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Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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Home Catechismo e pastorale Educare 19.12.2004. Condividere sentimenti ed emozioni

19.12.2004. Condividere sentimenti ed emozioni

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Educare

incontri di genitori di ragazzi da 0 a 18 anni, per parlare del loro ruolo di educatori

“condividere sentimenti ed emozioni”

Giovanni Spaggiari (e moglie: Gabriella)

Domenica 19 dicembre 2004, ore 16.00-17.30, teatrino parrocchiale di Mandriolo.
condividere sentimenti ed emozioni


[Don Giancarlo – n.d.r.] Cosa fate, parlate tutti e due?

[Dottor Spaggiari – n.d.r.] Sì.

[Don Giancarlo – n.d.r.] Oh, quella è una buona idea!

[La moglie – n.d.r.] Beh, intanto comincia lui.

[Don Giancarlo – n.d.r.] Abbiamo tra noi, allora, il professor Spaggiari, è psichiatra, psicologo… tutt’e due. Dopo monsignor Alessandro Manenti, che parlato di autorità e autorevolezza, dopo la dottoressa Castellari, che ci ha parlato di intesa di coppia e ruolo genitoriale, l’ultima volta, adesso abbiamo il dottor Spaggiari e la sua riverita Signora – già mia alunna – che parleranno, appunto, di condividere sentimenti ed emozioni. Mi sembra che più o meno il tema sia quello. Diranno qualcosa loro, poi dite qualcosa voi, intervenite poi, fate quello che credete. Vi ricordo anche, ve lo ricordo subito, che avevate detto che ci davate dei temi eventualmente da trattare in avvenire, nelle altre riunioni; cioè il prossimo lo tratta la dottoressa Baroni "il papà in panchina?", poi dopo, da febbraio in avanti aspettiamo anche vostre indicazioni, insomma, se ne avete; se non le avete le tireremo fuori noi. Io lascio la parola al dottore.

[Dottor Spaggiari – n.d.r.] Grazie. Mi hanno detto che siete abbastanza severi sugli orari, quindi il nostro desiderio… anche se… come prima cosa generalmente mi piace conoscere le persone con cui ci si incontra, proprio nella considerazione massima, ecco, di quello che è l’esperienza di ognuno di noi, e per il fatto che credo che ognuno di noi sia un mondo unico, una persona, quindi, unica e irripetibile e insostituibile, e questa ricchezza va messa a confronto, ecco. Altrimenti vengo qua, anche se dovessi dire delle cose valide e interessanti, praticamente… c’è solo una parte che interviene, mentre mi sembra molto importante che ci sia un dialogo. Questo vuol dire che mi permette di uscire da questa esperienza arricchito, perché veramente ognuno di voi, dato che lo Spirito Santo non si ripete mai, è molto ricco, e quindi mi piace avere questa possibilità di incontrarsi e di comunicarci quelle che sono le esperienze.

Ecco perché credo che ci sia questo di meraviglioso nell’esperienza che si fa come genitori che viene sintetizzata dalle parole di San Paolo che dice che siamo i collaboratori di Dio. Quindi questa posizione di essere genitori è veramente una cosa unica, straordinaria, anche se bisogna ammettere che è una cosa… diciamo un intervento difficoltoso, difficile, e direi che l’evoluzione che c’è stata nella società comporta delle difficoltà maggiori di quelle che c’erano nei tempi passati. Faccio un esempio molto terra–terra: quando io ero un ragazzo non c’era la televisione, quindi evidentemente i miei genitori non avevano nessuna preoccupazione di come utilizzare la televisione. Evidentemente cosa che, adesso, i genitori hanno in grande… sì, alle volte rappresenta anche un problema di difficile soluzione o, comunque, un motivo di scontro.

Quindi sono state tante le cose che hanno portato l’intervento educativo, che è una cosa magnifica ma che evidentemente ci chiama ad una profondità e ad una conoscenza delle cose che non sempre è semplice. Anche se credo proprio in questa caratteristica fondamentale che il Signore ci ha dato quando, permettendo che il matrimonio fosse segnato da un sacramento, anzi volendo valutare questo rapporto fra uomo e donna con un sacramento, ha permesso che attraverso di esso ci arrivino le grazie per capire meglio i nostri figli, per avere chiaro dentro di noi che i nostri figli non ci appartengono, sono figli di Dio, e questo viene segnato in modo particolare con il battesimo, e soprattutto noi siamo per scoprire qual è il progetto che Dio ha sui nostri figli.

Sono situazioni alle volte che ci mettono in difficoltà; forse alle volte non le abbiamo soppesate per intero, ma tante volte ci richiamano a delle realtà che ci possono anche mettere in difficoltà e confonderci. Ricordo nell’esperienza che io ho avuto, naturalmente insieme con mia moglie, quando il Signore ci ha messo a una prova molto pesante facendoci ammalare la terzogenita e poi chiamandola a sé…, quando nella messa mi rivolgevo al Signore e il momento più duro era il "Padre nostro", perché in quel momento pensavo che era figlia Sua ma anche figlia mia, ecco; e quindi nel chiedere quello che era la sua salute, la sua vita, mi sentivo in un forte contrasto con la figura di un Padre che è Dio stesso. E credo di aver capito un pochino meglio, ecco, non fino in fondo, come l’esperienza di sottolineare il fatto che sono figli di Dio, tante volte, almeno da me che credevo di averla capita fino in fondo, ho capito come tante volte sono cose che si dicono, cose belle alle quali crediamo, ma forse non fino in fondo, ecco.

Vorrei sottolineare questo: che noi siamo delle persone che si mettono a disposizione del Signore perché vada avanti il suo progetto e non il nostro, anche se tante volte proprio in ognuno di noi nasce la convinzione che nostro figlio debba fare la tal cosa… delle volte è anche un compenso a quello che avremmo voluto realizzare noi e non siamo stati capaci, o non c’è stata data la possibilità, e allora vorremmo vedere questa continuità; mentre tante volte il Signore ha un progetto molto diverso dal nostro, che noi dobbiamo solo ricercare per farlo vivere in pienezza.

Quello che io desidero dirvi vorrei che fosse molto chiaro con una premessa: quello che noi diciamo, anche come coppia, nasce da una esperienza di vita che noi abbiamo vissuto. Questo non vuol dire che sia la cosa perfetta; che io dica: c’è solo questo modo di vivere e di interpretare quelle che sono le problematiche dei nostri figli, di fare delle proposte. Dico: è stata un’esperienza che a noi è piaciuta e che ci è sembrata un’esperienza interessante e valida, con questo lasciando a tutti quanti la libertà di vedere anche specificatamente quello che è… non solo la vostra esperienza ma anche la realtà nella quale vivete e che conoscete molto meglio, che io non conosco; e quindi non sono venuto minimamente a insegnare ma a dire un’esperienza che abbiamo vissuto e nella quale crediamo.

Dicevo con mia moglie: quando, anni fa, all’interno dell’ospedale psichiatrico di cui ero primario in un certo numero di reparti, abbiamo voluto fare un’esperienza nuova, sono andato a vedere altre esperienze di altri ospedali, o comunque altri tipi di esperienze dove seguivano degli ammalati con dei problemi di tipo psicologico o addirittura psichiatrico, ed ero partito con determinate idee, vedendo queste esperienze, da ognuna sono riuscito a cogliere un’idea, o due… o comunque a fare in modo che insieme agli altri operatori del reparto, agli altri medici, di discuterne per trarre da ognuno… credo di avere da ognuno tratto delle idee molto importanti; per cui se noi avevamo dieci idee e, raccogliendo da altre idee, abbiamo portato a venti le idee, evidentemente ci siamo arricchiti molto, ecco. Quindi dico: pensate che nell’esperienza di cui noi andiamo a parlare ci siano delle cose buone, prendetele; se pensate invece che… evidentemente può essere una situazione diversa, eccetera, nessuno di noi si scandalizzerà. Crediamo che sia molto importante comunicarci le esperienze.

Quando, insieme agli amici, insieme al sacerdote Don Pietro – che era il parroco – ci siamo trovati… sposi giovani all’interno di una parrocchia, ci siamo chiesti qual era la cosa migliore da fare proprio per impostare un lavoro che avesse un significato. Anche perché credevamo (e adesso lo crediamo ancora di più): la famiglia ha tante possibilità; credo che, appunto, con il sacramento il Signore guidi gli sposi, ecco… vediamo, però, che tante volte l’intervento della sola famiglia rischia di essere insufficiente; soprattutto in certi momenti quando i ragazzi arrivano alla pre–adolescenza e all’adolescenza e cominciano un periodo che è molto importante, di contestazione per acquisire una loro personalità; e quando contestano, contestano tutte le figure che rappresentano in un certo senso l’autorità. Quindi contestano i genitori, contestano il sacerdote, contestano i professori… ed è importante perché è un motivo di maturazione di cui non dobbiamo spaventarci, ma senz’altro ci può essere in questo momento anche una difficoltà di rapporto con i genitori, anche se per tanti anni il rapporto era molto valido.

Ecco, quindi ci trovavamo nella situazione di dire: è possibile che ci sia solo un intervento, quindi, della famiglia? Noi abbiamo detto: evidentemente la famiglia ha la massima responsabilità ma crediamo che sia estremamente importante anche un intervento di tutta la comunità, e che la comunità, quindi, formata da tante famiglie, diventi una comunità educante. Quindi, non solo quello che è l’intervento della famiglia, ma intervento che pian piano si è sviluppato anche nella scuola, nello sport, con gli educatori… evidentemente tante sono le componenti che possono aiutare in questo intervento educativo.

E abbiamo sentito come tante volte ognuno di voi si sarà anche accorto che, casomai, l’intervento di un amico di famiglia, o di un’amica, eccetera, sui nostri figli, in certi momenti può essere più efficace della parola che noi stessi utilizziamo. Parlo nello sport: vedo come l’allenatore ha sui ragazzi un fascino enorme; ecco, quindi, se l’allenatore dice determinate cose, in certi momenti senz’altro credo che abbia una valenza importantissima, quindi credo che sia estremamente importante potere arrivare a questo.

Questa esperienza quando ero a Correggio l’ho vissuta (non ero ancora sposato), l’ho vissuta come persona, ma come single; è diventata completamente diversa, molto più ricca, molto più valida, quando, ad un certo momento, l’esperienza è stata compiuta insieme a mia moglie: ha avuto un’importanza fondamentale la sua disponibilità ad aprire la casa per i ragazzi; ecco, quando vengono a casa tua a mangiare venti ragazzi di quindici… diciotto… vent’anni… fanno il vuoto, eh? Hanno un appetito ottimo… e quindi la disponibilità sua non solo era importante per questo, ma hanno sentito che venivano accolti da una famiglia; hanno sentito un’aria particolare. Se, ad un certo momento, come persona e come posizione alle volte i miei interventi erano anche di una certa durezza, andavano in cucina a parlare con mia moglie che non solo è molto più dolce, ma che sentivano più comprensiva.

Quindi, evidentemente, è stata un’esperienza di famiglia e credo che sia estremamente importante, dato che i nostri figli prendono da noi tante cose, assorbono giorno per giorno quello che noi siamo: ci possono prendere come modelli; ma se a un certo momento noi parliamo loro dell’importanza della disponibilità al servizio, però non ci vedono mai in questa funzione…; se a un certo momento siamo delle persone che loro vedono impegnate, nonostante ognuno di noi ha delle grosse responsabilità, anche proprio per mandare avanti la famiglia, senz’altro i tempi sono molto diversi, c’è un ritmo di vita molto più assillante; la maggior parte delle donne lavorano aiutando quindi la famiglia dal punto di vista anche economico, c’è una necessità maggiore, anche se tante volte c’è anche un desiderio di esplicare la propria personalità, le proprie caratteristiche; quindi senz’altro si deve parlare di un intervento che, sorretto da tante parti, evidentemente diventa possibile e diventa anche molto prezioso e si deve puntare molto anche sulla qualità del tempo, e non senz’altro, come succedeva una volta, anche nella quantità del tempo. Però se i modelli che possono essere per i figli hanno un impegno e vivono intensamente, evidentemente danno dei messaggi che i ragazzi percepiscono, anche se noi non stiamo a spiegarli, perché voi sapete che la concretezza degli esempi ha una sua valenza importantissima.

Credo che nell’esperienza di mia moglie, che ha cominciato proprio nel ’70 (perché c’erano alcuni ragazzi anche dei nostri amici…) l’esperienza della catechesi battesimale (nel ’70 c’erano già due figli) poi ha continuato nonostante il numero dei figli sia arrivato a cinque, ecco, quindi evidentemente un certo impegno nel tirare avanti questa… questa baracca, c’era in pienezza; quindi certamente le nostre figlie hanno sentito, hanno imparato come sia importante aprire la propria casa, vedendo che era molto aperta e accogliente, e quindi stanno ripetendo – ringraziando il Signore – questa esperienza nella quale hanno vissuto e che è stata estremamente importante anche per una formazione mentale.

Cosa che è successa quando ci confrontavamo con le altre famiglie per cercare di avere un intervento educativo che potesse aiutare i nostri figli; perché voi sapete che nell’intervento educativo ci sono anche dei "no". Io nel mio lavoro (vedo tanti giovani) mi accorgo come loro stessi, anche davanti ai genitori, a un certo momento – potrei farvi decine e decine di esempi – a un certo momento dicono davanti ai genitori: "Sì, tu credevi di avermi dato tutto, mi hai dato il motorino, mi ha dato la macchina, mi hai fatto studiare, non mi hai fatto mancare niente dal punto di vista economico, ma quando io avevo bisogno di te tu non c’eri mai, non ti sei mai fermato a parlare". Ecco, quindi questa contestazione così violenta, e segno anche di una profonda sofferenza, ci fa capire come… "non c’eri mai e non mi hai mai detto dei no"… quindi sono loro stessi che sentono l’importanza da parte nostra, dei genitori, di dire anche dei "no", di capire che ci sono dei limiti e dei paletti, che poi incontreranno nella vita senza essere preparati; quindi è evidente che quello che noi alle volte facciamo pensando di fare il loro bene non sempre corrisponde a un intervento educativo valido.

Noi ci siamo premurati di confrontarci tra di noi, perché se a un certo momento si diceva, nella nostra casa, dove eravamo in sei famiglie, e c’erano ventidue figli, se a un certo momento solo uno diceva: "certi programmi della televisione non vanno visti", e venivano indirizzati su altri programmi che erano più adatti, se non lo facevamo tutti quanti (le sei famiglie), si sarebbero rifugiati in un posto o nell’altro. Come sentivano moltissimo l’importanza della vita assieme; a noi permetteva che rimanesse a casa solo una persona. Per esempio, non so, se si voleva seguire la novena del Natale potevamo partecipare tutti quanti alla liturgia e rimaneva solo, a turno, una persona a casa che aveva tutti questi figli da seguire quando erano piccoli (dopo diventando più grandi venivano con noi, ma quando erano piccoli evidentemente eravamo… siamo tutti coetanei quindi praticamente i figli hanno un’età molto vicina l’uno all’altro, alcuni della stessa età). Cosa succedeva? Per loro era una festa! Dicevano: "In che casa siamo stasera?"; oppure, siccome avevamo fatto un garage in comune, che era abbastanza grande, dove avevano messo il riscaldamento, eccetera, eccetera, anche d’inverno potevano giocare in questo spazio più largo… ma per loro era una festa il trovarsi sempre assieme.

Quindi quello che è il discorso della socializzazione, eccetera, per loro era una cosa naturale; è diventato pian piano una cosa naturale ed è rimasto un rapporto bellissimo tra di loro con anche questi ricordi. Anche delle birichinate, perché dopo abbiamo poi imparato… anche noi su tante cose pensavamo di avere degli angioletti, invece anche loro han fatto le loro birichinate, le loro cose… addirittura i più grandi facevano fare le prove di coraggio, quindi saltare giù, non so, prima dal quinto gradino, poi dal sesto, poi dal settimo, insomma vedere chi aveva il coraggio… e quindi hanno vissuto quelle esperienze che vivono tutti i ragazzi, ecco, ma in un clima penso molto bello e interessante.

Evidentemente il nostro parlare, confrontarci, diventava fondamentale così come il decidere, per esempio, che… avevamo fiducia l’uno nell’altro – come genitori – e quindi un genitore che arrivava a casa e che vedeva i nostri figli in cortile che giocavano o due che litigavano, sia che fosse suo figlio, sia che fosse figlio degli altri amici, si sentiva autorizzato a intervenire per aiutare questa situazione difficoltosa del litigio, eccetera. Quindi c’era la fiducia che ognuno degli amici avrebbe agito come se fosse stato il genitore di uno di quei ragazzi. Non è stata una cosa semplice arrivare a questo, ma è stata una cosa molto bella, insomma; molto bella perché abbiamo sentito la sicurezza, nel sentire che gli interventi che potevano essere fatti erano… come se ci fossimo stati noi, quindi ci ha aiutato molto, ci ha dato maggiore serenità, maggior sicurezza e quindi non c’era da discutere (ha ragione il mio, ha ragione il tuo, eccetera), ma quello che una volta disse anche a me e a mia moglie, Don Pietro, che eravamo per discutere su una posizione estremamente diversificata tra di noi, eccetera, e volevamo sapere chi aveva ragione dei due… e Don Pietro ci disse: "Ma, voi vi volete bene?", "Certo.", "Allora quando due che si vogliono bene litigano hanno torto tutti e due". E anche i bambini, quando litigano, non c’è che uno abbia torto e l’altro abbia ragione: innestare una mentalità diversa, ecco, che il litigio, anche se ci può essere una diversità, ci sono responsabilità diverse, ma il litigio non è un atto d’amore e quindi, evidentemente, comporta una responsabilità da parte di entrambi.

Abbiamo cercato di vedere un pochino tutto… volevo sottolineare soprattutto, dato che si parlava dei sentimenti e delle emozioni, sottolineare una cosa alla quale non sempre pensiamo ma che è molto interessante. Noi siamo portati, anche con la società attuale, che deriva dal positivismo e dall’illuminismo, a dare uno spazio immenso alla ragione. Non è che io voglia abolire la ragione, però vorrei fare una considerazione: quando Gesù è apparso ha parlato del suo cuore; non ha parlato del suo cervello, ha parlato del suo cuore. E allora è evidente che dà uno spazio grande al cuore; e noi dobbiamo, a mio parere, dare grande spazio al cuore. Ecco perché allora i sentimenti vanno educati; perché noi abbiamo delle reazioni, i nostri figli hanno delle reazioni che tante volte non capiscono, e allora noi dobbiamo aiutarli a comprendere queste loro reazioni.

Se un bambino non vuole andare all’asilo e al mattino, quando la mamma, che deve andare, non so, in ufficio o comunque ha un impegno lavorativo, guarda l’orologio, e questo s’impunta: "No, non mi voglio mettere il soprabito… e non voglio andare a scuola perché non ne ho voglia…" eccetera, evidentemente è un momento un pochino difficile, perché la mamma vede anche l’orologio, sa quanto ci mette a portare il bambino a scuola, poi dopo deve andare a lavorare… E’ in quel momento che noi dobbiamo fare delle scelte, che non comporteranno uno spazio immenso, e quindi dobbiamo pensare di arrivare poi a mandare dei messaggi in altri momenti, però dobbiamo pensare che il nostro figlio deve sentirsi capito, per educare il suo sentimento; e allora dobbiamo chiedere… "Ah, non vuoi andare a scuola? C’è qualche cosa che ti fa star male? Perché non vai a scuola?…"; ecco, il bambino deve sentire che c’è una preoccupazione per capirlo; e allora ci può dire, sentendo che noi, invece di sgridarlo, cerchiamo di capirlo, ci dirà: "Ah, perché ieri quando sono venuto via il mio amico Franco, con cui son sempre insieme, non mi ha salutato", e allora è evidente che noi dobbiamo cercare di dare una risposta non dicendo: "Non capisce niente il tuo amico, eccetera, ma cosa te ne frega te, vai lo stesso…"; dobbiamo dire: "Non ti ha salutato? Ma allora tu ci sei rimasto male, hai sofferto…", ecco, allora comincia un dialogo dove il bambino comincia a sentire che… "e allora, tu hai sofferto molto…", "eh, sì…", "però ci sono anche delle cose che… dobbiamo pensare: perché non ti avrà salutato?"; ecco, allora cominciamo a fare delle proposte in modo che lui capisca; da cos’era dato il suo sentimento: era dato da rabbia? Era dato da orgoglio? Lo aiutiamo in modo che possa capire sé stesso…

"Allora cosa possiamo fare perché tu possa, invece, esser salutato?". Ecco, quindi abbiamo la possibilità di fare una serie di proposte cercando, prima di tutto, prima delle nostre, di vedere cosa lui pensa, come può saltare fuori da una cosa che l’aveva fatto diventare triste; che si era impuntato con noi semplicemente perché non capiva cosa aveva dentro… e contemporaneamente abbiamo la possibilità di ampliare il suo orizzonte e dire, per esempio… una cosa che ci eravamo riproposti e che abbiamo visto molto interessante: i bambini amano molto le favole, i racconti, eccetera, eccetera; noi abbiamo detto, senza togliere ai nostri figli anche questa possibilità, che anche le favole hanno un loro senso, eccetera, eccetera, però c’è una storia meravigliosa, che è la storia della salvezza, attraverso la bibbia (c’è la bibbia "a fumetti"), eccetera; se tutte le sere noi spieghiamo un qualche cosa della bibbia, evidentemente otteniamo parecchie cose.

Primo. E’ un rapporto importantissimo perché il momento dell’"andare a letto" è un momento particolare. Ognuno di voi avrà visto che i figli cercano di protrarlo: la mettiamo a letto… "ho sete", bene… "voglio il pelush", "mi rimbocchi", è tutta una serie… perché vogliono prolungare quel momento, intenso per loro, di rapporto con il genitore, e ricordatevi che l’addormentamento è molto vicino, è simile, anche se il bambino non è che abbia capito, ecco, ma lo sente internamente, l’addormentamento è vicino alla morte, eh? Il dormire ci mette nella stessa condizione, poi, evidentemente da adulti ci possiamo pensare, da piccoli no, ecco; ci sveglieremo? Tanti non si sono svegliati durante la notte, quindi ha, dal punto di vista psicologico, una valenza notevole. Ecco anche il perché di certe posizioni di volere prolungare.

E poi hanno una capacità di ascolto in questi momenti; quindi, non so… si era arrabbiato per una cosa? Allora, diciamo, arriviamo all’episodio di Mosè: Mosè va sul Sinai, riceve le tavole della legge con anche i comandamenti, ritorna all’accampamento e vede che il popolo si è allontanato, ha fatto un vitello d’oro e sta adorando il vitello d’oro; Mosè pieno di rabbia scaglia le due tavole contro il vitello d’oro, eccetera. Ma in un momento di rabbia. Allora noi ci serviamo di questo: anche Mosè si è arrabbiato, ma si è arrabbiato… aveva ragione? Aveva torto? Questo suo arrabbiarsi è una cosa che è continuata? E quindi si è messo contro il suo popolo? Allora ricordiamo anche l’episodio dopo, quando il Signore dice: "E’ un popolo di dura cervice, lo elimino tutto e farò di te una discendenza…"; Mosè non accetta, vuole andare avanti con il suo popolo. Ecco, allora noi diciamo: è possibile arrabbiarsi, ma quello che poi dobbiamo fare, evidentemente, sono cose diverse e quindi mettiamo degli insegnamenti, dei paletti anche in momenti molto lontani.

Cioè, per dare degli insegnamenti non è necessario che sempre… sul momento. Noi facciamo tutta una preparazione, allora cogliamo nella bibbia, cogliamo in certi santi che hanno fatto delle vite meravigliose, che ci insegnano tantissime cose. Non raccontando delle storie. Quando leggevo di un santo che sarebbe stato così perfetto anche già da… neonato, per cui al martedì e al venerdì non prendeva il latte: secondo me quelle cose lì… insomma… io, pur pensando… pur pensando che sarà diventato un gran santo… lì… non mi colpisce, insomma, e secondo me c’è anche un po’ di storia e quindi… di illustrazione… quando vediamo che… nostro Signore, se leggiamo la vita di certe persone, da Maometto a… Budda, eccetera, eccetera, raccontano che quando son nati, delle cose meravigliose… centomila cosa di qua, di là, di su, di giù… nostro Signore è nato in una mangiatoia, eccetera, quindi niente di trascendentale, anzi, il contrario, quindi è evidente che anche per i nostri santi: sappiamo che hanno vissuto la fede, la speranza e la carità in modo eroico, ma avevano il loro carattere.

Abbiamo conosciuto un signore il cui padre era stato chierichetto di San Giovanni Bosco, io credo con una capacità immensa di rapporto con i giovani, eccetera, però diceva che quando andavano in chiesa, soprattutto se si preparavano per la messa, eccetera, era di una severità che faceva paura ai chierichetti, ecco. Avrà esagerato? Dava un senso importante della sacralità, eccetera? Aveva anche questo carattere, pur volendo molto bene. Anzi, quello che mi ha sempre colpito, che trasmetteva questo ai sacerdoti salesiani: non è sufficiente che voi amiate quei ragazzi, come anche… lo giriamo per i genitori, non è sufficiente che amiate i vostri figli. Loro devono sentire che voi li amate, che è molto diverso ma estremamente bello, ci impegna in un modo completo. Ecco perché mi sembra che noi dobbiamo avere questa capacità.

Tante volte abbiamo utilizzato anche un intervento indiretto: il fare, mentre i figli sono piccoli, casomai giocano lì attorno e fanno finta di non stare attenti (perché sono sempre attentissimi, hanno delle orecchie di una perfezione… e delle antenne che captano tutto), allora il parlare un po’ sottovoce tra il papà e la mamma evidentemente suscita il loro interesse, allora il fare un esempio di un episodio che è accaduto senza parlare di loro specificatamente… "mah, sai cosa è successo… ah, quello là ha risposto a sua mamma… ma pensa!…, eccetera"; mi ricordo benissimo che la … ha detto: "Nonno, non sono mica stata io!", (ilarità generale – n.d.r.) quindi, evidentemente, si è scoperto che aveva ascoltato bene e aveva capito benissimo. Ecco, quindi dicevo intervento indiretto, interventi che preparano.

Parlavo dell’esperienza che abbiamo fatto… andando in Val d’Aosta, quasi vicino al confine, al di là c’erano alcune cose molto interessanti. Per esempio, non so, sul Santo Curato d’Ars, ma prima di andare in pellegrinaggio con i giovani, si leggeva, si parlava, si discuteva di questa grande figura di questo sacerdote super, eccetera, ma anche della sua figura umana, ecco… il preparare in questo modo, cioè, ci sono tanti insegnamenti che arrivano indirettamente: la vita che faceva, il sacrificio, la preghiera, la capacità di capire. Mi ricordo un episodio bellissimo dove c’era un contadino che, non so, lavorava tredici o quattordici ore e senza andare neanche a cena andava davanti al Santissimo, si inginocchiava… poi dormiva, non so… un’ora… eccetera, eccetera; e il Santo Curato D’Ars non solo non si è scandalizzato, lo citava. Perché? Perché non poteva dar altro, però faceva lo sforzo di andare davanti al Santissimo, si metteva in ginocchio e diceva:

  • "Mah, dici delle preghiere?"
  • "No: io lo guardo, lui mi guarda… siamo…"

Si sentiva, ecco… e lui non ha rimproverato: "Ma come? Tu dormi davanti al Santissimo!?", eccetera, no; ha detto che era una preghiera molto valida.

Ecco, quando a un giovane fai capire l’apertura del cuore di chi sa veramente amare…

Dicevo, insomma, ecco, della bellezza, di sentire come… però anche con dei limiti, delle cose che colpiscono così come… dopo che il… prima no, ecco, quando un bambino arriva a cinque anni e un genitore fa un intervento sbagliato e che gli dice: "Scusa, ho sbagliato", è una cosa meravigliosa; noi facciamo molta fatica, ma per lui è importante che il papà che gli vuole bene, ama, insomma, ammetta che possa sbagliare: allora sa che anche lui può sbagliare, e per questo non perde l’amore dei genitori; perché tante volte i comportamenti (il raccontare delle storie, eccetera), dipende proprio che non voglio perdere l’amore dei genitori, e pensano che, avendo fatto qualcosa alla rovescia, di poter perdere qualcosa; quando si accorgono che anche il genitore può dire: "Ho sbagliato, però ti voglio bene", e non perdono… anzi, loro sentono che c’è stato un rispetto grandissimo della loro personalità, e quindi riavvicina ulteriormente il rapporto che ci può essere.

Mi sembra che su tutto (sul loro orgoglio…) sappiamo benissimo che ci sono delle caratteristiche che nascono e che sono dentro all’uomo – che evidentemente il peccato ha rallentato, eccetera – ma che sono importanti e che noi dobbiamo conoscere. L’uomo da quando nasce fino al giorno in cui muore ha bisogno di amore: è la cosa fondamentale; ce ne accorgiamo dal bambino piccolo, al fanciullo, al ragazzo, al giovane, all’adulto, al vecchio: tutti quanti abbiamo bisogno di essere capiti, di essere amati.

Un’altra cosa: noi non siamo – anche solo dal punto di vista naturale – l’incontro semplicemente di una cellula maschile e una cellula femminile; in queste cellule ci sono i cromosomi, ci sono i geni; quindi i geni possono essere quelli del nostro nonno, quelli del bisnonno… e via via antenati di generazioni e generazioni, quindi noi siamo contemporaneamente uno e centomila; questo vuol dire che c’è una impostazione naturale ad avere un rapporto con gli altri, che sono già dentro di noi. Ecco noi ci accorgiamo che c’è anche l’egoismo… ecco, se noi sviluppiamo quello che è già naturale dentro di noi e facciamo sviluppare l’amore che già la persona cerca, evidentemente riusciamo a dare una impostazione estremamente importante nel rapporto con gli altri; dominato più dall’amore che dall’egoismo. Dobbiamo fare un passaggio quando il bambino diventa un giovane.

Nella vita intra–uterina ognuno di noi ha avuto una esperienza meravigliosa, un rapporto che così stretto non avrà mai più: con nostra madre. Ma era un rapporto dove l’ottanta per cento era della madre, che donava a noi come figlio, e solo una piccola parte di risposta da parte nostra. Quindi se, quando sono nell’età adolescenziale e poi giovanile, i ragazzi non fanno un passaggio, rimane il bisogno di ricevere sempre; e quindi un domani che si sposino non sono alla pari, come mentalità, ma è tutto l’altro che deve dare; e allora, vedo tante volte nelle coppie che vengono da me per problemi familiare, eccetera, che uno dice: "Perché lui… perché lui… perché lui…" e fa tutto un elenco di tutte le manchevolezze; e l’altro: "Perché lei… perché lei… perché lei…". Evidentemente non hanno fatto il passaggio che, mentre nell’età giovanile, nell’età adolescenziale, o prima, eccetera, noi continuiamo a portare avanti il discorso che avevamo quando eravamo nell’utero materno (di ricevere, e ricevere, e sempre l’altro che deve dare), quando si arriva invece… dobbiamo aiutare a fare una maturazione: che il rapporto affettivo è un rapporto dove si deve ricevere ma si deve anche dare; quindi una maturazione nel capire, ecco, che…

E questo è un passaggio che noi possiamo dare, sia con l’esempio, se loro vedono evidentemente all’interno della famiglia un rapporto affettivo, di delicatezze, eccetera, dove ognuno fa una sua parte, ma trasformandosi anche nell’altro: una volta – la psicologia su questo, secondo me, ha fatto un passaggio molto bello e molto interessante – una volta si diceva: le due psicologie sono molto diverse, quindi una è complementare all’altro; il mettersi insieme, c’è una ricchezza, perché c’è la psicologia della ragazza e la psicologia del ragazzo, e fanno… ecco… Adesso si dice una cosa che io ritengo molto più valida. Si dice: l’esperienza assieme della psicologia (faccio l’esempio della ragazza, o della donna), non è che io debba solo metterla assieme alla mia e abbiamo qualche cosa di più completo assieme, no; io devo prendere tutto quello che è di positivo da lei, e allora io mi arricchisco anche della grandezza della sua psicologia, e viceversa; e allora l’uomo psicologico completo, o la donna psicologica completa, è la sua psicologia, che aiutata anche dall’alto, fa un cammino di perfezione, più tutta la ricchezza anche dell’altro. Ed è proprio cosi.

Certamente, se parliamo di dolcezza non c’è un confronto tra la sua e la mia; se io in qualche cosa ho guadagnato è perché ho imparato da lei, e quindi non mi sento più la stessa persona: la stessa persona più un pochino in più di dolcezza, ecco, che ho imparato da lei; e viceversa, insomma, e su tante che… (dopo faccio un elogio troppo grande… dopo… non vorrei…) [ride – n.d.r.]

[La moglie – n.d.r.] No, no, no… questa è per tutti.

[Riprende – n.d.r.] Puoi parlare, non molto perché sai che parlo più io, ma…

[La moglie – n.d.r.] No, no, ho finito.

[Riprende – n.d.r.] No, ecco, sembrava estremamente importante questo, ecco, non solo adesso lasciare uno spazio, ma comprendere come questo intervento possa essere ancora più profondo se, non solo fra i due c’è un accordo e un intervento che è unitario; voi sapete benissimo che i figli hanno proprio questa sensibilità: se a un certo momento noi non siamo sempre tutti a una, se vedono che il papà, in quel giorno lì, o viceversa, la mamma è più accondiscendente, eccetera, eccetera, scappano da uno e van dall’altro dove si accorgono che, casomai, in quel momento lì è un po’ più dolce, e allora… "ha ragione la mamma" o "ha ragione il papà", eccetera.

Quindi l’importanza dell’intervento unitario, o comunque, se tante volte si può anche dissentire, ecco, naturalmente sappiamo tutti quanti come è importante che il nostro dissenso non sia davanti ai nostri figli ma sia una cosa della quale discutere e trovare una risposta tra di noi, prima che con i nostri figli.

Senz’altro dicevo… sottolineavo, ecco, quello che è stato questa esperienza che ritengo positiva, come tanti hanno contribuito all’educazione, in questo caso, delle nostre figlie, e come ci sia, quindi, una riconoscenza, ecco, nei riguardi degli amici e delle persone che hanno sviluppato questo nostro intervento, lo hanno completato e arricchito; quindi sentire come la possibilità di un aiuto particolare, ma soprattutto anche la possibilità di una paternità e di una maternità diverse. Noi pensiamo tante volte a una paternità e a una maternità che è data dalla presenza dei nostri figli; se c’è un intervento educativo allargato, ecco, io credo di avere sentito in modo particolare, soprattutto di questi ventidue ragazzi che… li ho sentiti certamente non figli solo degli amici; ho sentito che una parte era anche mia e quindi ho allargato la mia paternità. Come il sacerdote può avere una paternità molto larga e molto vasta proprio perché c’è una paternità spirituale, forte come la nostra (naturale o fisica), c’è una paternità ecco… e allora il sentire… quando sono diventati sacerdoti tre di questi ragazzi che erano della nostra casa e, avendo solo femmine, sapevo che non ci poteva essere nessun sacerdote, ho sentito che quel sacerdote lì era anche un po’ mio figlio, ecco, e credo che sia un’esperienza bellissima che… io consiglio.

[La moglie – n.d.r.] Lasciam parlare anche loro. Io faccio… vi voglio leggere solamente… prima di tutto voglio dire che – come diceva Gianni – nella nostra… lui diceva che dentro di noi ci sono tutti gli altri, così come nel nostro vissuto sono presenti tante persone che abbiamo incontrato, e posso proprio dire che l’incontro con Don Nasi, come professore, mi ha veramente segnato e mi ha aiutato moltissimo proprio ad approfondire e a convincermi di tante idee belle che stavo conquistando, appunto, lì negli anni delle magistrali; e perciò è vero che la nostra vita è proprio fatta di tanti incontri e nel nostro presente c’è tutto quello che abbiamo incontrato negli anni prima, ecco.

Io, invece, voglio solo chiudere perché desidero sottolineare l’importanza con… non so se abbiate già letto Ravasi su "Avvenire"… questo è quello di mercoledì quindici dicembre.

Allora: "È vero che il matrimonio – domanda il figlio al padre – modifica la personalità?". Risponde il padre: "Certo, figliolo! Prima di sposarci, io parlavo e tua madre mi ascoltava affascinata. Qualche tempo dopo le nozze, era lei che parlava e io ascoltavo. Adesso parliamo tutti e due insieme e sono i nostri vicini che ascoltano""

Ecco, allora, Ravasi racconta, dice: "Trovo questo apologo di origine ebraica su un vecchio numero della rivista americana…" e vuole, appunto, sottolineare come invece sia importante ascoltare e dire… sentito che Gianni ricordava (questo lui l’ha ricordato soprattutto per i nostri ragazzi) di saper ascoltare, far sì che si sentano capiti; io questo lo dico moglie perché penso che sia proprio fondamentale saper dire e sapere ascoltare, perché è proprio nel dialogo – e di dialogo ne abbiamo sentito parlare da sempre – nel dialogo dove si trova veramente la soluzione e anche si trova la chiave per capirsi e per farsi capire.

Diciamo… con questo… Ravasi sembra… sembra che si arrenda e che dica che alla fine poi il dialogo…; invece no: il dialogo, se uno lo coltiva, rimane proprio vivo e migliora col tempo. Certo che non bisogna fermarsi, fermarsi mai, ecco e non temere, qualche volta, anche di affrontare… degli scambi che non sono sempre semplicissimi, perché – e qua riprendiamo anche quello che Gianni ricordava – quando due si vogliono bene è impossibile che non si possa trovare un punto di riferimento. Credo che si possano fare molte cose belle insieme, proprio cercando di capirsi e di farsi capire anche senza rinunciare a farsi capire. Basta.

[Pausa – n.d.r.] …

[La moglie – n.d.r.] C’è posto eh, anche per gli altri…

[Dottor Spaggiari – n.d.r.] Beh, sei stata un po’ parca, insomma…

[La moglie – n.d.r.] A beh, in genere non sono molto… fate qualche domanda. Non so neanche se siamo stati esaurienti per quello che volevate sapere. Per esempio se c’è qualche punto che non è stato…

[Dottor Spaggiari – n.d.r.] Ce ne sono senz’altro tanti, insomma, quindi… non si può pensare di essere esaurienti, mai, neanche se facessimo un corso di dieci lezioni, di dieci incontri… Sì, quello che m’aveva colpito, facendo un corso con Don Pietro, è quando lui ci aveva detto: "Ma, voi come avete sviluppato lo Spirito Santo che hanno ricevuto i vostri figli nel battesimo?" … Eravamo imbevuti di psicologia… [ride – n.d.r.] … ci siamo trovati a mal partito. Come dicevo prima, col battesimo riceviamo le virtù teologali e almeno i sette doni dello Spirito Santo, ecco, quindi diceva: "Bisogna che sviluppiate questo, insomma".

La fede… la speranza… possono esserci dei genitori pessimisti? Dei cristiani pessimisti? Evidentemente no. Perché sappiamo che dopo la passione c’è sempre la resurrezione. Ecco, quindi… vedo anch’io che il mondo va in un determinato modo, e tante volte non mi soddisfa assolutamente; vedo che, non so, c’è la droga, c’è… e quindi… che ci possono essere delle preoccupazioni, questo credo che sia giusto, sia umano, anzi ci fa essere più attenti, ci aiuta nella prudenza, eccetera, ecco; però Lui ha vinto il mondo e ci ha detto che il mondo non prevarrà; e quindi, evidentemente, pur senza essere degli illusi, senza essere dei superficiali…, ecco, però, questa convinzione che ci dà una certa serenità e soprattutto ci fa essere ottimisti credo che sia… e allora possiamo trasmettere anche ai nostri figli questa convinzione… certamente sviluppando la speranza. La speranza, se contiamo su di noi, evidentemente, ecco… se invece, facciamo capire ai nostri figli che la speranza nasce dalle Sue certezze, ecco, che noi non avremmo per nostro conto, dal Suo amore. Cioè, veramente investiamo in un modo diverso.

Così come i doni dello Spirito Santo che ci aiutano a vedere in un modo tutto diverso. Se vediamo con gli occhi di Dio trasformiamo tutto; se vediamo con i nostri occhi, ecco…; ma se insegniamo ai nostri figli a vedere con i Suoi occhi, allora il mondo cambia completamente. Certamente, tante volte ci troveremo anche in situazioni che sono scomode (perché vediamo benissimo che il mondo porta avanti dei discorsi che non sono certamente quelli di nostro Signore), ma in questa crescita, in questa maturazione, vediamo come l’ambiente abbia una sua importanza; vedere come, a un certo momento, i figli si possono rafforzare l’uno con l’altro, perché anche l’altro ha fatto una scelta di un certo tipo, e come ci sono dei messaggi che vengono in continuazione emanati dai comportamenti, ecco, quindi se si fanno delle scelte… Cioè, ricordo con i nostri figli dire: "Non si vede la televisione in certi giorni…", ma il dire: "No, adesso noi giochiamo, facciamo queste cose…", ma non ci pensavano neanche dieci minuti! Cioè era più forte e importante il potere giocare e fare delle cose che… diventava… allora la televisione aveva senso in qualche momento, ecco…

Ma il cambiamento che io ho notato, profondo, ecco, sulla diminuita disponibilità, che se io trent’anni fa, ecco, dicevo a due genitori che mi portavano un figlio che aveva determinate problematiche, e io dicevo: "Guardi, la cosa più importante è che non veda la televisione per un mese; poi lei papà bisogna che si prenda suo figlio, faccia delle belle chiacchierate con lui, vada a fare un giro in bicicletta, o vada a fare un giro in macchina… mentre introduca determinati argomenti… eccetera, eccetera…", io trovavo il novanta percento dei genitori che mi diceva: "Ah, se lei dice che è così… io lo faccio volentieri… eccetera"; adesso non dico il novanta percento che mi dice di no, ecco, ma trovo tantissimi genitori che mi dicono:

– "Senta: lei gli dia delle pastiglie… quello che vuole, ma io non ho tempo. Quindi non ho tempo di portarlo in giro, non ho tempo… eccetera; poi quando io vengo a casa dal lavoro – che sono molto stanco – ho diritto a riposarmi, quindi mio figlio mi scoccia, perciò lo mettiamo davanti alla televisione, che sta buono…".

– "Ma guardi che è la televisione che…"

– "Gli dia le pastiglie, che dorma".

Quindi, un cambiamento notevole di una disponibilità, ecco… Invece i figli hanno bisogno di noi… Naturalmente dicevo: se c’è anche… così… come dicevo prima, l’allenatore che va all’allenamento, e voi siete tranquilli, sicuri che anche lui porta avanti un determinato discorso, o che a un certo momento è lui stesso che… sappiamo che è maturo, eccetera, introduce il problema, per esempio, della sessualità… Evidentemente, è una cosa molto importante che non ci sia un intervento solo dei genitori, ecco, ma che sia la possibilità di comprendere anche… sentire altre voci, altre possibilità, altre…, evidentemente…

Noi abbiamo puntato molto sul discorso della sessualità e il discorso della purezza. Quando… evidentemente in questo… se vediamo le beatitudini, dice: "Beati i puri di cuore", ma la società attuale non dice "Beati i puri di cuore", dice "Beato chi, a un certo momento, ha più rapporti sessuali che può" (che sia un ragazzo o una ragazza… una volta c’era una distinzione, ecco… sbagliata, ma c’era una distinzione; adesso non c’è nessuna distinzione), ecco, quindi, quello che è più valido non è, ecco… se a un certo le beatitudini dico: "Beati i poveri in spirito", la gente dice: "No, beati chi fa dei quattrini anche se ruba", o se non lo dice ufficialmente, insomma, basta fare dei quattrini, insomma, che è la cosa più importante, ecco. Quindi il proporre di queste cose, se a un certo momento è un rapporto a tu per tu con il figlio, evidentemente, non dico che non ci si riesca, ecco, ma se lui trova che anche gli altri a un certo momento ragionano in un determinato modo, evidentemente si accorge che è possibile…

Oppure, io ricordo che quando, a un certo momento, c’erano state fatte determinate proposte, di un cristianesimo vissuto in un determinato modo, anche da giovani sentivamo l’orgoglio di potere… anche se andavamo controcorrente, sentivamo l’orgoglio di fare delle scelte che erano controcorrente, ecco, ma però ci sentivamo in un contesto che ci permetteva, ci aiutava, ecco, a fare anche scelte di un certo tipo. Quindi vorrei proprio sottolineare quanto voi, assieme, potete fare per i vostri figli, oltre che come genitori singoli, che, evidentemente, fate già un certo tipo di lavoro.

[Un genitore – n.d.r.] Giovanni volevo chiedere: in quante famiglie vi trovate di solito? Avete fatto dei gruppetti nella vostra comunità? Cioè, avete, non so, sette o otto famiglie che si incontrano settimanalmente? Fate degli incontri settimanali?

[Dottor Spaggiari – n.d.r.] Sì. Facciamo degli incontri settimanali. L’impostazione che è stata data è che, diciamo, la grande comunità è divisa in piccole comunità che in genere sono di cinque famiglie. Cinque, sei, sette… dalle cinque alle sette, insomma. Famiglie che si trovano insieme settimanalmente e che vivono anche l’esperienza, così, di una serie di incontri anche con la parrocchia, anche, dove diamo molta importanza alla preghiera, alla liturgia…

Quando Don Pietro, anche per fare una proposta concreta ai giovani, introdusse la messa comunitaria del giovedì, che era poi la messa dei giovani, fece una proposta che, allora, era una proposta di… avanguardia, nel senso che noi tutti venivamo dal cantare il gregoriano – che adesso poi io utilizzo anche dal punto di vista terapeutico – ma che evidentemente a noi piaceva molto, insomma (secondo me è molto bello, è molto solenne, eccetera, ecco), quando Don Pietro ci disse: "Ma, per i giovani, secondo voi, è ancora possibile…?" eccetera (avevano fatto una veglia dove avevano cantato anche il gloria… così come adesso in tante chiese viene cantato, eccetera, eccetera), e noi, evidentemente non molto elastici ma attaccati alle tradizioni, abbiam detto: "Insomma… è un po’… non è tanto solenne cantare così…, eccetera, eccetera"; lui ci disse: "Ma, secondo me i giovani, invece, voglio così…", quindi introdusse le chitarre, eccetera, eccetera (mi ricordo che tanti sacerdoti, allora, venivano a registrare… ecco, perché poi… era da pochi anni avvenuto lo sconquasso del concilio, e aveva introdotto anche di queste cose…); aveva una mentalità giovanile e credo che… cioè, dobbiamo sentire quelle che sono le esigenze dei giovani, ecco, però introducendo questo, i giovani han cominciato…, non solo per questo, ma sentivano che era una messa loro, ecco; e questo essere una messa per loro, evidentemente, con tutto quello che era il contorno (gli incontri, le adunanze, tutte le… eccetera), però è diventato un punto di riferimento fisso. Poi dopo che la famiglia, invece d’andarci solo due volte, ci vada anche tutti i giorni, eccetera, questo evidentemente è una conquista importante.

Quello che volevamo trasmettere anche alle nuove generazioni, eccetera, che tante volte… non sempre, insomma, il fatto di dire: "siamo impegnati" è una cosa che ci faccia pensare che sia irrinunciabile il tempo che noi utilizziamo. E’ vero che tante volte ci sarà da fare i salti mortali, ecco; ma è anche vero che se noi abbiamo una cosa che ci interessa veramente, facciamo delle scelte, insomma, e che quindi andiamo a fare quella cosa…

Faccio un esempio molto banale: dobbiamo andare dal dentista; anche se dobbiamo andarci una volta o due alla settimana per un certo periodo, il tempo ce lo troviamo, ecco. Cosa vuol dire? Facciamo una scelta… son sempre ventiquattro ore, insomma, quindi… però lo possiamo utilizzare… Se noi cominciamo a pensare che la messa diventa per noi indispensabile, evidentemente cercheremo… non sempre ci riusciremo ad andare, ma comincia una mentalità diversa, e credo un aiuto diverso da parte di nostro Signore.

[Una genitrice – n.d.r.] Io mi volevo riferire un attimo a quello che diceva la signora nel breve intervento che ha fatto. A un certo punto ha detto…

[Dottor Spaggiari – n.d.r.] Voleva che parlasse di più, eh…?

[La genitrice – n.d.r.] Mah… avrei voluto… ho visto in generale che a tutti questi tipi di conferenza trovo sempre che non si parli di una cosa abbastanza. Lei ha accennato… ha detto: "saper ascoltare", e va bene, […] sempre: saper ascoltare, saper dialogare…; e poi ha detto "saper dire"; non se ne parla mai, come si fa […]? Quando c’è il muro del silenzio – e questo, voluto o non voluto, e questo sia nella relazione di coppia che nella relazione con un adolescente – ci si chiude per benino, fate fatica voi psicologi, o neuropsichiatri, o nel vostro mestiere, a far aprire, a parlare una persona; figuratevi chi non ha i mezzi, chi deve andare a tentoni, guidato… sì, speriamo che lo Spirito Santo, o comunque…, e ci provi a far più danni che altro, a parlare, riconoscendo dei… circoli viziosi che si presentano sempre uguali. Allora: si incalza in una discussione; uno dice una cosa che all’altro non sta bene: è il muro, chiusura, non si parla più. Come si fa a uscire da questa cosa? Come è che si fa a dialogare? Uno ci prova, con i mezzi suoi, però spesso e volentieri rompendo le scatole all’altro, non centrando il momento giusto, non avendo i tempi giusti, e… si fa l’esperienza che può… a gran fatica. Allora, il saper dire […], questo dialogo che noi tutti sbandieriamo, come il saper ascoltare, non è mica una cosa così scontata! Lo sappiamo che bisognerebbe far così, ma come si fa? Secondo me non se ne parla mai: si dice e basta.

[La moglie – n.d.r.] E’ vero, è difficilissimo, sempre, sia coi figli che tra di noi, cogli amici; penso che sia una delle cose più difficili nelle relazioni umane, ecco, questo. Penso, direi, ecco, che l’ascoltare è: ascoltare quando uno ti parla, ma anche ascoltare l’altro nell’attenzione; cioè, stare molto attenti a… – e questo, se è una mamma, è inevitabile, ecco – per prendere il momento buono.

[La genitrice – n.d.r.] Ecco, centrare il momento giusto, il pertugio giusto…

[La moglie – n.d.r.] Cioè, con quei segnali che ci vengono dati (anche il silenzio, anche il muso… il muso è un segnale, è una protesta silenziosa ma che fa un baccano che… riempie), senza… qualche volta, senza paura; cioè, si sbaglierà anche, qualche volta; in certi momenti ci sono delle reazioni che non vorremmo proprio, però quella reazione lì sicuramente apre una strada però; perché anche chi è di là… cioè, io stavolta sono quella che cerca il dialogo, quest’altra volta sono quella che è oggetto di ricerca, e quindi proviamo tutti gli stessi sentimenti; e se desidero io poterti parlare, anche l’altro desidera essere ascoltato. Certo che ci vuole una pazienza… infinita, e non arrendersi, proprio.

[Dottor Spaggiari – n.d.r.] Ma… io dico altre due cose. La prima che ognuno di noi, per capire quello che è il progetto che il Signore ha sulla nostra coppia, evidentemente può fare un cammino da solo e può fare un cammino aiutato. Io credo che il sacerdote abbia una importanza grandissima nella vita di coppia, perché tante volte i nostri limiti, i nostri difetti, eccetera, ci portano a situazioni, non solo perché ci sono delle situazioni difficili, delle discussioni nelle quali a un certo momento non riusciamo a saltarci fuori, ecco, ma anche perché insieme a noi, e con un aiuto, quindi, anche soprannaturale, cerca di vedere qual è la nostra strada; e se, a un certo momento, ci aiuta anche nei nostri limiti, nei nostri difetti, ecco, per cui se uno si arrabbia spesso, evidentemente, dovrà fare un lavoro per cercare di migliorare nella sua capacità di rapporto dove l’ira non è certamente una delle cose che ci aiuta, ecco, ma…

E allora c’è un discorso individuale e c’è un discorso di coppia. La figura del sacerdote, non semplicemente come arbitro al di fuori, ecco, ma come persona che ha l’aiuto, proprio nella sua posizione, che ci può aiutare, ci può… insieme, ecco, possiamo trovare questa strada che non sempre è chiarissima per i due sposi, ecco (cosa il Signore vuole da loro in quel momento o in un cammino che possono fare).

L’altra cosa che, secondo me, è molto importante è sapere cosa vuol dire ascoltare l’altro e capirlo. Noi ci mettiamo tante volte in una situazione per cui non ascoltiamo. Ascoltare vuol dire: mettere l’altro nella condizione di potere parlare. Se io a un certo momento dico: "Ma sei arrivata a casa tardi, oggi…" e vedo che mia moglie è andata a scuola, e casomai le hanno detto che… la figlia che… nel primo trimestre aveva fatto bene, nel secondo trimestre studia meno…, eccetera, quindi lei viene a casa in ritardo, ma "immagonata" da queste cose, ecco; evidentemente, se noi assaliamo la moglie vuol dire che non ci mettiamo nel rispettare… Vedo che è preoccupata, allora a un certo momento dirò: "Ma, cos’è successo oggi?". Cioè, il dialogo vuol dire: mettere l’altro nella condizione di poter essere capito. Invece, casomai, diciamo:

  • "Ma cosa t’è successo oggi?"
  • "Ma, son andato… m’hanno detto (non so…) che la Paola non studia…"
  • "Eh, mo ti preoccupi di quelle cose lì…?!"

Hai già chiuso il dialogo! Evidentemente…

  • "Beh, ecco… eri preoccupata per questo…?".

Cioè, quello che suggerisco e che credo che sia estremamente importante è questo, cioè, l’ascolto vuol dire: suggerire all’altro di potersi aprire; di poter dire perché è arrabbiato; perché, non so, sta soffrendo; perché… a un certo momento, è stato trattato male e quindi ha bisogno che qualcuno lo capisca, eccetera; se noi ci mettiamo nella condizione, diventa… non è sempre semplice… ecco…



 

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