1995. Corruzione al palazzo di giustizia

Teatro - Gruppo Teatrale Mandriolo (GTM)
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Corruzione al palazzo di giustizia

di Ugo Betti. Gruppo Teatrale Mandriolo (1995).

Corruzione al palazzo di giustizia (Ugo Betti). Gruppo Teatrale di Mandriolo, 1995. Corruzione al palazzo di giustizia (Ugo Betti). Gruppo Teatrale di Mandriolo, 1995.

« Una piccola locandina appesa alla porta a vetri di un negozio annuncia: “CORRUZIONE AL PALAZZO DI GIUSTIZIA” - sabato 25 e domenica 26 febbraio nella chiesa di S. Sebastiano in Correggio. ... »

« ... E, nella sera del 25, m’infilo in quella chiesa adibita, ora, a mostre, concerti, spettacoli.
All’esterno, nessun manifesto. Che ci sia, poi, lo spettacolo?
Entro. C’è gente. Le sedie sono sistemate ad L intorno alla pedana-palco.
Tutto è sobrio, dimesso, essenziale. Sulla pedana, un tavolo ed alcune sedie, una scala di legno ad A, un carrello da ufficio. Un lungo drappo azzurro scende dall’alta cantoria fin sul luogo deputato ad accogliere gli attori, quasi un cielo che scenda a chiudersi su quel mondo che di lì a poco si sarebbe confrontato con i propri drammi, viltà tradimenti, ipocrisie, ambizioni.
Poi, sullo sfondo, nell’angolo, un grande albero secco, bianco, spoglio.
L’ufficio del Palazzo di Giustizia è lì, tra il pubblico, con gli attori che si muovono vicino e passano tra gli spettatori.
E’ una metafora anche questa: i drammi non sono estranei alla gente, anzi, nascono, si sviluppano, ritornano, si alimentano dappresso a ciascuno.
Un lungo attimo d’attesa. Uno sparo. Una sospensione che pare non finire più. Poi, escono gli attori.
Noi che siamo lì, nulla sappiamo del contenuto. Nulla dell’autore.
Ci conquistiamo pian piano la storia. Anzi, ne veniamo catturati. C’è un parlare denso. Un argomentare alto, logico, teso, penetrante. Un mettere a nudo un acuto bisogno di risposte ed un dolente groviglio dell’animo umano. C’è anche la luce dell’innocenza, del rigore, della pietà.

Dove si svolge questo “giallo”? In un Palazzo di Giustizia che può essere qui ed altrove. Cronaca, ma anche metafora.
Metafora e simbolo è anche quell’albero secco, bianco, spoglio: giustizia disseccata, inverno delle coscienze, ma anche candore, che fa indovinare una primavera che può venire. L’albero, che nelle radici affondate, ha possibilità di vita.
Cust, un giudice, l’uomo lucido, razionale, temuto ed apprezzato, il primo tra tutti, così abile ad allontanare da sé i sospetti, inattaccabile, non può resistere al grande bisogno di sgravarsi della propria colpa: non può più serrarla in petto. E la grida: la grida a colui che credeva morto.
Potrebbe, comunque, sfuggire alla giustizia umana, ma certamente non alla sua coscienza, che lo spinge a presentarsi all’Alto Revisore per la sua confessione liberatoria. A ciò è portato dalla morte dell’innocente Elena, e dall’autoaccusa di Croz morente, che si addossa una colpa, quasi come una redenzione ultima dalle sue molteplici compromissioni.

E’ ancora il prof. Arrigo Vezzani a regalarci questa bella ed intensa esperienza di teatro, con i suoi attori ben coltivati, generosi, capaci.

Il testo è di Ugo Betti (+ 1953), uno dei grandi scrittori del teatro italiano del ’900.
Ricordiamo i bravissimi interpreti: Paolo Bernardelli, Elisabetta Vezzani, Donatella Zini, Enrico Prandi, Luca Cattini, Andrea Mainardi, Stefano Riccò Gabriele Lasagni, Adolfo Ghidoni, Anna Cattini.
Su richiesta, lo spettacolo è stato ripetuto il 4 marzo. Verrà messo in cartellone nella stagione teatrale di Rio Saliceto.


Gianna Menozzi »
Testo tratto dall’articolo “CRONACA E METAFORA”
pubblicato sul bollettino parrocchiale
“2 parole in famiglia” (n. 11, apr. 1995)