Domenica 24 ottobre 2004
| XXX domenica del tempo ordinario (C) – II |
| S. Antonio Maria Claret |
| Letture: |
| Sir 35,12-14.16-18 |
| Salmo 33: «Giunge al tuo volto, Signore, il grido del povero.» |
| 2 Tm 4,6-8.16-18 |
| Lc 18,9-14 |
Domenica 24 ottobre 2004 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Credo di non sbagliare se dico che, nella parabola che abbiamo appena ascoltato, immediatamente il fariseo, così borioso, sprezzante degli altri, ci è antipatico; mentre il pubblicano, così umile, ci è simpatico.
Precisiamo.
Il fariseo apparteneva a una setta di persone che erano molto fedeli a Dio e alla sua legge, e cercavano di osservare le leggi di Dio anche nelle minuzie, nelle più piccole cose. Persone molto rette, quindi.
I pubblicani – erano chiamati così gli esattori delle tasse – intanto facevano un mestiere che è sempre poco simpatico perché credo che mai con gioia si sia andati a pagare le tasse, ma tantomeno quando le dovevano poi pagare al popolo straniero che li dominava: i Romani; ma soprattutto, qual era il difetto maggiore di questi pubblicani? Che erano dei ladri matricolati: andavano a riscuotere le tasse nelle case accompagnati da due soldati romani i quali costringevano la gente a pagare, sennò "dentro in prigione". Allora succedeva che, magari, davanti a un ricco, a un potente, a un anziano del popolo, a un sacerdote, difficilmente chiedevano di più di quello che dovevano chiedere, ma davanti alla povera gente facevano gli strafottenti e quindi succhiavano il sangue dei poveri per avere le tasse. Ecco, ci è già meno simpatico un campione di galantomismo del genere.
Ma veniamo alla parabola, anzi alla premessa della parabola, perché io mi fermerò lì. "Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri".
"Presumevano di essere giusti", anzitutto.
San Paolo, nella I° ai Corinzi, ci ricorda: "Che cosa mai possiedi tu che non abbia ricevuto? E, se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?". Quindi, è tutto dono di Dio? Come mai – facevo notare anche ieri sera – San Paolo, scrivendo al discepolo Timoteo, dice: "Ho terminato la corsa… ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno"? Allora, la giustizia è opera di Paolo o della grazia di Dio? Sant’Agostino si permette di apostrofare anche l’apostolo Paolo e dice: "Ma cosa vuoi parlare di corona di giustizia tu, che sei stato atterrito e convertito sulla via di Damasco dal Signore, che hai ricevuto tante rivelazioni da lui, che sei stato ispirato da lui a scrivere le tue lettere! Tutto quello che hai fatto è opera della grazia".
San Paolo, sempre nella I° ai Corinzi, scrive: "Io sono l’infimo degli apostoli e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro" (più di tutti gli apostoli) "non io, però, ma la grazia di Dio che è con me". Ci sembra la posizione più equilibrata: la grazia di Dio che è con me; c’è la grazia di Dio e c’è la risposta e la generosità umana.
San Paolo, però, nella lettera ai Filippesi, scrive anche: "Dio, infatti, suscita in noi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni". Quindi, addirittura, questa lettura ispirata ci spiazza tutti: la volontà di fare il bene e il compierlo di fatto dipende da Dio. Allora noi siamo delle pezze da piedi che non valiamo niente! Non facciamo niente di bene, noi! Se fosse così, vorrebbe dire che non c’è né merito né demerito da parte nostra. Ora cerchiamo di approfondire appena appena, anche se l’abbiamo fatto già in altre volte.
La grazia di Dio anzitutto sana la nostra natura che è stata debilitata dal peccato originale, per cui nessuno può sempre compiere il bene e fuggire il male se non per una grazia speciale di Dio (così ha stabilito il concilio tridentino) e, di fatto, credo che l’esperienza di tutti noi di dice che, poco o tanto, tutti pecchiamo. Però c’è la possibilità, rimane la possibilità nell’uomo, di compiere il bene, di fuggire il male? Sì, ma la grazia eleva anche la nostra natura; la grazia ci rende figli di Dio e capaci, quindi, di meritare la vita eterna. Nessuno di noi, anche il più galantuomo, è capace di meritare la vita eterna. Non c’è questa possibilità.
Mi spiego con un esempio. A Siena, due volte all’anno, nella Piazza del Campo, corrono per il palio. Quando un cavallo vince, se potesse parlare, non chiederebbe mai al fantino la mano della sua figlia in sposa come ricompensa di quello che ha fatto; chiederebbe di avere della buona e abbondante biada, magari di trovare nella stalla, la sera, una cavallina, ma non certamente di sposare la figlia del fantino, quello non lo chiederebbe mai perché è al di là della sua natura. Così nessuno di noi può meritare Dio perché Dio è infinitamente al di là della nostra natura; ed è anche il motivo per cui noi cerchiamo soprattutto di godere buona salute, pace in famiglia, di avere il necessario per vivere, magari un po’ di successo in questa vita terrena…, ma non cerchiamo e non… e desideriamo meno, perlomeno, Iddio e la vita eterna. Li desideriamo perché sappiamo che dobbiamo morire, e allora la speranza che ci sia qualcos’altro ci sollecita, però non fa parte della nostra natura.
Avete notato che Gesù dice alla fine: "Questi – cioè il pubblicano – tornò a casa sua giustificato", cioè reso giusto, fatto giusto, fatto giusto da Dio, non della giustizia che derivava dalle proprie azioni. Sentite cosa dice San Paolo, sempre San Paolo, nella lettera ai Romani. Parlando proprio di farisei, dice: "Rendo infatti loro testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza poiché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio". Allora: questi tornò a casa giustificato a differenza dell’altro, perché l’altro non ne aveva o credeva di non averne bisogno, era già giusto per conto suo.
Seconda cosa: "disprezzavano gli altri".
"Presumevano di essere giusti" e "disprezzavano gli altri". Voi avete sentito anche nella parabola, è vero che è una parabola, però mi sembra che nostro Signore non racconti delle bugie: riferisce la mentalità dei farisei "io non sono come gli altri uomini". Lui è […]; gli altri uomini sono tutti ladri, ingiusti, adulteri, lui, invece, è perfetto; lui non solo osserva la legge ma va al di là della legge. La legge stabiliva che si dovesse digiunare una volta all’anno, nel kippur; egli digiuna due volte la settimana. "E pago le decime di quanto possiedo". Non era stabilito quello: le decime le dovevano pagare gli agricoltori e gli allevatori, o i padroni, diciamo, dei terreni, per quanto riguarda il frumento, il vino, l’olio, i frutti dei greggi e degli armenti; lì dovevano pagare la decima al tempio, per le spese del tempio, per mantenere i sacerdoti e i leviti, per fare l’elemosina ai poveri. Egli invece, quando compera qualcosa, paga la decima al tempio "… pago le decime di quanto possiedo", quindi è più che giusto, sembra che stia a dire a Domine Dio: "Non te l’aspettavi, eh? Di vedere uno così bravo, così perfetto come sono io. Non parliamo poi quel pubblicano là dietro: mi fa ribrezzo". Ecco, il disprezzo per gli altri.
Il disprezzo per gli altri: dobbiamo imparare, anche lì, a non disprezzare, a non giudicare e a non condannare, a non disprezzare mai gli altri, perché non siamo in grado di farlo. Ma io mi fermo su una cosa: fariseo significa "separato". Allora, i farisei, infatti, non volevano avere contatti con i peccatori; non solo si ritenevano giusti, ma guai ad avere contatti con i peccatori perché questo li avrebbe resi impuri; e voi vi ricordate quante volte criticano il Signore Gesù perché sta coi peccatori, perché mangia e beve coi peccatori, perché si lascia toccare da una donna prostituta… Sempre hanno queste critiche, perché volevano essere separati dai peccatori.
Ora cosa succede? Che noi siamo una minoranza – adesso applichiamo a noi stessi la cosa, eh? – Noi siamo una minoranza, ormai, noi praticanti siamo una minoranza, e potrebbe sorgere dentro di noi questa mentalità: che siamo un club di eletti, siamo i "cocchini" di Dio, ci teniamo la nostra fede, i nostri valori, crediamo che siano quelli che danno senso alla nostra vita e gioia al nostro cuore e quindi non ne facciamo partecipi gli altri; continuiamo a tenerci dei separati, quasi che il vangelo di Cristo, che ci è stato comunicato e nel quale crediamo per la nostra fede, non debba essere comunicato anche agli altri. Mentre noi dobbiamo comunicarlo, e una specie di comunicazione che è possibile a tutti – e forse la più adatta per noi che viviamo in paesi ex–cristiani nei quali, quindi, è più difficile predicare il vangelo di Cristo perché anche quelli che non vengono in chiesa credono di sapere già tutto di Cristo – è quella che ci è suggerita da San Giovanni Crisostomo (San Giovanni Crisostomo è chiamato "Crisostomo" appunto perché dalla bocca d’oro), e sentite che bella predica; è una predica più corta, sapete, di quella di don Giancarlo, quindi vi chiedo ancora due o tre minuti. Ve la leggo perché mi sembra quanto mai adatta per noi, per vivere la nostra vocazione missionaria che abbiamo ricevuto nel battesimo e soprattutto nella cresima:
"Certo è bene dedicarsi assiduamente all’ascolto della sacra predicazione, ma anche questo bene risulta inutile se a essa non si accompagna l’utilità derivante dall’obbedienza. Quindi, per evitare di radunarvi qui invano, impegnatevi con tutto lo zelo, che ho spesso chiesto e non mi stancherò di chiedere insistentemente per voi con la preghiera, a condurre qui altri fratelli, a esortare gli erranti e a consigliare, non solo con la parola ma anche con l’azione. La dottrina che si espone con il contegno e la condotta della vita ha infatti maggior peso. Anche se non dici nulla, il solo fatto che, all’uscita dall’assemblea liturgica, tu manifesti nell’aspetto esteriore, nello sguardo, nella voce, nel passo e in tutto l’atteggiamento modesto del corpo il profitto che ne hai ricavato, costituisce già di per sé un’istruzione e un consiglio per coloro che non hanno partecipato alla liturgia.
Bisogna quindi uscire di qui come da un luogo sacro, accessibile solo a iniziati, come se… scendessimo dal cielo, con un atteggiamento più modesto, da veri amici della sapienza che sanno e dicono tutto con moderazione e misura, in modo che la moglie, la quale vede tornare dalla sacra assemblea il proprio marito, il padre che vede il figlio e il figlio che vede il padre, il servo che vede il padrone, l’amico che vede l’amico, e persino il nemico che vede il nemico, comprendano tutta la portata del vantaggio che ne abbiamo ritratto; e lo capiranno se ci vedranno più miti, più pazienti, più pii, più accoglienti. Considera a quali misteri è concesso di partecipare a te che sei iniziato; con chi innalzi quel mistico canto; con chi formuli l’inno tre volte santo. Mostra ai profani che ai celebrato i sacri riti con i serafini, fai parte del popolo celeste, sei ascritto nel coro degli angeli, ti sei intrattenuto con il Signore, ti sei incontrato con Cristo.
Se ci metteremo in questa disposizione non ci sarà bisogno di discorsi con coloro che non sono intervenuti alla liturgia, ma dal nostro profitto essi si renderanno conto del proprio danno e accorreranno prontamente a usufruire dei medesimi vantaggi. Quando vedranno coi loro stessi occhi lo splendore dell’anima vostra, arderanno del desiderio della vostra straordinaria bellezza, anche se fossero i più sciocchi di tutti. Se infatti la beltà del corpo esercita una potente attrattiva su chi la vede, la bellezza dell’anima può impressionare assai più lo spettatore e incitarlo a uno zelo simile. Abbelliamo dunque il nostro uomo interiore e ricordiamoci delle cose che sono state dette qui quando saremo fuori, perché sarà proprio là che le circostanze lo esigeranno. Come l’atleta dimostra nella gara quello che ha imparato nella palestra, così anche noi dobbiamo manifestare nei rapporti esteriori quello che qui abbiamo udito".
Così sia.
Sia lodato Gesù Cristo. »
| < Prec. | Succ. > |
|---|
