21.11.2004. Intesa di coppia e ruolo genitoriale

Catechismo e pastorale - Educare
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Educare

incontri di genitori di ragazzi da 0 a 18 anni, per parlare del loro ruolo di educatori

“intesa di coppia e ruolo genitoriale”

Margherita Castellari

Domenica 21 novembre 2004, ore 16.00-17.30, teatrino parrocchiale di Mandriolo.
intesa di coppia e ruolo genitoriale


Presentazione (don Giancarlo Nasi).

Allora: è la dottoressa Margherita Castellari che guiderà la conversazione, insomma. Il tema è "intesa di coppia e ruolo genitoriale", come ben sapete, quindi sentiamo da lei quello che ha da dire poi, intervenite poi anche voi [...]


Relazione (Margherita Castellari).

Allora io vorrei fare questa piccola premessa. Ho tirato giù da internet l’intervento che ha fatto l’altra volta don Manenti e assolutamente non sono all’altezza di una situazione del genere. Io quello che vi darà saranno dei piccoli punti di riferimento. Non ho la pretesa di fare la relazione delle coppie [...].

Come vi dicevo non sarà assolutamente una relazione che ha la pretesa di essere completa... io quello che cercherò di darvi è qualche piccolo punto di riferimento su questa tematica dell’intesa di coppia e dell’essere genitori, anche partendo dalla mia esperienza personale. Certamente metto in campo anche le mie competenze come pedagogista, però credo che forse la cosa che mi ha orientato di più è stato proprio vivere sul campo le cose che dico. Sono già nonna e quindi ho fatto anche questo salto dall’altra parte della barricata – dei nonni – e allora... sì, quando si vivono in prima persona le cose hanno uno spessore e un peso sempre diverso che viste da lontano.

Io scrivo eh? – Avete visto che c’è la lavagna – un po’ per deformazione che mi viene... da tempi antichi e un po’ perché... non so voi, ma io quando vado in giro, così, sono sempre molto stanca e allora vedere le cose anche un po’ fissate aiuta a tenere il discorso che devo fare, insomma aiuta un po’. [...]

Partiamo dalla coppia. La prima cosa che mi viene da dire è questa: che l’essere coppia è frutto di tanti aspetti che... non stiamo a cercarli nel senso che vengono dalla storia di ciascuno e, comunque, è senz’altro frutto di un innamorarsi, di una passione, di un qualcosa che scatta fra due persone; però non è già questo, solo questo, l’essere coppia.

L’essere coppia è la capacità di incontrarsi, e incontrarsi lungo la strada, lungo il percorso che si farà, quindi nel tempo.

Questo incontrarsi è un’arte, non è qualcosa che abbiamo dentro di noi, è un’arte che si impara; non c’è qualcuno che ce l’ha e qualcuno che non ce l’ha, è qualcosa che si costruisce strada facendo. È molto importante questo aspetto proprio perché... non diamolo per scontato, e nemmeno pensiamo che sia caratteristica che appartiene a qualcuno e a qualcuno no, perché è proprio frutto di una volontà di incontrarsi; è frutto di una volontà precisa che nel tempo deve trovare le sue strade, le sue conferme, eccetera.

È un’arte che si impara e che dipende dalla capacità – questo è già il secondo punto – di trovare la distanza giusta nel rapporto di coppia così come in ogni altra relazione. Cosa vuol dire? Vuol dire che dobbiamo diventare capaci di accostarci all’altro senza invaderlo, per esempio, senza esagerare (cosa che è molto facile, secondo me... per il mio carattere... ho fatto spesso delle invasioni di campo). Trovare la distanza giusta significa venirsi incontro, un lanciare un po’ a sé, perché possa emergere, una realtà comune. Tanto per istradarvi, tanto per darvi una immagine, e poi siccome insomma... spero che non siate già troppo stanchi, ve lo spiego con una favola che a me... da quando l’ho letta mi è rimasta molto impressa e mi aiuta, ogni tanto, a ricordarmi questa... immagine, proprio, della distanza, di come si trova la distanza giusta; non è qualcosa che abbiamo in tasca, è qualcosa – ripeto – frutto di una conquista, giorno per giorno.

La favola è questa. È la favola di due porcospini in una notte d’inverno – la conoscete? Mi state guardando come se stessi parlando arabo, ma vedrete che c’entra, comunque, eh? E forse rimane più impressa un’immagine che non tante parole. Loro la sanno però... adesso gliela ri–racconto – sono due porcospini in una notte di quelle... tipo l’anno scorso quando il termometro va pesantemente sotto zero, quindi stanno rischiando di morire congelati. Ma d’istinto, per sopravvivere, d’istinto si avvicinano, perché sappiamo tutti che i corpi emanano calore, quindi d’istinto si avvicinano, però essendo porcospini... Ahi! Appena si avvicinano si pungono e quindi si allontanano. Una volta lontani, però, il ricordo del tepore che avevano, sia pure per un attimo, provato e comunque il freddo che è altrettanto pungente... riprovano ad avvicinarsi; si ri–pungono, si ri–allontanano, si riavvicinano... finché non trovano la distanza giusta per cui riescono a farsi calore a vicenda senza farsi del male. Trovarla la distanza giusta...!

E questo in tutti i rapporti, non solo nella coppia ma anche con i figli, molto anche con i figli. Comunque in tutte le relazioni. Come vedete è qualcosa – la favola lo dice bene – è qualcosa che va per prove, per tentativi. E anche per errori, perché no? Però è importantissimo, anche solo cercare questa distanza, proprio perché è proprio questa volontà di incontrarsi che salta fuori. Salta fuori che la cosa più importante è il bene comune; questo noi, come dicono in tanti... (rivolta a persone appena entrate – n.d.r.) ... adesso voi vi siete persi la favola..., ve la farete ri–raccontare!

Quello che emerge, proprio, nella vita di coppia, se c’è questa volontà di incontrarsi – forse se aspettavamo il quarto d’ora accademico era meglio – è importante cercare questo incontro e fare emergere il bene, il bene che c’è nella coppia. Non sto dicendo adesso, guardate, delle cose banali; io mi rendo ben conto, io... vi ho detto son già nonna quindi un tot di anni di matrimonio anch’io, nonostante veda delle facce anche... che mi possono dare dei numeri e insegnare a me, però è vero, non è banale questo. Cercare questo bene comune io credo che sia proprio importantissimo nella coppia, perché... è lo sfondo di bene che deve emergere nella nostra faticosissima vita di relazione, dove ogni pretesto, non fosse altro la fretta che ci attanaglia un po’ tutti, il carico, il peso di queste nostre giornate quotidiane, un pochino ci distoglie [...]; è come se uno dovesse sempre ripetersi questa specie di slogan: È bene che tu ci sia.

Guardate che anche questo sembra banale, in realtà non lo è affatto perché ci sono momenti in cui... mi dà sui nervi che tu ci sia. Oppure riferito... riferito ai figli, ci sono momenti in cui uno vorrebbe spegnerli i figli, in cui questo bene... mmm, si fa fatica a scrostarlo un pochino dalle incrostazioni di difficoltà che ci prendono da tutte le parti. Però è questo bene che noi dobbiamo cercare di fare emergere. Non è facile perché io mi rendo conto che nella vita di coppia tante volte, invece di cercare questo bene comune, e quindi questo accordo profondo sui singoli problemi ma un accordo profondo, diventa molto difficile. Più spesso ci accontentiamo di vincere o di perdere. E se perdiamo aspettiamo la volta dopo per... la rivincita! Cioè, la logica che ci muove un pochino di più nella vita quotidiana è questa, cioè questo alternarsi di momenti in cui va avanti quello che dico io e momenti in cui va avanti invece quello che dice lui. Non è così: bisognerebbe proprio trovare quello che diciamo noi. Allora, siamo disposti a farlo se siamo coscienti – e io credo che questo vada spolverato – se siamo coscienti che c’è un bene da salvare: il bene dell’altra persona al mio fianco, che forse negli anni un po’ si appanna, però non viene mai meno; non ha, se volete, la stessa sensazione di essere sulle nuvole che si ha nei primissimi tempi, però il bene resta.

Allora, rispetto alla coppia – questo è l’ultimo punto che volevo dire – quello che va coltivato è lo spazio di coppia. Ma come? Questo spazio va custodito, poi mi spiego, abitato, reso colorato.

Uno custodisce qualcosa che è prezioso, che vale. Allora cerco di custodirlo. Sono parole, non a caso, secondo me, di una profondità, di una incisività rispetto alla vita di coppia grandissime; custodisco quello che so che è bene prezioso. Quindi devo ogni tanto recuperare questa valenza positiva, questa "preziosità" dello spazio di coppia.

Va abitato, cioè bisogna starci dentro, bisogna proprio volerlo, bisogna cercarlo. Io quando parlo di questo faccio sempre un esempio, molto stupido, se volete, che però rende l’idea di come cercare lo spazio di coppia non significa andare una settimana alle seiscelle – magari! Potessimo permettercelo penso che andremmo tutti, faremmo la fila (qualche volta si può fare anche quello) – qualche volta basta andare fuori a cena; qualche volta basta addirittura quello che facciamo io e mio marito che... ormai i figli grandi ci prendono molto in giro... noi abitiamo in campagna, abbiamo – un po’ come voi – abbiamo il pattume a cento metri. Ecco, noi spesso ci pigliamo su e portiamo il pattume insieme.

È un esempio stupido, se volete, una "cavolata", però in quel momento ci guardiamo in faccia, abbiamo un attimo in cui ricuperiamo questo spazio; è proprio una piccolissima passeggiata che ci... consentiamo, che ci dedichiamo, per recuperare un "noi" che, non so voi, ma nelle mie giornate... ci son sempre delle cose, delle persone, delle realtà, dei problemi, che ci separano, che ci allontanano. Voglio dire, basta pochissimo per custodire e abitare lo spazio di coppia; poi ognuno s’inventa quello che vuole. Non posso dire io che risorse, che occasioni possiamo ricuperare. La cena fuori è notevole, credo, eh? Perché poi... uscire un po’ anche da questa sensazione di acqua alla gola ho io sempre, e penso anche gli altri, insomma, quando non sono in casa mia... mi piace, io amo moltissimo la mia casa, il mio giardino, la mia famiglia, però ogni tanto... non ce la fai più, e quindi anche andare fuori è molto importante, poi di solito si prende qualcosa, si beve una birra (a me fa subito effetto) quindi... si è anche più leggeri, si ha anche più voglia di chiacchierare, di mettersi lì e gustarsi questo noi e – perché no? – parlare anche dei figli. A noi... spesso ci capita di parlare dei figli e... così, di chiederci cosa... dove abbiamo sbagliato... mio marito quando parlava... pensava oggi: "Perché non mi sono fatto prete? ..."; alle volte senza nulla togliere alla valenza dei preti, però delle volte ti vengono anche queste domande, cioè, perché la vita della famiglia è complessa, è pesante, è bella, è molto bella, però, insomma, ha i suoi risvolti... di una certa portata. Quindi starci dentro.

Reso colorato è la cosa che sembra più infantile e che invece, secondo me..., è sempre un segnale che c’è questa ricerca dell’altro e che abbiamo coscienza che "l’altro vale per me". Renderlo colorato significa rifarsi la corte, un po’, ogni tanto; significa mantenere comunque la capacità di sorprenderci a vicenda, nonostante tutto e tutti; e, perché no? Ogni tanto i signori... – ce ne sono tanti oggi, fra l’altro, di uomini. Mi faccio i complimenti perché non è facile trovare tanti uomini in incontri per genitori – che i signori mariti regalino un po’ di fiori anche se non è il compleanno. A volte ci si scorda il compleanno, pazienza, l’importante è che rimanga un po’... farsi trovare all’uscita dal lavoro... oppure, non so, inventarsi qualcosa di nuovo, un segnale per dire: "Ci tengo di nuovo a te, come una volta". Quando eravamo morosi noi facevamo delle cose allucinanti pur di vederci, io me le ricordo, adesso forse non è la vostra storia, è la mia, però ne abbiamo fatte di tutti i colori, anche perché, ad esempio, i miei ci ostacolavano molto quindi facevamo i salti mortali per vederci, li facevamo proprio. Dopo si perde un po’ questa capacità di mantenere colorato, vivace, la tensione verso l’altro. Non è una questione di etichetta, non una questione banale, ecco, di nuovo, ma è veramente un dare dei segnali all’altro che "io tengo a te". Così come io... – perché ho parlato solo degli uomini – anche la moglie, fare qualche sorriso in più credo che non guasterebbe, brontolare un po’ in meno, una volta ogni tanto (sorride – n.d.r.), anche questo credo che agli uomini non dispiacerebbe. Prendere le cose, la vita di coppia, di relazione, con un po’ più di ironia di... colore, insomma, non mi verrebbe un’altra immagine.

Allora, se esiste questo spazio di coppia... guardate che son ben cosciente che le cose che si stan dicendo sono piccole, sono dei piccolissimi passi, non sono delle pretese esaltanti, che però sono importantissime, sono il frutto di questo aggiustarsi, di questo trovare la nostra distanza, che è diversa di coppia in coppia. Io vi ho detto la mia, le mie risorse (alcune, piccolissime), ognuno ha le sue; ogni coppia fa quella che un autore che io amo moltissimo chiama la "danza della vita", cioè quando si danza in due – anche se io il valzer non lo conosco – però ci si deve accompagnare; nella danza della vita non sempre ci si avvicina nel modo giusto, si fanno delle prove, bisogna comunque fare un lungo allenamento, è un’arte che si impara, dicevo all’inizio; occorre un lungo allenamento perché questo danzare insieme pieno di armonia. L’armonia non è qualcosa che viene con la bacchetta magica o perché io schiocco le dita: è frutto di una volontà e di un lungo allenamento, che non finisce mai, credo.

Se noi abitiamo, custodiamo lo spazio di coppia, qui dentro trova spazio anche l’altro e, in particolare, i figli, e siamo già al secondo argomento, cioè i genitori. Allora, anche qui facciamo una brevissima... una specie di premessa, intanto. Io sono fermamente convinta, non solo io, insomma, anche se studio un po’ la pedagogia in generale, comunque che dentro a ogni genitore c’è una bussola interiore. Cosa vuol dire? Vuol dire che dobbiamo avere un po’ fiducia, un po’ di auto–stima nelle nostre capacità di genitori, cosa che oggi è sempre più difficile, perché i motivi sono tantissimi; io credo che tutti ne parlano, che anche voi ne abbiate sentito parlare; comunque ci rendiamo conto che la nostra è una realtà molto complessa, e che lo diventa sempre di più: le trasformazioni che ha subito la nostra realtà! Cioè io quando parlo di quando ero giovane io – io non sono tanto vecchia anche se sono già nonna – però mi sembra di parlare di anni luce fa, cioè di situazioni che... mi sento intimidita dalla velocità con cui ho visto sotto i miei occhi modificarsi un po’ anche la nostra realtà, la nostra società.

È vero, è complessa, però a maggior ragione noi dobbiamo imparare a recuperare la fiducia nelle nostre capacità, la fiducia in quell’istinto che comunque ha sempre guidato i genitori di tutto il mondo, e per tutti i secoli; poi certamente oggi abbiamo tanti aiuti, siamo stati arricchiti dalle scienze dell’educazione... tutto quello che volete. Però questo istinto, questo buon senso che ogni genitore ha dentro occorre che lo recuperiamo. È un orientamento che abbiamo nel risponderne, nel gestire i nostri figli, che certamente ha bisogno di tante altre cose, che però c’è; quindi fidiamoci un po’ di più, diamoci per una volta anche un po’ più di stima come genitori, perché non occorre avere poi delle competenze particolari. Questa è una piccola premessa.

L’altra cosa che mi sentivo di dire e che dirò con un’immagine. Un po’ noi genitori perché ci sentiamo così appannati? Perché abbiamo la pretesa – questo come singoli, come madre o padre – di essere dei pozzi senza fondo. Non siamo dei pozzi, che possiamo continuamente dare ai nostri figli senza mai esaurirci; non siamo pozzi che non si esauriscono mai. L’immagine che io vi voglio dare è che siamo dei canali. Perché? Perché facciamo scorrere l’acqua buona che abbiamo ricevuto, cioè questa: è il bene (fa il collegamento sulla lavagna – n.d.r.). Siamo canali che facciamo scorrere l’acqua buona che noi stessi abbiamo ricevuto. Per questo è così importante curare la spazio di coppia. Per questo è così importante rifornirsi a vicenda come coppia.

Troppo spesso, soprattutto le mamme, io vi porto la mia esperienza, abbiamo la pretesa di poter dare senza mai ricevere. Non è vero! Io ho un bisogno assoluto di avere momenti di rifornimento di coppia; per essere sereni, per far emergere anche nei confronti dei figli il bene. Perché è vero che essere genitori ci prende tantissimo, poi chi ha dei bimbi piccoli... ti prosciuga proprio a livello di sanguisuga, cioè le forze fisiche, psichiche... di tutto e di più (ti prosciugano anche i più grandi, in un modo più subdolo... però in casa nostra non si riesce, soprattutto d’estate per noi è un momento allucinante perché non si riesce mai a chiudere la casa, a dire la parola fine, perché in continuazione arriva a casa qualcuno e io mi sveglio, o sto sveglia... comunque prosciugano anche i grandi). Abbiamo questa pretesa di essere dei pozzi senza fondo, invece abbiamo bisogno, assolutamente, di far scorrere qualcosa che per primi noi sperimentiamo; per questo chi cura lo spazio di coppia non toglie ai propri figli nulla ma, anzi, finalmente riemerge dalla sensazione che dicevo prima (l’acqua alla gola), recupera un po’ di ossigeno – mettiamola così – per sé, per poter essere veramente presente anche con i figli, per poter dare... lasciar scorrere, appunto, il bene. Però è importantissimo fare questo rifornimento, eh? Avere dei momenti di rifornimento. Io dico la coppia, è questo è secondo me un caposaldo, però possono anche essere momenti in cui uno va a fare una corsa fuori, in cui uno si fa una doccia di tre quarti d’ora...

In qualche modo questo benessere è personale, però io credo che la cosa più importante sia proprio ritrovare un bene, e quindi un rifornimento che mi dà un’altra persona. Non siamo pozzi ma dei canali: questa è la prima immagine che vi do.

Non siamo – secondo non – non siamo perfetti (questo ormai lo sanno anche i gatti). Siamo persone, come genitori, questo ormai è una cosa che credo sia abbastanza acquisita, perché se n’è sentito parlare da tantissime parti. Non siamo persone che non sbagliano. Riconoscere, ammettere, riconoscere i propri errori... anche di più: vivere gli errori come risorse è molto importante. Soprattutto io credo che sia importante capire che la sicurezza di un genitore non sempre fare l’azione giusta al momento giusto (quando mai [...]). Vi dirò di più: io ho avuto un tot di figli, però non è che l’esperienza ti renda più sicura in questo senso, eh? Proprio perché... ogni figlio è diverso dall’altro, e quindi non è che il modo in cui tu hai agito con uno possa comunque far pari e servire con l’altro. La sicurezza non è questa infallibilità, questo saper fare l’azione giusta al momento giusto, questo ce lo dicono i film, può andar bene lì, dove vedi queste persone sicure, che avanzano nella loro realtà... con una sicurezza che io non ho mai avuto in questi termini.

La sicurezza è rimanere saldi nel bene (vedete che torniamo sempre qua, eh?), il che vuol dire: anche se io ho sbagliato, ti voglio bene lo stesso; anche se tu hai sbagliato, ti voglio bene lo stesso; non mi piace questa cosa che tu hai fatto, non mi va, però ti voglio bene; devo stare separata da te un tot di tempo, vivere anche un pochino il disagio di questa separazione, però ti voglio bene. Restare saldi nel bene. Guardate che questa, se può sembrare una cosa banale nella realtà della vita quotidiana, è difficilissimo mantenere questo tipo di sicurezza, perché, soprattutto man mano che i figli un pochino crescono e gli sbagli li fanno, perché li fanno, è difficile fare... più che altro il bene c’è, è difficile farlo emergere! È più facile fermarsi all’errore, o mio o dell’altro, piuttosto che fare emergere il bene, che rimane, solido.

Per avere una sicurezza del genere, però, bisogna allenarsi, bisogna rifornirsi a vicenda, bisogna confrontarsi, perché anche questo vi fa allargare un po’ lo sguardo, vi fa vedere un’angolatura dell’altro – in questo caso dei figli – diversa dalla mia. Io non so perché gira questa sensazione che ci siano dei genitori di serie A e dei genitori di serie B. Guardiamo chi sono, a caso, i genitori di serie A? Le mamme. E i genitori di serie B? Di solito sono i papà. Io lo dico perché è vero, io stessa ho agito in questo modo, dal primo momento, cioè: "come faccio io le cose non le fa nessuno!", "come gestisco io i miei figli non è capace nessuno!". È vero, nel senso che io ho il mio modo, il mio stile, la mia angolatura, però mio marito ha la sua, e meno male, perché se io ho questa angolatura, lui la sua, la mettiamo insieme... l’arco... si allarga, eh? E quindi mi fa uscire da certi miei schemi, e lui esce dai suoi; se noi mettiamo insieme i nostri sguardi, ci confrontiamo, riusciamo vedere un po’ più allargato rispetto al nostro modo di guardare, al modo di un singolo di guardare.

È importantissimo confrontarsi, quindi, per capire, appunto, anche gli errori che si fanno, e ricordarsi che la famiglia è un sistema. Cosa vuol dire? Vuol dire che nessuno si può chiamare fuori; nessuno può pensare di delegare l’altro o di non entrare nel merito di qualche situazione della famiglia, perché anche il non fare nulla, il non dire nulla ha comunque delle ricadute sugli altri. Un sistema vuol dire che qualunque cosa io faccio ha una reazione sull’altro, e così è la famiglia. Se un figlio cresce, non è un affare che riguarda il figlio, è un affare che riguarda tutta la famiglia; se arriva un altro figlio non è una cosa che riguarda solo lo spazio dove metterlo (questo, va beh, è un problema...) ma è un affare che riguarda tutta la famiglia, come se fossimo seduti in due su una panchina, si siede un terzo, in qualche modo spostarci e fare posto, "riorganizzarci" in base al nuovo venuto. Così è nella famiglia: qualunque cosa succeda, qualunque cosa io viva all’interno della famiglia ha comunque una ricaduta sugli altri, quindi, a maggior ragione, soprattutto nelle cose che contano, bisogna che ci confrontiamo, bisogna che ci diciamo, un po’, quali sono i nostri punti di vista.

L’ultimo punto, come genitori – è soltanto buttato lì, un po’, così... – riguarda la volontà, comunque, proprio come genitori, di metterci in ascolto dell’altro, soprattutto della diversità dell’altro. L’altro è diverso. È diverso da quello che io mi ero immaginato, è diverso da quello che io penso che sia. Allora mettersi in ascolto, vi do come tre... (come si può dire?) puntualizzazioni, questo mettersi in ascolto dell’altro, che valgono per i figli ma valgono anche per l’altro in generale, ovviamente.

Una è lasciar parlare l’altro, che non è uno scherzo, perché... adesso vi racconto una barzelletta, che io non so raccontare quindi non ve la racconto per farvi ridere ma per farvi capire quello che intendo. Non solo dare uno spazio fisico all’altro di esprimersi – perché già questo sarebbe abbastanza importante, credo; c’è sempre in una coppia quello che parla di più, quello che parla di meno, stavolta non specifico chi dei due, quindi anche darsi questo spazio a vicenda per esprimersi è importante – ma anche perché noi, di solito, anticipiamo l’altro, ci facciamo un pre–giudizio dell’altro. Io, non so, se comincia una delle mie figlie a dire qualcosa io so già quello che mi dirà, so già quello che farà, so già dove andremo a finire, so già dove porta il suo discorso, la sua azione... ecco questo sapere già l’altro vuol dire inquadrarlo dentro ad uno schema, una scatola, non lasciandogli lo spazio, davvero, di esprimersi anche in un modo diverso dal solito. Quindi lasciare lo spazio all’altro di poter dire qualcosa che io non so, di potermi stupire, in qualche modo.

Guardate che questa è una cosa difficilissima. Io personalmente ho fatto una fatica, tuttora faccio una grandissima fatica a lasciare spazio agli altri, davvero, a costo anche di non riconoscere i momenti in cui... vi faccio un esempio: una delle mie figlie si è sempre vestita in un modo che io non condivido assolutamente; io l’ho sempre definita... si vestiva come la poverella d’Assisi, cioè... una cosa che... veramente, un po’ m’innervosiva, ecco; ero talmente abituata a giudicare questo suo modo di vestirsi che non mi son resa conto, anche, che non riuscivo a vedere nemmeno le volte in cui lei un pochino si vestiva in un modo diverso e, quindi, non riuscivo neanche a valorizzare questi momenti in cui comunque si esprimeva in un modo anche più vicino al mio gusto, per dire. Adesso ha superato questo, ma lei lo faceva apposta, ovviamente, per innervosirmi... c’era tutto un... Però io non coglievo anche... quello che mi ha fatto effetto è che non riuscivo a cogliere i momenti in cui cambiava: per me continuava a essere quella che si vestiva come...

Allora, la barzelletta è questa. Ma, non so... bisognerebbe saperla raccontare, io non so mica... il dialetto io non lo so, quindi... ripeto: non per farvi ridere, però descrive molto con una immagine, così come la favola di prima, questo nostro modo di non lasciar parlare l’altro. Allora, c’è un tipo che si chiama Giovanni (c’è qualche Giovanni qua? [...]) che una mattina decide di andare a fare un bel giro in bicicletta in campagna – è uno che abita in città – "Domattina vado in campagna!", si alza alle cinque del mattino... "Basta, è la mia giornata!"; un po’ verifica come fa mio marito, internet, qua e là, su e giù, tutto: il tempo, le previsioni... "Boun, è la mattina giusta, vado a fare un giro in campagna". Parte con la sua bici, va verso la campagna aperta, quando e proprio nel posto più lontano dalla città possibile... trac! Gli si fora la bicicletta. Incomincia a imprecare in turco, arrabbiatissimo perché gli si è rovinata tutta la sua giornata tanto aspettata. Gli viene in mente, mentre cammina con la bici a mano, che in quei paraggi lì, proprio giusto giusto in quei paraggi lì, abitava Pino (nessun Pino?), che era stato un suo vecchio compagno di scuola, ma al tempo delle elementari, questo ovviamente era una persona che già da molto era sposata... "Guarda, vado da Pino! Vado da Pino e gli chiedo una bicicletta in prestito, così mi carico la mia sulla spalla, vado a casa, l’aggiusto, poi ho l’occasione di riportare la bicicletta a Pino, di rivederci... facciamo una rimpatriata... chiacchieriamo dei vecchi tempi... e qui e là...", e s’incammina, tutto contento di questa soluzione, per andare a casa di Pino. Mentre cammina incomincia a rivangare un po’ il passato, nella sua testa... "eh, però Pino... Pino non mi passava mai niente! Era un secchione maledetto che, vigliacco se mi suggeriva mezza parola così! E Pino era tirchio anche: non mi ha mai prestato cinque lire per comprare un pezzo di gnocco quand’ero affamato... E Pino, quella volta quando mi ha fatto la spia con l’insegnante... E perché Pino...", e mentre va, si sta caricando. Arriva a casa di questo povero Pino alle sei di mattina, della domenica mattina, e ovviamente tutti a letto; suona imbufalito alla porta, questo Pino si affaccia, e lui, da giù, senza neanche dirgli chi era, niente, gli urla: "Rabbino! Te le tieni poi te la tua bicicletta!", e se ne va.

Guardate: noi facciamo così! Noi facciamo regolarmente così. Ci auto–carichiamo nei confronti di una persona al punto che non la vediamo più per quella che è. Noi lo facciamo, lo facciamo spessissimo; è un errore grossissimo che ci impedisce di incontrare l’altro e di recuperare il bene che è l’altro per noi. Quindi mettersi in ascolto dell’altro, lasciarlo parlare; volere ascoltare. Cosa vuol dire? Altro esempio: quando io "svuoto" sul mio povero marito tutti i pensieri della mia giornata, e lui mi ascolta... leggendo il giornale; lui dice: "Sì, sì, t’ascolto", mmm? Al che mi sento ascoltata, io, moltissimo!

Voler ascoltare significa dedicare tempo, attenzione. Altro esempio. Spesso ho voglia di parlare con i mie figli più grandi; loro mai. Però le rare volte in cui loro vengono da me, io ho sempre qualcosa da fare, ed è sempre importante. Io ho imparato a fermarmi. A fermarmi. E chi se ne frega di tutto il resto. Mi siedo e mi metto ad ascoltare. Guardate che ho imparato, eh? Ho imparato perché non era il mio modo di fare. Io ho sempre avuto fretta in casa, perché avevo da fare un sacco di cose, quindi... ho imparato a fermarmi. Dedicare tempo e attenzione significa proprio "ti ascolto perché sei tu più importante di tutto il resto".

E pazienza. Direi che l’altra caratteristica che si impara, anche la pazienza. La pazienza dei tempi dell’altro, e dei modi di parlare dell’altro. Io mi ricordo, i primi tempi che ero sposata... ma no, forse anche quand’eravamo morosi, io chiedevo a mio marito – adesso c’è la pubblicità, purtroppo – gli chiedevo: "Ma cosa stai pensando?", e lui mi diceva: "Niente"; io andavo in bestia, per me era inconcepibile che uno non pensasse niente. E invece lui mi ha continuato a confermare nel tempo che lui, in realtà, non pensa a niente, e questa cosa... mi dava da fare. Quale realtà abbiamo anche imparato? Lui ha imparato a parlare un attimo di più, ad esprimersi anche; non era abituato. Non era abitato, perché le occasioni in cui si dialoga sono veramente rarissime, rarissime. Quindi io, invece sono una abbastanza... potente, su questo, l’ho sollecitato tantissimo. Adesso è lui, devo io frenare lui perché è diventato... sovrabbondante.

Questo per dire come abbiamo anche dei tempi, cioè ci vuole pazienza, perché non è vero che abbiamo tutti lo stesso modo sciolto, anche, di dirci, di considerare le cose, esprimerci. C’è chi ha la deformazione professionale, per esempio, chi vive nel campo educativo – metti una maestra – è abituata a riflettere, a pensare, a considerare tante cose; chi fa il ragioniere è abituato ad avere a che fare con dei numeri, quindi forse ha bisogno di più tempo per poter esprimere qualcosa di sé. Quindi avere anche questa pazienza nell’attendere i tempi dell’altro, anche del dirsi, nell’ascoltarsi.

E ultima cosa è andare oltre le parole, perché ci sono momenti, e soprattutto, credo, con i figli... i figli... direi anche molto con gli adolescenti, però vale in tutte le fasce d’età, andare oltre le parole: ci son dei momenti in cui le parole dicono una cosa e il cuore ne dice un’altra. Ci sono momenti in cui, ad esempio, a casa nostra – faccio degli esempi un po’ banali, voi mi perdonerete, ma son quelli che mi vengono in mente – in casa nostra abbiamo imparato che a mio marito ci si può parlare dopo che ha pranzato, prima no, mai, zitti, tutti zitti (ride – n.d.r.), finché non ha mandato giù qualcosa... è una "bestia" quando arriva a casa, quindi...

Voglio dire: a volte se io lo stuzzicassi, quando uno è stanco, affamato, non ne può più, uno... veramente bisogna anche saper capire che le parole dette in certi momenti non hanno lo stesso valore delle emozioni che uno porta dentro. Quindi andare oltre le parole nel bene e nel male significa saper cogliere le emozioni dell’altro, sia che ti abbia detto delle parole positive, sia che ti abbia detto delle parole negative, sia che non sia capace di dirti nessuna parola; quindi cogliere anche lo spessore delle emozioni che ci sta dietro.

Io ho finito... volevo leggervi una cosa, velocissima, che è una favola, perché io mi ripeto un po’ su certe cose, però per me è molto bella, perché esprime un po’ il concetto della diversità, che è così sbandierato da tante parti che però ci inganna un po’, e qua invece è detto molto bene, un pochino recupera le cose vi ho detto stasera. Faccio veloce... non penso che vi addormenterete.

È la favola del re Trentatré. Qualcuno la conosce?

"In un lontano regno viveva il re Trentatré, con la sua corte. Un giorno si sveglio di buonumore, chiamò il suo fido buffone e gli annunciò che aveva deciso che tutti, nel suo regno, dovevano finalmente essere liberi, uguali e trattati allo stesso modo. ‘Buona idea, Maestà!’, gli rispose il buffone. Il re diede quindi vita al suo programma. Andò verso la voliera, la aprì e lascio libero il canarino che lo ringraziò volando via. Visto il buon esito dell’operazione, si portò verso la vasca dei pesci, acchiappò una trota e la mise in libertà. La poveretta cadde a terrà, si sbatté un poco e poi morì stecchita. Il re, profondamente amareggiato, chiamo un buffone per chiedergli spiegazioni dello strano comportamento della trota che, a dir poco, non aveva apprezzato il suo programma di liberare tutti. ‘Ma i pesci hanno bisogno di acqua, sire, di molta acqua’, gli rispose il buffone. Detto, fatto. Il re torno alla vasca, acchiappò una trota e la gettò nel ruscello. La trota, felice, nuotò via rapida ringraziando il sovrano che volle subito ripetere il positivo esperimento col merlo, chiuso nella voliera. Ma il merlo, quando si accorse che il re voleva buttarlo nel ruscello, iniziò a implorare di non farlo. Il re, scocciato, lo ficcò dentro senza tanti complimenti, e il merlo annegò. Trentatré, sempre più esterrefatto, chiamo ancora il buffone per ulteriori chiarimenti. ‘Do a tutti la libertà, e ancora non sono contenti!’, si lamentò. Il buffone si decisa allora a parlare chiaro: ‘Sire, il pesce ha bisogno dell’acqua, l’uccello dell’aria; ognuno è diverso e i suoi bisogni sono diversi da quelli degli altri’.

Per me è bellissima questa favola (oh, non potete dire il contrario perché ormai l’ho detto io...). Però guardate la cosa che mi ha colpito di più, e che mi ha colpito di più, e [...] è la buonissima intenzione del re. Il re ha una ottima intenzione, che credo sia la ottima intenzione che abbiamo noi nei confronti del nostro partner o nei confronti dei figli. Non c’è mai una cattiva intenzione nel nostro muoverci. Purtroppo, molto spesso, pretendiamo che tutti abbiano la nostra angolatura, che tutti la pensino come noi, che tutti abbiano gli stessi nostri bisogni, lo stesso modo di esprimerli...

Spesso non ci rendiamo conto che c’è un bene comune ma c’è anche una diversità degli altri di cui tenere conto, e questa favole, secondo me, lo esprime molto.