Domenica 10 ottobre 2004
| XXVIII domenica del tempo ordinario (C) – IV |
| San Daniele |
| Letture: |
| 2 Re 5,14-17 |
| Salmo 97: «La salvezza del Signore è per tutti i popoli.» |
| 2 Tm 2,8-13 |
| Lc 17,11-19 |
Domenica 10 ottobre 2004 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Forse non vale neppure la pena sottolineare che quello che abbiamo appena letto è un fatto realmente accaduto, cioè non si tratta di una parabola come quella del buon samaritano – un racconto che Cristo ha inventato per darci degli insegnamenti – questo è un fatto realmente accaduto. Però il fatto che Luca metta dieci lebbrosi può avere un suo significato simbolico. Dieci, infatti, era il numero della pienezza e forse vuole insegnarci – Luca – che tutti, poco o tanto, siamo dei lebbrosi, bisognosi di essere risanati dal Signore.
Io sottolineo alcune cose, eh? La seconda cosa è: "Fermatisi a distanza, alzarono la voce". Perché fermatisi a distanza? Perché i lebbrosi erano considerati delle persone impure; anzi era considerata dagli Ebrei il peggior castigo di Dio verso una persona che certamente aveva peccato, e peccato gravemente, per meritarsi la lebbra. Dovevano stare, quindi, in luoghi deserti o in valloni appositamente disposti per loro; e i parenti di questi lebbrosi portavano loro, ai margini di questi valloni o di queste aree, del cibo, ogni tanto, dell’acqua da bere, e attendevano praticamente la morte, così, pian pianino. Vivevano a distanza, ecco perché si fermano a distanza.
Gesù, però, faccio presente… il figlio di Dio, facendosi uomo, ha colmato questo abisso, ha tolto le distanze: già il fatto di farsi uomo; e poi voi sapete quanto è vissuto poveramente, s’è fatto vicino ai poveri; voi sapete quanto ha sofferto e quanto è stato vicino ai malati, i suoi miracoli li ha compiuti soprattutto per guarire i malati, coloro che soffrono. E’ stato vicino anche ai lebbrosi. In un’altra guarigione di lebbrosi, Marco – l’evangelista Marco – ci dice che un lebbroso gridò a lui: "Signore, se tu vuoi mi puoi guarire. Ed egli, allungando la mano, lo toccò e disse: ‘Lo voglio, sii guarito’", e guarì. Dal quel momento, però, dice Marco, "Gesù non poteva più entrare nelle città, ma viveva fuori, in luoghi deserti". Ha fatto sua, cioè, sua la situazione dei lebbrosi. Ecco, questa solidarietà del figlio di Dio con gli ultimi, coi più emarginati, coi più sofferenti, coi più poveri degli uomini, la dobbiamo sottolineare.
Gesù li guarisce, però non li guarisce subito. Dice: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". Perché andate a presentarvi ai sacerdoti? Perché erano i sacerdoti deputati a verificare la guarigione del lebbroso e a dar loro un certificato che erano perfettamente sani e potevano rientrare nella comunità degli uomini, quindi andare dai loro parenti, entrare nelle loro borgate, nelle loro città, perché erano perfettamente guariti.
Allora, c’è qui una cosa da considerare: la differenza tra quei nove Giudei e il Samaritano che fanno parte del gruppo dei lebbrosi non è così grande come può sembrare alla prima lettura. Anche gli altri lebbrosi hanno fatto un atto di fede in Gesù, infatti dai sacerdoti bisognava andare quando si era guariti, ma egli non li guarisce subito. Gesù non li guarisce subito; dice: "Andate a presentarvi ai sacerdoti"; essi hanno fede nella parola di Gesù, sanno che li potrà guarire, e, durante il viaggio, guariscono. Guariscono e vanno dai sacerdoti ad annunziare, alle guide spirituali del popolo ebreo, che era sorto un altro Ezechiele in mezzo al popolo, un guaritore, un profeta di Dio. Questo fanno gli altri nove Giudei.
Cosa fa di differente il Samaritano? – Una differenza notevole – Il Samaritano capisce che è giunto in mezzo al popolo di Dio quel messia, quel salvatore annunziato dal profeta Isaia, il quale avrebbe aperto gli occhi ai ciechi, le orecchie ai sordi, avrebbe fatto camminare gli storpi, avrebbe sanato i lebbrosi; e riconosce questo, e quindi torna indietro a lodare Dio e a ringraziare Gesù: in Gesù dà la sua lode a Dio; capisce che Gesù è più che un guaritore: è colui che era stato promesso dai profeti antichi, e quindi ringrazia Dio. Ecco, il fatto del ringraziamento è qualcosa che dobbiamo imparare.
Noi dobbiamo sempre ringraziare Dio. Dobbiamo ringraziare Dio perché in Gesù, che ha preso su di sé, appunto, le nostre sofferenze, i nostri limiti, abbiamo imparato che è proprio attraverso questa sofferenza che il Signore purifica ed eleva l’anima nostra. Se noi potessimo godere sempre dei piaceri del corpo e dei beni terreni, quasi certamente ci dimenticheremmo di Dio, come fa, del resto, l’uomo d’oggi, siamo in una società del benessere – checché ne dicano – e molti non riconoscono più Dio, e non sentono il bisogno di ringraziare Dio. Quando si è invece nella sofferenza si è più solidali. Avete notato, ad esempio, i nove Giudei e il Samaritano insieme chiedono: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!"; non è che ciascuno dica: "Abbi pietà di me!", "Abbi pietà di noi!". Due popoli che si disprezzavano e si odiavano cordialmente – perché i Samaritani erano degli eretici e degli scismatici – quando si trovano, invece, nel dolore sono solidali tra di loro. La sofferenza, la povertà, rende più solidali che non la salute e il benessere.
Quindi ecco perché è venuto Gesù e si è messo insieme a noi, e si è fatto solidale con le nostre sofferenze. Perché "Se noi moriamo con lui" – ha acquisito un valore salvifico, diciamo così, la sofferenza – "Se noi moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo", come ci dice San Paolo nella seconda lettura di oggi.
Allora noi dobbiamo ringraziare Dio, in certo senso, sempre. La nostra relazione con Dio si realizza alla stregua dell’alleanza matrimoniale. Nel matrimonio gli sposi dicono di prendersi l’un l’altro, di accogliersi l’un l’altro nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, nella prosperità e nelle avversità (è vero che poi, magari, queste promesse fatte il giorno del matrimonio, non sempre sono mantenute bene dagli sposi, però, di per sé, capiscono che il volersi bene vuol dire essere solidali sempre, nel bene e nel male; quando le cose vanno e anche quando vanno male) e altrettanto noi dobbiamo ringraziare sempre Dio, perché "Tutto è grazia", come diceva il grande romanziere cattolico Bernanos, tutto è grazia, anche le sofferenze, anche la penuria, anche la povertà, anche le disgrazie sono tutte grazie di Dio, perché è attraverso le cose buone, le cose piacevoli e quelle che ci dispiacciono, quelle che ci fanno soffrire che il Signore pian piano ci conduce alla casa sua, alla vita eterna.
Ecco, io vi lascio questi pensieri e aggiungo solo questo: mi piace che ci sia un vangelo che insegna il grazie, nel giorno in cui comincia l’anno eucaristico. Eucaristia, infatti, voi sapete, vuol dire ringraziamento, ed è nell’eucaristia che noi veniamo a dire grazie a Dio e a lodare, in Gesù Cristo, Dio per tutto quello che abbiamo ricevuto nella settimana. La preghiera eucaristica, voi sapete che termina sempre: "Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria", e il popolo dice: "Amen" cioè siam d’accordo, è così.
Ricordiamoci che la messa festiva è sempre un grazie che noi veniamo a dire a Dio per tutti i benefici ricevuti durante la settimana; poi chiederemo anche la sua benedizione per la settimana che è appena cominciata, perché si svolga nell’amore di Dio e del prossimo, perché si svolga bene, perché ci aiuti anche nelle nostre necessità corporali; dobbiamo avere verso di lui la fiducia, l’abbandono, la familiarità di un bimbo verso il papà, però anzitutto è ringraziamento.
Sia lodato Gesù Cristo. »
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