini, senza contare gli adulti – che ogni ora muoiono di fame o di sete. Quindi, in capo a una giornata, sono oltre trentamila; in capo a un anno sono oltre dieci milioni di bambini che muoiono di fame o di sete.

Secondo voi, bimbi, abbiamo ragione, noi, a lamentarci perché l’Italia è cresciuta – notate: è cresciuta, non è calata – è cresciuta nel P.I.L. (nel prodotto interno lordo) solo dell’uno virgola uno percento, e quindi è stata al di sotto della media europea (che sarebbe l’uno e sei percento)? Finché noi produciamo solo per noi stessi – giustamente, anzitutto, dobbiamo provvedere a noi stessi – ma non abbiamo in mente che ci son dei popoli che, per fame, per sete, o per mancanza di medicine, muoiono, noi non risolveremo i problemi del mondo e lasceremo che tanti bimbi innocenti muoiano di fame, o di sete, o di malattia.

C’è qualcuno che ha cercato di provvedere. Ad esempio, quando c’era Vittorione: Vittorione era un missionario... mi sembra di Piacenza... ha lavorato molto, comunque, nella diocesi di Piacenza; e poi è andato nel Sudan meridionale e, con l’aiuto di tanti industriali e persone buone di quassù, ha costruito centinaia di pozzi artesiani e ha dato l’acqua a quelle popolazioni che sono tra le più stremate da questo bisogno di acqua. C’è, quindi, della gente buona che sa provvedere. Leggevo, credo, ieri su "Avvenire" o su "la Libertà" che una coppia di sposi del trevigiano, di un paesino del trevigiano, ha cominciato a raccogliere medicine da mandare nei paesi che hanno assolutamente bisogno, appunto, di medicine. L’anno scorso – hanno messo sotto farmacisti, medici, giovani, gente varia del paese – l’anno scorso son riusciti a mandare trentadue cassoni di medicine, per un valore di oltre tre milioni di euro. Pensate una coppia cosa è riuscita a fare.

Se ci fosse buona volontà noi potremmo risolvere i problemi del mondo. Se ci stanno a cuore, questi problemi. Eh?

Gli Ebrei cosa han fatto contro Mosè e contro Dio quando son rimasti senza acqua? ... Han fatto una dimostrazione... uno sciopero... han pregato, han fatto una veglia di preghiera per avere l’acqua...? Hanno fatto qualcosa o han lasciato che le cose andassero così? Si son lamentati?

[alcuni bimbi rispondono – n.d.r.] Sì, sì.

[Don Giancarlo riprende – n.d.r.] Sì, si son lamentati.

[Un bimbo sembra voler dire qualcosa – n.d.r.]

[Don Giancarlo] Di’ pure, di’ pure, Riccardo... Non dici niente? Allora niente, dico io. È giusto lamentarsi con Dio?

[Un bimbo risponde – n.d.r.] No.

[Riprende Don Giancarlo] No? Siete d’accordo anche voi che non è giusto lamentarsi con Dio? O siete d’accordo che bisogna lamentarsi? In un salmo, il salmista dice: "Signore, svegliati! Perché dormi? Vieni in mio aiuto". Ci si può lamentare con Dio? ... Sì. Sì. Dobbiamo supplicarlo, pregare ed eventualmente anche lamentarci con lui, se ci sono delle situazioni che noi non riusciamo a risolvere: capita uno tsunami... o un terremoto..., vero, noi preghiamo il Signore che venga in nostro aiuto. Lo possiamo fare? Lo dobbiamo fare? Sì.

Dov’è che hanno sbagliato questi Ebrei? Perché hanno contestato Mosè e, attraverso Mosè, hanno contestato Dio. Io vi faccio notare che Dio aveva già operato in Egitto con le famose piaghe d’Egitto – no? – per quel popolo; li aveva fatti attraversare il Mar Rosso a piedi asciutti; aveva provveduto a loro con la manna e le quaglie... Dovevano dubitare della bontà e della provvidenza di Dio a loro riguardo? Dovevano, secondo voi? No. Dovevano avere più fiducia nella provvidenza di Dio; pregare Dio, ma senza contestare, senza contestare Mosè, e senza tentare il Signore. Dicono: "Il Signore è in mezzo a noi sì o no?", son diventati cattivi! Eh?

Notate che questa contestazione – infatti Massa e Meriba vogliono proprio dire questo: contestazione e tentazione – notate che questa contestazione ha portato danno anche a Mosè. Dice il salmo 105: "Lo irritarono" – irritarono Dio – "anche alle acque di Meriba e Mosè fu punito per causa loro, perché avevano inasprito l’animo suo ed egli disse parole insipienti". Non sappiamo che parole insipienti abbia detto; qui nel testo dell’Esodo dice semplicemente: "Se non provvedi, Dio, questi qui mi lapidano, una volta o l’altra", eh? Quindi non sono ancora parole insipienti, ma molto probabilmente avrà maledetto il giorno in cui ha accettato da Dio di condurre fuori dall’Egitto quel popolo; e allora Dio l’ha castigato. Sul monte Nebo, che sta di fronte a Gerico, al di là del Giordano, dice il Signore a Mosè: "Tu morirai qui, perché tu e il tuo fratello Aronne non avete santificato il mio nome alle acque di Meriba", cioè avete disonorato il mio nome, non avete creduto neppure voi nel mio amore, nella mia misericordia.

Apparendo a Santa Faustina Kovalska, il Signore, negli anni ’trenta, disse proprio questo: "il peccato che più mi offende è la mancanza di fiducia nel mio amore e nella mia misericordia". Noi dobbiamo credere all’amore di Dio, ed eventualmente pregarlo; senza arrivare a imprecare contro Dio, a bestemmiare contro Dio per i mali che ci capitano, sapendo che Iddio, anche quando ci fa capitare dei mali, fa sì che tutto si volga al bene per noi.

Volevo aggiungere un’altra cosa. La sete è diventata metafora, simbolo, di altri desideri. Avete mai sentito dire: si ha sete di pace..., di tranquillità, di sicurezza..., di salute, di amicizia, di amore...? Si ha sete di Dio. C’è un salmo che dice: "Ha sete di te, Signore, l’anima mia. Quando verrò e vedrò il tuo volto?"; e un altro salmo dice: "Signore, di te ha sete l’anima mia, come terra deserta, arida, senz’acqua", cioè la nostra anima senza Dio è come il nostro corpo senz’acqua. Noi abbiam bisogno di Dio. La sete maggiore che noi abbiamo è quella di Dio; ce lo diceva anche il foglietto che abbiam letto all’inizio della messa, se voi siete stati attenti, eh? Noi si corre, si corre, in cerca di chissà che cosa, mentre ci è stato donato Gesù; e in lui dobbiamo riconoscere che le nostre pene e le nostre gioie, i nostri fallimenti, i nostri successi, le nostre sofferenze e le nostre soddisfazioni... tutto trova risposta in Gesù. Anche per questo è mirabile, sapete, il vangelo: perché riesce a rispondere a tutte le grandi esigenze dell’uomo.

Ecco, aver sete di Gesù allora vuol dire mettersi lì e... mangiare quel pane (perché non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio), mangiare di quel pane che è la parola di Dio: il vangelo, tutti i giorni qualche minuto dedicato al vangelo in modo da... assimilare Gesù, da... bere, diciamo così, a questa fonte che è Gesù.

Sapete che... mi dimenticavo di dirvi una cosa: San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, parla degli avvenimenti degli Ebrei durante il cammino nel deserto del Sinai e, tra le altre cose, dice questa: "tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li seguiva, e quella roccia era il Cristo". Ci svela, quindi, un’altra cosa San Paolo: che anche per quelli che hanno contestato contro Mosè e contro Dio, c’è stato anche il saziare una sete spirituale. Cioè, la grazia santificante, rappresentata da quell’acqua viva di cui parla Gesù nel vangelo di oggi – no? – cioè che zampilla per la vita eterna, quindi la grazia santificante che diventa vita eterna per noi, c’è stata anche per loro, in antecedenza: è stato Cristo la roccia da cui è sgorgata quell’acqua, anche per quelli che son vissuti prima di lui.

Allora, ecco, noi ricordiamo quelle parole del Cardinal Ratzinger nel funerale di Don Giussani (è morto Don Giussani questa settimana, la settimana passata, appena passata; Don Giussani è il fondatore di "Comunione e liberazione", un movimento molto importante nella chiesa oggi, e c’è stato il funerale a Milano, trasmesso anche dalla televisione), il Cardinal Ratzinger ha tenuto l’omelia; tra altre cose ha detto questo, ricordiamolo: non dimentichiamo che senza Dio non si costruisce niente di bene, e che Dio rimane enigmatico, se non riconosciuto nel volto di Cristo.

Che il Signore ci faccia apprezzare quest’acqua viva che ci ha dato attraverso Cristo.

Sia lodato Gesù Cristo. »