La guerra di Troia non si farà
di Jean Giraudoux. Gruppo Teatrale Mandriolo (1984–85).
LA VICENDA
Rientrato a Troia dopo una guerra vittoriosa, Ettore vede la città minacciata da un nuovo, più grande conflitto, a causa del rapimento di Elena, moglie del Re di Sparta, da parte del giovane Paride.
Disgustato dal folle desiderio di guerra che sembra essersi insinuato in molti troiani, Ettore sente come supremo dovere la difesa della pace. C’è in lui e in Andromaca, ua moglie, una profonda consapevolezza che solo allontanando la terribile minaccia della guerra e propagando l’amore, la città possa salvarsi dal funesto destino che i vaticinii di Cassandra fanno presagire come tremendo e ineluttabile. La pace, insopprimibile baluardo della felicità umana, deve essere salvata a tutti i costi, restituendo Elena al legittimo consorte. Inaspettatamente Paride, convocato da Ettore, acconsente a lasciar partire la donna, forse già stanco di lei.
I vecchi troiani che vedono in Elena un simbolo vivente di bellezza e di armonia universale ed hanno una distorta concezione della guerra come esaltatrice di fiere virtù, guidati da Demoko - poetastro e Capo del Senato - si oppongono con forza alla risoluzione ma, dopo turbolenti scambi di vedute, a cui non sono assenti Priamo, re di Troia ed Ecuba, sua moglie, viene decisa la restituzione di Elena a salvaguardia della pace.
Nel frattempo le navi greche si profilo all’orizzonte della città. Ulisse, inviato a parlamentare, si incontra con Ettore e scambia con lui nobili parole ispirate alla causa della pace. Con l’accordo dei capi sulla restituzione di Elena, la minaccia di un rovinoso conflitto fra greci e troiani sembra ormai scongiurata.
Ma il greco Aiace, intollerante di una soluzione pacifica, scaglia parole infamanti contro i Troiai e insidia volgarmente Andromaca, provocando il rabbioso risentimento di Demoko che incita i suoi a ribellarsi.
Ettore, determinato ora più che mai a scongiurare lo scontro, frena l’impeto del Capo del Senato colpendolo. Demoko, benchè colpito a morte, ha la forza beffarda di accusare Aiace, ultimo incitamento ai troiani che per vendicare l’oltraggioso atto si gettano su Aiace, uccidendolo.
Ormai tutto è perduto e le porte del tempio si riaprono, terribile simbolo dell’inizio ineluttabile della guerra di Troia.
CONSIDERAZIONI SUL TESTO
Scritta nel 1935, La guerra di Troia non si farà allude al momento cruciale della città sorta all’estremo promontorio di Europa e stabilisce un parallelo intuitivo e di flagrante attualità con il nostro secolo, diventando allegoria ed elegia del destino d’Europa.
Nel primo atto è evocata la confusa atmosfera della città minacciata da una guerra che può essere imminente, scaturita da un futile pretesto (il rapimento di Elena); nel secondo atto le azioni che tale surriscaldamento degli animi ha generato si sviluppano fino all’esplosione finale.
Motore essenziale della commedia è il dialogo. Le discussioni serrate tra i personaggi drammatizzano le situazioni sceniche con rapida e naturale fluidità.
L’antitesi fondamentale che l’opera presenta fra fautori della guerra generatrice di coraggio e di illusioni epiche e sostenitori della pace attraverso l’idealizzazione delle virtù civili e della coppia simbolica propagatrice d’amore trova un registro di contrappunti complesso e variegato, con una molteplicità di sfumature stilistiche che comprendono la fantasia poetica, l’uso del paradosso, dell’aggressività satirica, dell’iperbole, del linguaggio crudo, della parodia e dell’anacronismo mitologico che distanzia i personaggi di Giraudoux - di sorprendente modernità - dai loro antenati classici, filtrando la tragicità della situazione attraverso un sottile equilibrio fra dramma e resa stilistica.
Ciò che in effetti qui è tragico è l’ineluttabilità del destino, vera forza e moto delle cose di cui anche gli dei - impostori e falsi - sono passivi spettatori.
Se la cosciente lucidità dell’autore svela questa drammatica verità, il suo slancio sentimentale non gli consente di accettarla serenamente.
Il generoso sforzo dell’uomo e della donna tesi, attraverso un comune destino d’amore, a salvare la pace e quindi la vita riscuote umana simpatia e adesione alla loro condanna morale della seduzione della guerra come rito sociale e dei mezzi obliqui con cui essa si manifesta: l’ebbrezza fisica, l’esaltazione di sfrenato amor proprio, di stupida indolenza, di provocazione ingiuriosa, di falsi pretesti.
La funzione tematica dei personaggi ne suggerisce l’inquadramento in tre fondamentali registri.
Gli erosi anti-bellicisti: Ettore per la sua onesta sincerità ed energica costanza. Il suo discorso ai morti sarà il culmine della tensione morale del personaggio, antitesi della locuzione bellica, rifiuto dell’apostrofe metaforica, dell’avvocateria ipocrita che tributa ai morti in battaglia un felice destino, poichè il supremo e più nobile destino dell’uomo non è morire in guerra, ma vivere in pace.
Andromaca per la sua fiammeggiante lealtà, per la sua dedizione ai vincoli della famiglia, per la sua fiera volontà di approfondimento dei valori, per la sua determinazione a dare un senso al destino attraverso l’ideale della coppia felice.
Ecuba per il suo vigoroso e colorito buon senso e per la sua irriducibile tenacia, la piccola Polissena per il suo candore, Cassandra per la sua disillusa solidarietà.
Gli autentici neutrali: Ulisse per la sua realistica lucidità, per la sua lungimirante capacità di giocare in astuzia con il destino, mescolando la curiosità sperimentale dell’eroe inesausto di conoscenze con la commossa simpatia dell’uomo; Elena per la sua natura sfuggente, per la sua disarmante indifferenza al destino, di cui tuttavia intuisce il misterioso evolversi, per la sua volontà di armonia con il mondo ma senza autentico coinvolgimento, per la sua neutralità affettiva.
I bellicisti: Demoko, sedotto dalla guerra come illusione epica, belicista intollerante e beffardo; Paride, per il suo indolente immoralismo; Priamo per la sua ingenua visione nobile della guerra forgiatrice di eroi; Aiace per la sua sostanziale assenza di misura, perfetta incarnazione dell’ebbrezza disumana e dell’odio per l’odio; Abneo per le sue ridicole intolleranze estetiche; Busiride, falso neutrale, per il suo giuridismo falso ed ipocrita, per la sua vana ed insulsa retorica; i vecchi libidinosi e ansimanti e la folla dei troiani per il loro stupido sciovinismo.
Sfaccettata e ricca di umori, la commedia è in realtà una profonda riflessione sulla vita, senza la solennità e il didatticismo, tipici delle commedie di idee e di ideologia. Con uno stile rapido, essenziale e concentrato e con il susseguirsi concatenato delle situazioni sceniche, Giraudoux tesse un messaggio profondo e morale in termini di facile intuizione e gradevole fruizione.
L’incontro finale fra il realista Ulisse e l’idealista Ettore - perno tematico della commedia - non è uno scontro tra plenipotenziari che si sorvegliano a vicenda per trarre vantaggio dal primo passo falso dell’avversario, ma un incontro di uomini che si parlano con il cuore e la cultura in mano, simboli di civiltà che sembrano contrapposte ma che invece si richiamano e si danno la mano grazie alla chiaroveggenza di due uomini che al di qua o al di là della guerra scorgono il ricambio amorevole delle culture che essi rappresentano.
E nelle immagini e negli emblemi più dimessi e comuni, l’ulivo greco e la quercia frigia, nell’eloquenza della semplicità, sta la misura della creazione teatrale di Giraudoux e dei personaggi in essa ricreati, estranei agli psicologismi veristici e agli ideologismi esasperati, libere e autentiche creature.
in occasione della rappresentazione.
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