Un pizzico d'arte anche qui

Storia - Mandriolo, 1000 anni
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Poiché abbiamo scritto soprattutto della Chiesa di Mandriolo, vogliamo ora completare questo breve studio con qualche nota d’arte sulle sue strutture e sui suoi arredi.

Noi non sappiamo come fosse la Chiesa prima del rifacimento del 1754-1756. Noi non sappiamo se, oltre ad arredi certamente antecedenti al 1700, anche parti immobili dell’antica Chiesa siano rimaste: certo il campanile, di cui si è detto; facilmente qualche muro perimetrale; forse l’altare maggiore?

Sembra che Don Marzi, nel rifare la Chiesa, l’abbia allungata ed innalzata, pur mantenendo l’ampiezza della precedente. Appare infatti eccessivamente lunga e piuttosto alta nei confronti della larghezza della navata. Con evidenza tuttavia un disegno unico sottostà al rifacimento della metà del secolo XVIII, disegno che rivela gusto raffinato e grande sensibilità artistica in chi l’ha concepito; e se i mezzi con cui è stato realizzato furono umili (scagliola anziché marmo), questo fu dovuto alle limitate possibilità economiche, ma non toglie all’occhio del visitatore il piacere di una visione d’insieme che meraviglia per la sua unità stilistica (indubbiamente la massima caratteristica della Chiesa di Mandriolo), che va dalla facciata agli altari, alla cappellata del Battistero, e ai vari elementi che l’adornano, siano essi contemporanei, antecedenti o posteriori alla costruzione della Chiesa: organo, pulpito, quadri, capicollo sopra il tabernacolo, fino al tavolo-altare dove si celebra l’Eucaristia.

Allora anche lo slancio verticale della navata sembra rendere più facile l’elevazione dello spirito all’Altissimo, e più fine l’elegante decorazione settecentesca dell’intero vaso della Chiesa, i cui elementi architettonici hanno urgente bisogno di un sobrio restauro pittorico e di un nuovo impianto di illuminazione che li mettano in risalto.

Tutto l’interno della nostra Chiesa costituisce un’unità organica di stile rococò, rara a trovarsi nella nostra Regione; ma forse l’occhio del visitatore è attratto da particolari: la grazia architettonica della cappelletta battesimale, le misure armoniose delle cappelle laterali, il pulpito artisticamente scolpito e intarsiato e mirabilmente incastonato nella sua arcata cieca, il tavolinetto Luigi XVI in legni intarsiati che serve da mensola vicino all’altare. Di tutti questi particolari elementi (siano essi beni immobili o mobili) vorremmo parlare; e tutti certamente meritano menzione, anche i più piccoli (come la statuetta di S. Giovanni in legno policromo del 1500 posta sopra il Battistero, o le litografie del De Turgis che dall’inizio del 1800 ornano la nostra Chiesa come Stazioni della Via Crucis, o le pianete in raffinate sete settecentesche). Vogliamo però soffermarci a descrivere in modo più dettagliato quegli elementi architettonici e quegli arredi sacri che, a nostro umile avviso, hanno un particolare pregio artistico.

  1. L’altare maggiore con il suo paliotto

    Il paliotto dell’Altare Maggiore, ossia dell’Altare del SS. Sacramento. Il paliotto dell’Altare Maggiore, ossia dell’Altare del SS. Sacramento.
    E’ una plasticazione in scagliola policroma ad imitazione di marmi scolpiti ed intarsiati, con toni bianch, gialli, rosati. La mensa, con paliotto tra paraste, è fiancheggiata da mensoloni a doppio cartoccio terminanti in fogliami in bassorilievo, reggenti doppio ordine di scaffe, concave, sagomate, con imitazione di tarsie marmoree a più colori, in cui prevale la breccia rosata, interrotte al centro da tabernacolo architettonico a tempietto ornato da duplice ordine di colonne corinzie.
    L’altare va visto in unità stilistica con il relativo paliotto arabescato che ne è l’elemento più significativo. La riquadratura centrale del paliotto è delimitata da cornice rilevata e da paraste laterali con specchiatura in breccia rosata, coronata da gola a sguancio. Il fondo è nero; il disegno è di racemi fogliati ad accesi colori (predominanti il rosso, il giallo, il bianco), che circondano una grande medaglia centrale cui sottostà un cartiglio. Nel medaglione sono raffigurati due angeli in drappi rossi che reggono l’ostensorio raggiato ed alonato di luce giallastra, librati su paesaggio campestre con un borgo ed una Chiesa, tra alberi. Nel cartiglio la scritta: “ALTERA QUE ANGELO, MUNERA FUDIT AMOR”, che può essere tradotta “L’amore profuse doni, anche quelli fatti per l’Angelo”, dove si precisa che ci sono doni naturali (i frutti della terra e le spighe dorate nella parte bassa del medaglione), ma anche doni soprannaturali (l’Eucaristia sorretta dagli Angeli nella parte superiore); c’è un pane terrestre, ma c’è anche un “Panis angelicus”, secondo quanto afferma la Scrittura “Diede loro da mangiare un pane dal cielo; l’uomo mangiò il pane degli angeli”.
    L’analisi stilistica del paliotto ce lo fà attribuire, quasi con certezza, all’artista carpigiano Giovanni Pozzuoli, che lavorò molto anche in terra correggese e morì a S. Martino in Rio nel 1734. Detto paliotto, forse appartenente già alla Chiesa precedente, fu incastonato da Domenico Adamini nel nuovo altare da lui costruito.
  2. La pala nell’abside

    Raffigura l’Annunciazione, titolo della Chiesa e della Parrocchia. La scena si svolge all’interno di una stanza, sfumata di scuro nel fondo, con pavimento in prospettiva di quadroni di marmo grigio e rosato. Maria, in tunica rossa e manto azzurro, è genuflessa su di un inginocchiatoio e guarda verso l’Angelo che le appare sulle nubi ammantato di giallo. Dietro, sul pavimento, un vaso con gigli. In alto, gloria di nubi, luce sfumata giallastra e coro di angioletti circondanti la colomba dello Spirito Santo. In un cartiglio retto da un angioletto, come in quello sopra l’ancona, “Ecce ancilla Domini” (“Ecco la serva del Signore”).
    Il dipinto, quasi un’istantanea nella casetta di Nazareth al momento della apparizione dell’Angelo, è un’ottima esecuzione del pittore Carlo Zatti, del 1857.

  3. Gli “ovali” degli altari della Madonna e del Crocifisso

    Sono appunto telette ovali, racchiuse in cornicette di legno dorato ed inserite dentro riquadri di stucco. Le scene sono realizzate a rapidi accenni coloristici. Nell’altare della Madonna raffigurano i Misteri del Rosario, ed hanno colori più accesi, su fondo di luce giallastra o grigia. Sono chiaramente di Francesco Chiochi, come detto sopra. Nell’altare del Crocifisso raffigurano le stazioni della Via Crucis più un “Velo della Veronica” in alto al centro del timpano.
    Queste ultime sono dipinte su fondo bruno e rossastro, con resa molto chiaroscurale. Nelle note precise sul rifacimento della Chiesa, Don Marzi non dice che abbia commissionato a qualcuno queste tele; mentre si parla di esse come già esistenti nell’inventario del 1765. Già esistenti prima dei lavori della Chiesa? Improbabile; ma nel caso potrebbe aver ragione chi vede in queste tele la mano del nostro concittadino Girolamo Donnini, morto nel 1747.
    Eseguite tra il 1756 e il 1765? Sono comunque opera di un buon pittore di scuola emiliana.
    Tutti i ventinove “ovali” (è andato perso quello che rappresenta il terzo Mistero glorioso) sono in condizioni precarie di conservazione, e aspettano invano dal 1970 un restauro da parte della Sopraintendenza per i beni artistici e storici di Modena (“mala tempora currunt”). Proprio in questi giorni la suddetta Sopraintendenza ha scritto che il Ministero per i Beni culturali è disposto a dare il 50% della spesa, se facciamo eseguire noi il restauro (scusa borsellin se ti disturbo!).

  4. Organo

    Lo strumento ha le canne disposte in crescente piramidale su tre zone, in cassa lignea dal prospetto diviso in tre finestre, separate da paraste dipinte a finto marmo giallo ed azzurro e fregi intagliati a giorno dorati. La cassa, avente trabeazione orizzontale, è chiusa da due sportelli con ornati dipinti in chiaroscuro su tono pastello, giallo ed azzurro.
    Pure la tribuna è in legno, centinata al centro, dipinta a motivi ornamentali in chiaroscuro.
    Nell’interno dell’armadio contenitore è scritto l’atto di nascita dell’organo. E’ del 1719: costruito quindi prima del rifacimento della Chiesa, e posto in sede dopo. Fu costruito da Giovanni Trahyer, bolognese ma detto “il resciano”, appartenente a una dinastia di organari del “Barocco” (1600-1700) che operarono soprattutto in Lombardia (nel bresciano appunto), ma anche nel bolognese e nel modenese.

  5. Croce astile

    Consta di lamine d’argento applicate a sagoma di legno, traforate e operate a sbalzo, in parte a stampo e cesello; e di plachette dorate, ottenute per fusione da matrice, rifinite a cesello e bulino. I bracci presentano in entrambe le facce fitta decorazione in bassorilievo di racemi, hanno forma svasata, e terminano in doppie arricciature ed in sagoma quadriloba; nell’incrocio lastrina poliloba con il nome di Gesù raggiato.
    Recto: Crocifisso a tutto tondo di rame dorato; in alto l’angelo simbolo di S. Matteo; in basso la Madalena; a destra S. Giovanni; a sinistra la Vergine. Verso: al centro il Padre Eterno benedicente, seduto sulle nubi; in alto l’aquila; in basso il pellicano; a destra il leone; a sinistra il bue. L’ampia raggiera è dorata. La croce poggia su grosso nodo sferico, piuttosto schiacciato, sbalzato in bassorilievo con motivo di cherubini, festoni, riquadri mistilinei, e che si restringe in strigilature.
    L’attuale aspetto della croce denota un intervento settecentesco per l’aggiunta della raggiera e la sostituzione del Crocifisso. Tutte le placchette nei lobi risultano manipolate nella sistemazione. La forma è arcaizzante per la presenza dei quadrilobi e delle arricciature di tradizione gotica, mentre l’ornato è decisamente cinquecentesco e di carattere manieristico, come pure le placchette ed il nodo. Simili opere si riscontrano con relativa frequenza nell’area modenese e reggiana e possono essere riferite a manifattura locale probabilmente derivata dalla bottega di Bartolomeo Spani, come suggerisce N. Artioli in “Mostra di Bartolomeo Spani e della sua Bottega” (Reggio Emilia, 1968, p. 77, tav. 43, 44), pubblicando le croci di Febbio e della Chiesa di S. Giovanni di Reggio, che hanno le medesime placchette di questa e la stessa struttura ornamentale. Altra croce simile è nella vicina Chiesa di Budrio di Correggio.

  6. Calice settecentesco

    Calice del 1700, tutto in argento lavorato a mano, di probabile bottega romana. È uno dei gioielli più preziosi di quella collana di suppellettili e arredi sacri, che il 1700 ha regalato a Mandriolo. Calice del 1700, tutto in argento lavorato a mano, di probabile bottega romana. È uno dei gioielli più preziosi di quella collana di suppellettili e arredi sacri, che il 1700 ha regalato a Mandriolo.
    Argento a sbalzo, con parti di fusione rifinite a cesello e bulino. Piede di forma mistilinea e polilobata articolata su duplice risega a scalino, ornata nel piatto di medaglioni ovali con busti di santi in altorilievo appartenenti all’Ordine dei Gesuiti, entro cartigli conchigliati e volute arricciate. Il nodo è fortemente sagomato, con strigilature e cherubini a tutto tondo. Nella sottocoppa si ripetono tre scudi con medaglie di santi, alternati a ramage di fogliami e corniciatura spezzate nel sommo. Coppa dorata. E’ indubbiamente un notevole lavoro di oreficeria settecentesca, mirabile per proporzioni, prezioso per i metalli usati, ma soprattutto fastoso nell’insieme e ricco per particolari. Pare più una produzione di officina romana che non emiliana.
  7. Collezione di argenti sbalzati del 1700, che comprende: un turibolo con navicella, un ostensorio, una pisside, e due calici

    Il turibolo e la navicella, due pezzi della Collezione di Argenti sbalzati a mano, di cui è ricca la Chiesa di Mandriolo. Il turibolo e la navicella, due pezzi della Collezione di Argenti sbalzati a mano, di cui è ricca la Chiesa di Mandriolo.
    Sono opere di grande bellezza, di esecuzione settecentesca, da ritenersi tutte produzioni dello stesso orafo, o quanto meno della medesima bottega. Sono tutti argenti a sbalzo, rifiniti a cesello e bulino; hanno piede rotondo, bombato, ornato di fitte volute in bassorilievo, normalmente arricciato in fogliami e cherubini.
    Nel descrivere il pregio artistico dei suddetti pezzi di maggior valore, di proprietà della Chiesa di Mandriolo, ci si è valsi soprattutto della schedatura redatta dal Dr. ALFONSO GARUTI di Carpi per la Sopraintendenza ai Beni artistici e storici per le provincie di Modena e Reggio Emilia.