La parrocchia, la villa

Storia - Mandriolo, 1000 anni
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A undici miglia da Regium Lepidi (Reggio), a tredici da Mutina (Modena), capoluoghi dell’insediamento romano in questa zona della pianura padana e ad un miglio da Curtis Regia (Correggio), nel cui territorio è compresa ed alle cui vicende è strettamente legata, sorge la Chiesa di Mandriolo che esplica la sua missione di Parrocchia su una estensione di terreno che nel 1806 il Ricci valutava a biolche 1770 con una popolazione di 391 anime. I confini che allora egli ne tracciava erano i seguenti: a levante Correggio e S. Martino (Piccolo); a meridione Correggio, S. Prospero; a ponente Canolo, S. Prospero, Rio; a settentrione S. Martino, Mandrio e Rio; quelli che in sostanza sono ancora oggi nell’anno in cui si celebra, o quanto meno si ricorda, con un sentimento misto di orgoglio e tenerezza, il primo millenario di accertata presenza della prima chiesa in questa frazione.

A provare l’antichità della Villa Mandriolo è in primo luogo un atto notarile datato 945 e precisamente “Ugo, Dei gratia anno regni eius vigesimo et Lothario filio eius sexto decimo, septimo die Kalendis Junio” e cioè il ventisei maggio

«Nota della spesa fatta presentemente tutta da me D. Natale Marzi Ret.re della Chiesa Parrocchiale di Mandriolo di Correggio della Diocesi di Reggio per ripararla dall’imminente rovina che minacciava e cominciata nel giorno vigesimo nono d’aprile del presente anno 1754». «Nota della spesa fatta presentemente tutta da me D. Natale Marzi Ret.re della Chiesa Parrocchiale di Mandriolo di Correggio della Diocesi di Reggio per ripararla dall’imminente rovina che minacciava e cominciata nel giorno vigesimo nono d’aprile del presente anno 1754».
dell’anno ventesimo di regno di Ugo, Re per grazia di Dio e decimo sesto di suo figlio Lotario. (Infatti Ugo di Provenza chiamato in Italia dall’Arcivescovo di Milano Lamberto nel 925, dopo che Berengario era stato assassinato a Verona l’anno prima, fu incoronato da lui a Pavia). In detto atto notarile che sancisce la vendita di diritti e proprietà da certa Rotruda a certa Regina, nel quale è affermato che i comparenti vivono secondo la legge longobarda (Lege longobardorum vivimus), si trova citato nel corso della scrittura un certo “Elinofilio quondam de Itero de Villa Mandriole” e in calce fra i firmatari si legge: “Signa manum Gausbertifilio bone memorie Trasoaldijudex domino regis de villa Mandriole vivente lege Longobardorum testis”.

È però in un documento datato 981 con il quale certi Elmo del fu Itero (molto probabilmente e non a caso lo stesso che è citato come proveniente da Villa Mandriole nel documento precedente) e Guido del fu Gandolfo da Mandrio, padroni del castello di Mandriolo, donano alla Chiesa di Reggio “pecia una de terra cum capella inibi constructa in onore Beate Dei genitricis virginis Marie et beati Prosperi confesores adque 5. Silvestri... in loco et fundo Mandrie ed Mandriole” (un pezzo di terra con cappella ivi costruita in onore della Beata Madre di Dio Vergine Maria e del Beato Prospero confessore e San Silvestro in luogo e fondo di Mandrio e Mandriolo), che si ha la prima chiara e definitiva conferma dell’esistenza ditale cappella ubicata presso il “fossato de castro nostro” cioè il castello di proprietà dei donatori, i quali ottengono dal vescovo Teuzone, in grazia ditale dono, l’enfiteusi su vasti territori della zona.

Nel 1062 il vescovo di Reggio Gandolfo in una carta ricorda che “Ecclesia qua hodiejusta Castrum Novum in confinibus ubi dicitur Valle Putrida consacramus in honore Sanctae Dei Genitricis et aliorum Sanctorum aedificata est super terram proprietatis Episcopi Sancti Prosperi” (la chiesa che oggi consacriamo presso i confini del Castel nuovo, luogo che è detto Valle Putrida, in onore della Santa Madre di Dio e di altri Santi, è edificata su terreno di proprietà del Vescovo di S. Prospero) e prosegue confermando l’enfiteusi dei terreni circostanti la cappella a lugone ed Evrardo per il canone di denari pavesi due, dopo aver ricordato la donazione della terra fatta alla Chiesa di Reggio dai loro genitori.

La citazione in questo documento del nome “Castrum novum” ha fatto ad alcuni credere che si trattasse della Chiesa di Castelnuovo Sotto, cosa però che è da scartare per vari motivi sostenuti dal Tiraboschi sia perché Castelnuovo Sotto era allora nella diocesi di Parma e non di Reggio, sia perché quella chiesa era dedicata a S. Andrea e non alla B.V. e a S. Silvestro, sia ancora perché nella citata carta subito dopo “Castrum Novum” e detto chiaramente che la zona in cui è edificata la Chiesa consacrata era detta “Valle Putrida”. A questo punto occorre ricordare che esistono altri documenti sia religiosi che civili che indicano Mandriolo con il nome, o forse soprannome, “Valle Putrida” e questo, per quanto si dirà in appresso, serve a togliere ogni dubbio all’individuazione della chiesa in argomento.

Lo ricorda infatti un giudizio tenuto a Correggio nel 1109 a cui intervengono Gausberto e Albizzoni “de Valle Putrida”; lo ricorda il Vescovo Pietro di Reggio nel 1188 quando scrive “quidquid eispertinet in Curte Corrige cum Capella S. Martini et Valle Putride” (qualunque cosa ad essi appartiene nella corte di Correggio con la cappella di S. Martino e di Valle Putrida); lo cita ancora una carta dell’anno 1191 in cui Giovanni prete di Migliarina cede a Corrado prete di S. Maria di Valle Putrida dei terreni della zona, che non può essere Castelnuovo Sotto troppo distante da Migliarina. E più oltre il Tiraboschi ricorda che ancora nel 1444 un documento dell’archivio pubblico di Correggio cita un terreno in “Villa Mandrioli districtus Corrigi in loco qui dicitur a la via di Valpudria” (la Villa di Mandriolo nel distretto di Correggio in un luogo che è detto a via di Valpudria).

Il fatto quindi che il documento di consacrazione del 1062 citi “Castrum Novum” ma poi aggiunga che il luogo è detto “Valle Putrida” non lascia in alcuna esitazione che la chiesa in quell’anno consacrata, e che era la stessa citata nel precedente atto del 981, era quella di Mandriolo nello stesso luogo e con lo stesso titolo di dedica della attuale alla Beata Vergine e a S. Silvestro. Si può quindi essere certi che nel ricordare il millennio della esistenza della Chiesa di Mandriolo si compie un atto di celebrazione e di conferma di quella prima cappella, che ha raccolto intorno a sè gli abitanti della zona per il corso ininterrotto di ben dieci secoli.

Le notizie che si hanno di questa chiesa e delle sue attività sono scarsissime per tutti i primi cinque secoli. Si conoscono degli atti di cessione di diritti e concessioni di affittanze intervenuti nei primi tre secoli fra i canonici della Chiesa di Reggio e i Rettori di quella di Mandriolo. Si ha conferma nel citato documento del 1188 del vescovo Pietro, in cui vengono elencati i beni della Chiesa di Reggio, della dipendenza di Mandriolo dal capitolo Reggiano, dipendenza che si manifestava sia con il pagamento delle decime, il che avvenne fino al 1357, sia con l’appartenenza a quello dei parroci di Mandriolo.

Né può destar meraviglia che cosi fosse come non lo destano la cessione fatta da Elmo e Gandolfo del 981 ed altre successive avvenute nella diocesi, perché erano quelli i tempi delle lotte per le investiture, i tempi in cui la Chiesa cercava in ogni modo di estendere e confermare il proprio dominio territoriale per avere tra l’altro maggior forza e potenza negli scontri, spesso con alterna fortuna, contro l’Impero, per vedere riconosciuto il proprio primato e diritti anche in campo civile.

Si è parlato di Valle Putrida come di un nome o soprannome per Mandriolo, ma questo è poi del tutto scomparso dall’uso, mentre non è inopportuno ricordare come la zona su cui si estendeva, come tuttora si estende, la parrocchia sia una zona pianeggiante ma non orizzontale in modo che la sia pure minima pendenza (come ricorda Gambi) di 7/8 dm. al Km. riesca a consentire un buon deflusso idraulico” e come il nome di “Mandriole” a nord di Correggio sia da riferire a “zona ideale per allevamenti stabili e pascoli derivante da indovinate e corrette opere di erezione di argini di colmata da un lato e di scavi di canali e loro manutenzione dall’altro, che hanno consentito di ricavare suoli di medio impasto, abbastanza areati, non eccessivamente umidi e quindi di grande fertilità”.

È da ricordare come queste terre abbiano continuato fino ad epoca recente le “piantate di viti maritate ad alberi da foglia” già descritte da Piero de’ Crescenzi nella sua opera “Ruralia Commodorum” del XIV secolo le quali, naturalmente migliorate, non sono che la continuazione della forma di coltura delle viti usata dai Romani e che questi avevano ereditata dai Celti. Non può dimenticarsi l’ottima rete viaria di campagna che ha sempre collegato la frazione al Borgo di Correggio e ai centri limitrofi. Per quanto attiene alle vicende politiche e sociali della Villa Mandriolo è chiaro ed evidente che esse hanno avuto strettissima connessione con quelle del Borgo di Correggio, fin dai primi anni del secondo millennio quando in esso, che non fu mai libero comune, prese il sopravvento e da allora ininterrottamente dominò fino a ben oltre il Rinascimento (1629) la famiglia dei Da Correggio. Famiglia questa che in grazia della sua fortunata, pervicace ininfranta continuità di Signoria si è diretta prima alla conquista di territori vicini e lontani, poi si è svolta ad una intensa attività diplomatica, culturale ed artistica di cui ha beneficiato tutto il contado. Ciò ha consentito di evitare in gran parte assedi, guerre, danni, ruberie, spoliazioni ed altro che hanno invece caratterizzato gli spostamenti di eserciti stranieri su tanta parte d’Italia specie settentrionale. Correggio questo deve anche alla sua posizione di distanza dalle grandi vie di comunicazione.

Dal punto di vista sociale è da notare che se a Correggio come in tutti i Borghi di piccole dimensioni il vivere in uno spazio limitato metteva i cittadini a troppo stretto e a volte pesante contatto con i vicini e le loro vicende, in cambio della maggior sicurezza e tutela che davano le mura del castello signorile, il risiedere nelle frazioni, e quindi anche a Mandriolo, offriva un’esistenza più libera, autonoma ed indipendente, dediti come erano i loro abitanti alla agricoltura e all’allevamento del bestiame ed anche in un secondo tempo alla trasformazione dei prodotti di questa fertile terra. Ciò ha dato un apporto ed un sostegno alla prosperità del Borgo nella istituzione di arti, mestieri, commerci e traffici con paesi vicini e lontani. Certamente la vita nelle campagne veniva regolata dalla volontà del capo anziano o reggitore, mentre era poi la figura femminile della madre o reggitrice la vera anima e vero perno di tutta l’attività della casa e della corte. Era essa che si improvvisava levatrice, che presiedeva alle nascite e accompagnava i membri della famiglia in tutta l’esistenza, era essa che accudiva alla cucina, alla dispensa, all’orto, alla farmacia domestica, al cortile, al pollaio, al cucito e al vestiario.

Alla Chiesa e al potere ecclesiastico, che divideva con il militare e il civile, il dominio dei luoghi, era riservata tuttavia specie nelle campagne oltre alla missione propria e principale della cura delle anime, l’istruzione, quanto e fin dove si poteva dare, l’educazione, il consiglio, la protezione dei deboli e la guida e autorità morale di cui tanto si doveva sentire il bisogno in quei tempi di non sempre facile vivere.

La Chiesa teneva il “conto delle anime”, della ubicazione e dei movimenti della popolazione, compito a cui si dedicò fino ai tempi della Rivoluzione Francese.

Si è parlato all’inizio di un “Castrum” o castello vicino alla cappella del 981: questo castello viene ricordato con il nome di “Castrum Novum” o Castel Novo ma anche di Castellazzo in atti notarili del 16 settembre 1465 e del 12 maggio 1474 il che sta a dimostrare che fino a quei tempi esisteva ed era un punto preciso di riferimento. Oggi e da secoli è scomparso, ma ne è rimasta traccia nel nome della via Casinazzo e probabilmente nelle antiche fondamenta ivi venute alla luce.

È da dirsi che nel territorio di Mandriolo fu eretta dai Principi da Correggio una grande villa che venne poi venduta dal Principe Maurizio, figlio del Principe Siro, insieme a due possedimenti a Sebastiano Carletti nel 1661.