7.11.2004

Liturgia - Prediche del Don
Stampa

Domenica 7 novembre 2004

XXXII settimana del tempo ordinario (C) – IV
S. Vincenzo Grossi
Letture:
2 Mac 7,1-2.9-14
Salmo 16:
«Ci sazieremo, Signore,
contemplando il tuo volto.»
2 Ts 2,16 - 3,5
Lc 20,27-38

Domenica 7 novembre 2004 (messa parrocchiale ore 10.30)

« I sette fratelli maccabei, di cui abbiamo letto nella prima lettura, a parte la loro grande testimonianza, il loro martirio, credevano nella resurrezione quasi come una rianimazione del corpo attuale. Per inciso, faccio notare che l’ultimo dei quattro di cui parla la lettura liturgica, ma tutti sette han testimoniato la loro fede nella resurrezione, il quarto dico, dice al re Antioco IV° Epifane: "Per te la resurrezione non sarà per la vita", quindi ci sarà una resurrezione anche per lui, ma una resurrezione di condanna, e in questo coincide perfettamente col pensiero di Cristo il quale, in una diatriba al tempio, dice proprio questo: "Verrà il giorno in cui tutti coloro che giacciono nel sepolcro udranno la voce del figlio di Dio e risorgeranno: chi fece il bene per una resurrezione di vita, chi fece il male per una resurrezione di condanna". Chiusa la parentesi.

Qual è il tipo di resurrezione che si attendevano (e come loro, anche i farisei del tempo di Gesù)? Pensavano a una vita nel corpo fatta con tutte le attività tipiche del nostro corpo oggi: il mangiare, il bere, il dormire, il divertirsi... Anche – dicevano i rabbini dei farisei – anche la vita coniugale riprenderà.

San Luca fa entrare in campo, in questo brano del vangelo che noi abbiamo visto, un’altra setta di cui finora Luca non aveva parlato: una setta religiosa e politica chiamata i sadducei. I sadducei normalmente erano persone molto facoltose e ricche, conniventi con l’occupazione romana nel territorio d’Israele, conservatori, non credevano affatto nella resurrezione perché – dicevano – la torà, la legge, i primi cinque libri della bibbia, non ne parla affatto; ed essi ritenevano veramente sacri, cioè ispirati da Dio, solo i primi cinque libri della bibbia: la torà, quindi si opponevano all’idea dei farisei e della gran parte della popolazione che, invece, ormai da due secoli perlomeno credeva nella resurrezione dei morti. I sadducei allora si accorgono che anche Gesù parla della resurrezione e, ancora più spesso, parla della vita eterna, dice che dono di Dio è la vita eterna agli uomini.

Essi, che invece pensano che con la morte tutto finisce, raccontano questa storiella strana a Gesù, una storiella che noi troviamo anche nel ta[...] e che essi, appunto, raccontavano ai farisei e a tutti coloro i quali credevano nella resurrezione dei morti. I farisei, quando sentivano questa storiella, farfugliavano qualcosa, poi se ne andavano tra i sorrisi divertiti degli astanti, naturalmente. Non è così per Gesù. Gesù non è sconvolto per niente da questa obiezione che gli fanno riferendosi alla legge dell’evirato, che stabiliva – che avete sentito anche dal vangelo – che se uno moriva senza figli, se aveva un fratello, questi doveva congiungersi con la vedova del fratello e darle una discendenza. E così, uno alla volta, i sette fratelli muoiono tutti senza figli (perché se avessero avuto un figlio, allora, a un certo punto era giusto che nella resurrezione dei morti quella donna fosse moglie di colui dal quale ha avuto il figlio; invece no, muoiono tutti senza figli), e allora ecco l’obiezione dei sadducei: di chi sarà moglie quella donna che ha avuto sette mariti?

Gesù ha un concetto della resurrezione dei morti completamente diverso da come la raccontavano i farisei, e da come pensava la gente. Avete sentito quel che dice Gesù: "I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito, ma quelli che sono giudicati degno dell’altro mondo e della resurrezione dai morti non prendono moglie né marito, e nemmeno possono più morire perché sono uguali agli angeli, e essendo figli della resurrezione sono figli di Dio". Allora, ci avverte – Gesù – che nella resurrezione dei morti noi diventeremo immortali, simili agli angeli di Dio; avremo un corpo completamente diverso, che non avrà più bisogno... quei bisogni naturali che abbiamo nei nostri istinti oggi.

Come sia, a modo, una vita nel corpo risorto non possiamo immaginarlo, ma non ci deve meravigliare più di tanto la cosa. Perché, provate a pensare, se un bimbo nel grembo materno, nel tempo della gravidanza, fosse capace di autocoscienza potrebbe immaginare come sarà la vita una volta che è nato? No, non riesce. Perché non ne ha esperienza, e l’esperienza che sta facendo è completamente diversa. Dice il libro della sapienza: "I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri". Siamo talmente condizionati dal corpo attuale che è difficile per noi immaginare una vita diversa da come la viviamo nel corpo attuale. "A stento ci raffiguriamo le cose terrestri; scopriamo con fatica quelle a portata di mano, ma chi può rintracciare le cose del cielo?". Riusciamo a stento a capire le cose della terra, come facciamo a capire quelle del cielo che sfuggono alla nostra esperienza?

Gesù quindi non ha chiarito ulteriormente la cosa non tanto per tenerci in "suspence" in modo che potessimo fantasticare, no; è perché eravamo incapaci di comprendere oltre. Ecco quindi che noi dobbiamo prestare fede a Gesù. "Quelle cose che occhio non vide" – dice San Paolo nella prima ai Corinzi – "né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano". Sono cose che al momento non vediamo, non ascoltiamo, non riusciamo neppure a sognare col nostro cuore, però queste Iddio ha preparato per coloro che lo amano.

Ecco, però, sottolineo allora il fatto che il corpo risorto è completamente diverso da quello attuale. San Paolo, sempre nella prima ai Corinzi, si pone questa domanda, la pone a sé stesso e ai Corinzi: "Ma qualcuno dirà: ‘come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?’. Stolto! Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. ... Così anche la resurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale".

Arrivati a questo punto, noi, più o meno, ne sappiamo tanto quanto prima. Abbiamo però capito, se non altro, una cosa: che il corpo che noi avremo non è questo stesso corpo che abbiamo adesso. Beh, allora non è il corpo che risorge... sono i morti che risorgono. Cioè, pur mantenendo la nostra identità, ci viene formato un corpo nuovo che non è affatto impossibile alla fantasia e alla onnipotenza divina. Voi avete seminato adesso; quando a giugno andrete a raccogliere il grano, quel grano che raccogliete è lo stesso che avete seminato? È lo stesso ed è diverso: è lo stesso nel senso che deriva da quello che avete seminato, ma non è lo stesso che avete seminato, è un altro grano! Altrettanto il nostro corpo, dopo la resurrezione, sarà un altro corpo. Siamo noi che risorgeremo; la nostra identità personale rimane, però in un corpo glorioso, incorruttibile, impassibile, spirituale, eccetera – è vero – quelle caratteristiche che ha detto San Paolo nel testo che abbiamo appena letto.

Allora io traggo delle conclusioni, della riflessione che noi abbiamo fatto questa mattina, che ci ha fatto fare soprattutto il vangelo, ma un po’ tutta la liturgia di oggi.

Se veramente noi avremo una vita e un corpo diverso, che rimarrà per l’eternità – anche questo ci sfugge, no? L’eternità è una cosa che ci sembra quasi impossibile – però se è così, e noi crediamo alla parola di Gesù, voi capite che si tratta di due fasi della vita: l’attuale, che è una vita in un corpo mortale, passibile, che è una vita di prova; e poi quella definitiva. È assurdo, è ridicolo perlomeno, e vano, che noi mettiamo tutte le nostre energie per coltivare la vita quaggiù e non per tendere a quella eterna, che è quella vera. Noi... noi dovremmo tendere là, con tutte le nostre forze.

Seconda riflessione. Noi adesso stiamo celebrando... stiamo per celebrare l’eucaristia qui, attorno al corpo e al sangue di Cristo che si dona di nuovo per noi. Abbiamo sempre presente che quando noi ci raccogliamo così, insieme a noi ci sono anche i nostri cari defunti, le anime, intanto, dei nostri defunti (perché il corpo deve ancora risorgere, ma ci sono), ed esse godono che noi le ricordiamo; esse aumentano nell’amore, nella gioia e nella comunione con Dio se noi preghiamo per loro; ed esse, attraverso Gesù Cristo, ci donano luce, forza, coraggio nella vita presente. Diciamo a loro che di loro ricordiamo solo il bene che ci hanno fatto e quello che noi abbiamo voluto a loro; ricordiamo solo le cose positive, le cose belle (del resto, se voi ci badate, anche quando si compie un funerale si ricorda di quella persona soltanto le cose positive, non quelle negative).

Diciamolo a loro: vogliamo dimenticare completamente se ci son stati degli errori; se ci son stati dei peccati, se ci sono state delle fragilità nella loro vita terrena, noi li dimentichiamo; così come queste stesse cose sono state tutte bruciate e purificate dal fuoco dell’amore di Dio.

Ecco, vi lascio questi pensieri e... vi saluto.

Sia lodato Gesù Cristo. »