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Home Catechismo e pastorale Educare 16.1.2005. Il papà in panchina?

16.1.2005. Il papà in panchina?

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Educare

incontri di genitori di ragazzi da 0 a 18 anni, per parlare del loro ruolo di educatori

“il papà in panchina?”

Maria Baroni

Domenica 16 gennaio 2005, ore 16.00-17.30, teatrino parrocchiale di Mandriolo.
il papà in panchina?


[Don Giancarlo – n.d.r.] Io vi lascio alla Dottoressa Maria Baroni che ha scelto come titolo della conversazione “Il papà in panchina?” (dico bene? Eh? ...) Beh, qui qualche papà c’è... si direbbe che siano più le mamme a partire da qui...

[...]

[Baroni – n.d.r.] Mi dite anche voi quello che pensate, più di quello che penso io..., perché io poi sono vecchia ormai, quindi non ho molte più... capacità... rapporti forse... no, coi bambini tanti e con le famiglie tanti, questo sì, perché faccio di mestiere il pediatra e lo faccio ormai da quarant’anni, e quindi ho visto in questi anni cambiare un po’ la situazione della famiglia, l’ho vista modificarsi molto, per molti versi; direi in alcuni casi in meglio, in altri casi in peggio, e poi forse perché quando uno è vecchio giudica sempre colla sua testa... vecchia, quindi fa dei confronti con il tempo passato, e forse non sono nemmeno molto corretti perché... poi il tempo è cambiato, i rapporti sono diversi, le conoscenze diverse, quindi... forse dovremmo rapportarci anche in maniera diversa e tirar fuori il buono da quello che c’è adesso, ecco, quindi...

Io, così..., vi parlo un po’ della mia esperienza. Perché questo titolo, che veramente non è che l’abbia scelto io: me l’ha dato lui, comunque è lo stesso [ride – n.d.r.] (se mi sente... povera me). No, questo del papà in panchina, perché questo discorso? Perché, effettivamente c’è stato un periodo – adesso meno, poi ne parleremo – in cui il papà era veramente in panchina; e un po’ qualche volta lo è anche adesso, insomma, rispetto alle situazioni.

Allora io sono partita con questa domanda: chi è che sta in panchina? Di solito si dice questa frase per chi è attivo nello sport, no? E chi sta in panchina? Ci sta un giocatore che si è preparato, ma dall’allenatore non è ritenuto in forma e quindi è messo da parte, è messo in attesa. Nelle situazioni familiari, qualche volta l’allenatore è la nonna, o la suocera se vogliamo, che allena la famiglia attraverso la madre e mette in panchina il papà.

Qualche volta, invece, in altri casi, è il giocatore, è lui che non si sente pronto: si sente stanco, non è preparato a sufficienza per giocare, e preferisce non giocare; e questo potrebbe essere, in un certo senso, la caratteristica di qualche persona molto insicura che di fronte alle responsabilità se ne va, o meglio, preferisce stare fermo, non giocare, lasciar perdere.

Qualche altra volta, invece, in panchina ci sta chi è di troppo, in pratica: nessuno un po’ lo vuole perché è in soprannumero e viene chiamato in campo solo ed esclusivamente per tappare dei buchi, ma senza avere un ruolo ben preciso; è un giocatore a tutto campo ma solo nei momenti di necessità; e questo, se lo vogliamo traslare nella famiglia, quand’è? Di solito succede quando la mamma si trova in difficoltà e non trova di meglio che passare il testimone all’altro (o la palla, se vogliamo, parlando di sport...): al papà. E cosa succede in questo caso? O il papà fa un gol, e allora diventa un eroe per qualche minuto, e in questo modo la coppia diventa sempre più frustrata perché la mamma non s’aspettava il gol del papà; oppure è un giocatore che, ahimè, gioca talmente male che rinforza la disistima che lui ha di sé e soprattutto quella che la moglie ha nei suoi confronti, quindi i conflitti, invece di diminuire aumentano.

Allora, da questa carrellata di chi sta in panchina che abbiamo un po’ riportato nell’ambito familiare, dobbiamo credo riflettere, senza guardare il papà che sta in panchina, sul ruolo che il papà ha attualmente nella famiglia.

In passato – i vostri papà no perché siete tutti giovani, ma quando ero io giovane, e poi ancora prima – il papà era una figura molto particolare. Io ho letto di recente – l’avevo anche portato – un libro che è molto bello che dice: “Onora il padre e la madre, ma soprattutto il padre”, dove sono descritte alcune situazioni di padri nella storia rispetto ai loro figli, e ce n’è una che mi ha colpito in maniera particolare: è quello che si riferisce a Manzoni come padre. Chi è il Manzoni lo sapete; sapete che Manzoni dalla prima moglie aveva avuto nove figli; l’ultima figlia si chiamava Matilde ed è nata poco prima della morte della mamma, quindi da molto piccola, il papa... diciamo che non l’ha cresciuta lui perché l’ha cresciuta una sorella della ragazza, visto che erano nove figli. Il papa poi, voi sapete che Manzoni si è risposato con Teresa Stampa, e con questa donna ha avuto un rapporto altissimo da un punto di vista intellettuale e di scambio di emozioni tra di loro, però si è dimenticato, in un certo senso, tra parentesi, dei suoi figli e in particolare di questa Matilde.

E una cosa è da sottolineare, ed è vera: se voi pensate, ne “I promessi sposi” non ci sono mai delle figure... ci sono sempre delle figure di madri; l’unico padre che c’è è quello della Monaca di Monza, che è un padre terribile. Le più belle pagine – con questo non voglio mica giudicare Manzoni, per l’amor di Dio – ma le più belle pagine de “I promessi sposi” sono la famosa pagina della madre di Cecilia che veniva con la bambina in braccio ormai... nel periodo della peste, oppure tutte donne sono: Agnese, la madre di Lucia, la perpetua... insomma sono... in pratica delle figure femminili; non esiste una figura paterna che incarni l’idea del padre in senso vero, diciamo tra virgolette in senso cristiano. Il papà, ne “I promessi sposi”, che è questo padre della Monaca di Monza, è un modello autoritario, irraggiungibile, che assolutamente decide quello che il figlio deve fare indipendentemente dalle sue aspirazioni.

Bene, questa figlia – Matilde – che morì a venticinque anni di TBC, di tubercolosi, vide suo padre, negli ultimi dieci anni, una volta; e scrisse tantissime lettere, infatti è stato proprio pubblicato il suo diario, un epistolario, tantissime lettere di questo papà che lei avrebbe voluto incontrare, vedere, con un’ansia come può essere quella di una ragazzina prima, e di una giovane donna poi (pensate poi al tempo di allora); il padre la incontrò una sola volta e non rispose mai alle sue lettere. Di concerto, in dieci giorni di lontananza dalla seconda moglie, scrisse nove lettere il Manzoni, per dire che... differenza di comportamenti; eppure il Manzoni ha scritto delle bellissime pagine... delle pagine... lo sarà sicuramente, adesso, ripeto, io non voglio dare giudizi, però... per dire qual era la figura del padre, come si incarnava anche nei personaggi che noi conosciamo, più... dei personaggi che dovrebbero essere, rispetto a quella che è stata la loro produzione di tipo artistico, dovrebbero essere veramente dei padri più che mai benevoli, e capire cosa è realmente la paternità.

In quel periodo c’erano proprio due tipi di padri. Il padre, come dicevo prima, autorevole, irraggiungibile, tanto che non riusciva mai il figlio ad avere una sua identità, ma doveva assolutamente identificarsi con il padre, prendere il posto che il padre aveva deciso lui prendesse nella vita; e qui ne potremmo dire e raccontare... perché è successo poi anche dopo, eh? Io ho il ricordo di un mio compagno di liceo, figlio di un chimico – dove in famiglia tutti facevano i chimici, dal padre in figlio... – che assolutamente voleva che il figlio facesse il chimico, mentre questo aveva una grandissima capacità di tipo artistico, era veramente un pittore notevole, riusciva a fare delle cose molto belle, poi dopo è diventato effettivamente un grande personaggio in questo campo; lui per non ostacolare il padre ha preso la laurea in chimica, il giorno della laurea è entrato in casa col pezzo di carta, ha detto: “Adesso papà io l’attacco qui, sono un chimico ma faccio quello che voglio”, e in effetti ha scelto la sua strada.

Quindi, c’era questo tipo di padre, oppure c’era un padre, ed erano – ce n’erano, ovviamente – che erano dei grandi maestri di vita, e che lasciavano veramente... delle specie di tavole della legge, che era una legge... molte volte la legge vera, altre volte la loro legge, che lasciavano nell’animo dei loro figli, li plasmavano un po’ come meglio [...].

Questi erano i padri, io penso, fin verso... gli anni della mia giovinezza, anche se avevano perso molta di questa autorità. Poi siamo passati negli anni ’60 e ’70 dove il papà... qui, poveretto, proprio è stato... eliminato, nel senso che è cominciato il femminismo più sfrenato e quindi l’uomo... serviva a poco, eh? Tanto è vero che in questo periodo ci sono state anche delle grosse frustrazioni da parte maschile, proprio perché si era perso questo ruolo fondamentale; al punto tale che venivano confusi i ruoli materno e paterno, infatti, mentre prima c’era una specificità di ruoli precisi (il padre comanda, la madre obbedisce), dopo invece c’è questa confusione, diciamo di fusione di questi ruoli l’uno nell’altro per cui i genitori continuavano a cambiare ruolo, questo a scapito, ovviamente, dell’educazione dei figli. Tanto è vero che i figli non riconoscevano più nessuna peculiarità a uno dei due genitori, proprio perché alla fine ciascuno andava avanti con il suo slogan – e devo dire, in questo caso, soprattutto la parte femminile – e quindi veniva eliminato questo concetto di padre.

Da questo che cosa è derivato? Vi assicuro che questi papà, un po’ confusi come... ruolo, e qualche volta che vogliono diventare... si identificano con la mamma, ce ne sono (dopo vi racconterò qualche episodio della mia vecchia vita di pediatra, per dirvi come possono essere queste confusioni di ruoli). Dopo il periodo degli anni ’60 e ’70, dove c’è stato questo femminismo sfrenato, le cose ovviamente ritornano piano piano nell’equilibrio: tra gli anni ’80 e ’90 la figura del papà diventa una figura latitante; proprio perché venuto fuori da questo... massacro del femminismo, “basta, allora io non ci sto più, insomma”, giustamente; ed è una latitanza, qualche volta, di questa figura paterna, che è stata spinta al massimo sulla autodeterminazione – per cui i giovani senza legami... senza radici... inebriati dalla possibilità di fare di tutto e di più – e il papà si è rivolto ad un’altra ottica, che non era più quella, in un certo senso, dell’educazione del figlio, della famiglia, eccetera, bensì alla carriera, alla situazione di tipo economico e alla situazione politica (parlo degli anni ’80 – eh? – dopo poi le cose cambiano).

Il papà era diventato in definitiva il fornitore di beni, quello che ovviamente portava a casa lo stipendio; delegava alle istituzioni, senza mettere mano, quasi tutti, l’educazione dei figli – quindi i principi, in questo periodo, spesso e volentieri, insomma, venivano delegati alla scuola o ad altre agenzie l’educazione dei figli; questo con un grossissimo rischio che è quello – perché poi vedremo l’importanza che ha la figura paterna per la crescita di un ragazzo – soprattutto di avere dei giovani (adesso meno, ma fino a un po’ di anni fa) che avevano un’adolescenza prolungata, per cui continuavano a ragionare come adolescenti anche a trenta–trentacinque anni (che adesso, ahimè, molti stanno volentieri a casa, eh? Non si prendono responsabilità, ma perché? Perché, proprio, hanno perso questo punto di riferimento che è il padre, che dà una... ha una importanza notevolissima nella crescita del figlio per fargli capire quali saranno le sue responsabilità, il suo ruolo nella vita. Importantissimo, più della madre, anche se le mamme non lo vogliono sentir dire). E qualche altra volta, questo papà, proprio perché si dedicava alla carriera, eccetera, era un padre... così, alla giornata: in quel momento e poi dopo continuava a fare la sua attività. Io spero di non stancarvi – eh? – a raccontarvi queste cose... [ride – n.d.r.], dopo poi mi direte quali sono i vostri pensieri.

Credo però che adesso, proprio perché i corsi e ricorsi, poi, portano a un equilibrio, siamo ritornati ormai al tempo maturo per questo nuovo cambiamento, cioè per riportare il papà alla sua funzione, la funzione vera, autentica, che non solo nell’ambito dell’educazione del figlio ma anche nell’ambito della coppia; deve riprendere il suo ruolo in mano, e in questo caso il papà non è più adesso il giocatore in panchina, dovrebbe diventare un titolare a tutti gli effetti, perché quasi quasi, direi, il capitano della squadra; anche se di questi tempi io noto, qualche volta, ancora una ricerca di questo ruolo, come se ci fosse ancora un figura un po’ sfuocata, un po’... non proprio precisa nei confronti dei figli; però guardate che il ruolo del papà è fondamentale per essere di equilibrio rispetto alla madre per lo sviluppo – psicologico, affettivo e sociale – del proprio figlio.

I papà di adesso – qui vedo dei papà giovani – sono molto più attenti alla sfera del privato, quindi alla situazione della loro famiglia [...] c’è stata una crisi di molti valori sociali quindi... gli interessa meno (qualcuno “assatanato” c’è, ma sono pochi), gli interessa meno il discorso dell’affermazione nella vita pubblica, nella politica, nel lavoro, ha lasciato un po’ perdere questi... Adesso i papà entrano in rapporto con i figli molto presto, da subito: sono in sala parto, non c’erano mai prima, venivano lasciati fuori dalla famosa “allenatrice” suocera che li “eliminava”, e io me li ricordo molto bene, e poi la vignetta è tipica – no? – il papà che con la sigaretta (adesso non si può neanche fumare negli ospedali [...]) che andava avanti–indietro, avanti–indietro, di fronte alla porta, poi finalmente usciva l’ostetrica a dire: “E’ nato il bambino”; immediatamente – io questi ricordi ce li ho molto precisi perché ho lavorato per anni e anni in grosse strutture ospedaliere dove nascevano migliaia di bambini – appena si usciva a dire cosa è nato, immediatamente davanti [...] la suocera che chiedeva, lei, subito: “Quanto pesa?”, che è la cosa fondamentale, che non serve a nessuno [ilarità generale – n.d.r.], ma questa era l’ansia più immediata: “Quanto pesa il bambino?”. E cosa vuoi che me ne importa di quanto pesa? L’importante è che stia bene! Eh? E in effetti il papà – più normale e più equilibrato – diceva: “Ma sta bene?”, “Sì”, ecco, questa era la cosa importante.

Poi, piano piano, adesso – io credo che sia stato un cambiamento molto positivo questo – il papà comincia a vivere con la mamma il periodo dei corsi di preparazione al parto, del parto, è vicino, e questo credo che abbia fatto crescere enormemente nel momento, direi, più importante nella vita di una coppia, il fatto di vivere insieme un momento così bello (i primi tempi era una cosa disgraziata, perché noi dovevamo sempre stare attenti che non cadesse il papà in terra, di fianco, infatti avevamo sempre una specie di seggiolino pronto da infilare sotto; i primi papà che io ricordo – ormai vi parlo di una ventina di anni fa – ma adesso non ce n’è più assolutamente bisogno), anzi direi che sono fondamentali; e cominciano a prendere contatto con il figlio da subito, un contatto anche fatto di gesti, di corporeità. Se ci pensate bene, quando mai abbiamo visto anche... nella pittura, nella scultura, un bambino nelle braccia del papà? E’ sempre solo ed esclusivamente nelle braccia della mamma. Adesso tantissime volte voi vedete i bambini nelle braccia del papà; è cambiato questo rapporto anche corporeo e affettivo da parte del papà, ed è molto positivo per una crescita direi completa del figlio; si fanno dei gesti, si provano delle sensazioni, e se ne parla, cosa che prima non succedeva, l’uomo teneva chiuso quello che provava, guai a farlo vedere perché sembrava di essere... No, adesso le emozioni, le sensazioni, anche al femminile, nel senso che queste sensazioni spesso sono più facili da parte femminile, vengono esplicitate anche dai padri. Questo vuol dire che il papà sta subendo e facendo una rivoluzione di quello che è il modo di essere padre, e credo che vada verso la parte giusta del modo di essere padre.

Io, così, nel vedere questi papà nei confronti dei neonati – e ne vedo tutti i giorni – devo dire che ci sono spesso dei papà molto impauriti che di fronte al neonato fuggono, ma perché hanno paura, poi dopo si riprendono e cominciano ad avere un buonissimo rapporto; altri invece, li chiamo io, che sono a corrente alternata, perché sono in certi momenti entusiasti, in altri sono tristissimi, perché [...] la vita di tutti i giorni non è sempre... una cosa favolosa e gioiosa, qualche volta ci sono anche le cose negative.

Qualche volta, ahimè, ci sono anche dei papà che si identificano con la mamma ed esasperano quelle che sono le... cose materne – eh? – ma l’aspetto meno positivo di queste caratteristiche materne. Io, tanto per dire... così... mi ricordo una volta che, mentre in ambulatorio, una signora con un bambino di due mesi circa e il marito... allora, dopo aver visitato il bambino, ho chiesto alla mamma:

  • “L’allatta lei, Signora?”

La signora non ha aperto bocca, ma il papà mi ha detto:

  • “Sì.”
  • Va bene (contento lui di dire “Sì“...).
  • “Quante volte l’attacca?”

La mamma muta e il papa:

  • “Sei–sette volte al giorno.”
  • “Beh, insomma...”
  • “E quanto prende il bambino?”
  • “Ma, cinquanta...” – sempre il papà, eh? – “cinquanta–sessanta...”
  • “Va be’...”

E poi mi tira fuori un grafico con tutte le poppate... il peso... insomma una cosa anche difficile da capire, che io subito ho detto: “Ma...”, tutti i colori diversi, eccetera. E poi io chiedevo: “Ma, fa fatica?... Quanto sta attaccato?...” Sempre il padre.

Alla fine per... perché mi dispiaceva di vedere questa volta questa povera donna sempre muta, ho chiesto molto seria col papà:

  • “L’allatta lei?” [ilarità generale – n.d.r.]

A quel punto lì, lui ha detto:

  • “No, ci mancherebbe...”
  • “Perché” – dico – “guardi, sta facendo una relazione così precisa... O lei è sempre lì, tutte le volte... oppure l’allatta lei. I casi sono due, insomma...”, perché non è possibile che questa donna non apra bocca.

Va bene. Dopo abbiamo sdrammatizzato e la povera donna, questa volta, ha esplicitato tutta la sua tragedia per il fatto che veniva controllata, cronometrata, ogni volta che allattava, dal marito. Adesso questo era un caso un po’ particolare, però... per dirvi che effettivamente, qualche volta, ci sono anche queste... così... queste capacità di volere introdursi anche in un altro ruolo, di prenderne su di sé due invece che solo il proprio.

Oppure qualche volta ci sono dei papà che sono competitivi con il figlio, ma qui devo dire che un po’ di colpa è proprio della mamma perché... le nostre mamme italiane, mamme con la emme maiuscola, quando hanno un bambino all’inizio si dimenticano di essere anche mogli, sono solo ed esclusivamente madri, e questo non è assolutamente giusto perché devono mantenere la loro qualità di moglie, la coppia deve rimanere... anzi, dovrebbe crescere molto, con il figlio; il figlio è un’altra cosa: diventano una famiglia, ma è fuori discussione che il figlio non deve rubare e non deve mettere conflitto tra la madre e il padre; e spesso c’è questo senso di gelosia da parte del papà perché si sente in competizione con il bambino.

Ma io credo che se un uomo ha chiara la propria identità maschile, cioè uno deve essere ben preciso nella sua identità, si occupa bene del neonato, ma in una maniera diversa rispetto alla mamma, però molto importante [...], senza sovrapporsi alla figura materna; questa funzione, che è una funzione diversa quella maschile da un punto di vista anche psichico, mentale, serve al bambino per separarsi da sua madre, ed è importantissima. Infatti ci sono proprio delle predisposizioni, da parte del bambino, per capire la differenza di alcuni gesti che, se sono fatti uguali dal padre e dalla madre, però, hanno un significato completamente diverso, e il bambino li percepisce; come quando la mamma prende il bambino in braccia e dice, la sua frase è: “Stammi vicino che ti proteggo io”, mentre il papà che prende il bambino in braccia dice: “Vai pure, ti sostengo io” (di solito lo buttano in alto il bambino i papà; voi dite: “Ha più forza”; è vero, ma è anche un modo diverso di porsi di fronte al bambino).

E per le madri è molto dura abituarsi a questo spostamento di ruolo, eh? Per il fatto che verso il terzo–quarto anno di vita il bambino diventa un bambino innamorato di suo padre, non di sua madre; e questo per la madre è una cosa molto difficile da accettare, mentre invece dovrebbe essere ben felice di questo, perché vuol dire che il padre sta vivendo in modo positivo il suo ruolo e ognuno dei due ha il suo ruolo positivo, e in questo caso anche questo “scettro” che la mamma tiene in mano e non vuole cedere assolutamente dovrebbe invece servire per fare sì che i due ruoli, vissuti in maniera corretta, fortifichino quello che il loro affiatamento di coppia. E’ molto importante che ci sia sempre questo discorso. Educare i figli vuole anche dire essere capaci di vivere bene la propria vita di coppia, altrimenti non c’è una connessione nel fare insieme quello che si deve fare per il proprio figlio.

Tante volte io sgrido i genitori quando ... – mi posso permettere ormai, perché, ripeto, sono molto vecchiotta – sgrido i genitori quando vedo che si litigano la educazione del figlio di fronte al figlio. Io dico sempre: “La vostra linea educativa la dovete decidere prima: scornatevi, picchiatevi, fate quello che volete, chiusi dentro una stanza”; però poi alla fine se la linea è quella, quando si esce quella deve essere per i figli, e nessuno deve dire: “Io non ero d’accordo”. No, prima ci mettiamo d’accordo, e andrebbe discussa molto tempo prima questa linea educativa; e lo dico sempre: “Parlate dei vostri figli, quando siete da soli, decidete cosa è meglio fare; mai di fronte e loro e mai scaricare l’uno sull’altro quelle che sono le responsabilità di un sì o di un no” (“vai da tuo padre...”, “vai da tua madre...”; non c’è niente di più facile, per un bambino, di capire che i due si rimandano la palla, e lui la utilizza quando meglio crede e come crede, perché, ahimè, questi soggetti sono molto capaci – eh? – anche se sono piccoli hanno delle grandi capacità).

Allora, che cos’è che va recuperato per l’educazione dei figli e per far sì che non ci stia nessuno...? Perché in famiglia nessuno deve stare in panchina (qualche volta io ho detto con cattiveria che ci metterei qualche nonno o nonna in panchina, ma non perché non sia importante, il ruolo dei nonni è fondamentale però è tutt’altro ruolo rispetto a quello dei genitori; loro hanno già educato – eh? – bene o male che sia, dopo non devono intromettersi nella educazione che i due genitori hanno deciso di dare ai loro figli; devono solo aiutarli ma rispettando quelle che sono le decisioni dei genitori).

Allora, cosa significa recuperare il ruolo del papà (io direi anche fare bene il ruolo della mamma)? Significa recuperare il rapporto di coppia; significa riscoprire che i ruoli sono complementari, non sono dei ruoli in... così... ma neanche in competizione, uno contro l’altro; per il bene comune bisogna proprio sapere armonizzare il proprio “io” con quello dell’altra persona; perché essere complementari significa aiutarsi reciprocamente, senza prevaricazione; significa aver una confidenza notevole con l’altra persona; significa anche, per certi versi, essere interdipendenti – eh? – questo è molto importante, che siano interdipendenti.

Devono essere necessari soprattutto due atteggiamenti che devono venire dal di dentro, e cioè: nessuno dei due si deve considerare in possesso di tutto quello che necessita per costruire il bene della famiglia (l’assoluto: “quello che penso io è l’assoluto”; non è assolutamente vero); due, bisogna cercare di rinforzare l’uno il ruolo dell’altro – eh? – non scardinarlo, rinforzare, e i contributi che uno dà, anche in capacità di comprensione... qualche volta ci sono dei figli che vanno più volentieri... così... ad esplicitare quelle che sono le loro sensazioni più interiori con il papà piuttosto che con la mamma; le mamme sono subito gelose perché anche loro “devono sapere“: non è assolutamente corretto; se si è una coppia completa, in certi casi il contributo che dà il papà deve essere recepito dall’altro come una cosa più che mai positiva, deve essere sostenuta, deve essere corrisposta, deve essere addirittura... si deve addirittura arrivare al punto che, se il papà non ti vuole dire qualcosa, perché gliel’ha detto il figlio, e ha promesso di non dirlo, è inutile che la mamma – e le donne in questo sono micidiali – vada dietro per ore, per giorni, per sapere che cosa ha detto. Non ha senso, va sostenuto anche il fatto che solo il papà sappia determinate cose.

Io vi sto stancando credo abbastanza...

[I presenti – n.d.r.] No, no...

[Baroni – n.d.r.] Abbiate pazienza..., abbiate pazienza, perché so che dopo un po’ non si ascolta più, dopo poi parlate voi.

Che cosa vuol dire, allora, divisione di questi due compiti materno e paterno che sono veramente dei ruoli fondamentali? Bisogna che ci siano sempre: comunicazione, ci sia una comunicazione notevole tra i due genitori; una comunicazione che è fatta non solo da un punto di vista verbale, ma anche di affetto, di spirito, pur se ognuno di noi è differente, perché solo se noi riusciamo a mettere in evidenza anche questi nostri valori positivi, guardate che i figli di questa vostra comunicazione, anche di affetto e di rapporto, se ne ricorderanno – lo ricordate anche voi secondo me – per tutta vita. Veramente.

Io ho in mente una cosa del mio papà, che... faceva il medico condotto, quindi... in montagna – eh? – quindi viaggiava tantissime volte, e durante il periodo (allora i medici andavano a casa a fare le visite, si andava poco in ambulatorio, i medici andavano a domicilio... in montagna giravano tanto), io ricordo ancora adesso, eppure sono molto vecchia, un particolare del mio papà che nel periodo primaverile, quando c’erano i fiori – eh? – nei campi, così... tutte le sere veniva a casa con i fiori di campo... due margherite... quattro viole..., insomma le cose che si trovano nei campi, e le portava a mia mamma; diceva: “Questo per la mia signora”, e gliele dava; e io dicevo, allora dicevo: “Ufff, tutte le volte...”. Ripensandoci adesso, invece – e allora mia mamma le metteva tutte bene... perché io dicevo: “Ma Dio, per due... di quelle cose... ma dai, t’ha portato un mazzo...“... – No. L’ho capito dopo! Il grande significato di questo. Quando sono cresciuta e quando sono diventata adulta. E questa cosa non la dimentico.

Cosa significa questo? Che se voi anche dimostrate da un punto di vista, oltre che... perché qualche volta, guardate che più delle parole servono le testimonianze, serve quello che si fa; perché certe volte noi a parole diciamo una cosa ma con il nostro atteggiamento ne facciamo... facciamo l’esatto contrario; e quindi è molto più importante qualche volta parlare meno ma dimostrare di più, anche da un punto di vista affettivo.

Questo non vuole mica dire che la donna deve prendere il ruolo maschile o viceversa quello femminile: siamo talmente diversi da un punto di vista biologico che anche la idea balzana che questo femminismo..., che ormai, se Dio vuole, sta... è finito – eh? – dove la donna era autosufficiente, faceva tutto: era capace di tutto... ormai abbiamo capito, per fortuna, che non è assolutamente vero, che ben ci devono essere due identità completamente diverse, ma che sono complementari, per cui è vero che adesso non ci sono più le “cose da uomini” o le “cose da donna” com’erano una volta, però noi le facciamo in un modo e l’uomo le fa in un altro modo; l’importante è che ci sia una convergenza su quello che è l’ideale, il punto di arrivo, per entrambi i genitori; indipendentemente dal fatto [...] se il papà fa la pasta asciutta, va benissimo, un tempo guai se avesse toccato qualcosa in cucina, invece adesso ci son degli uomini che fanno molto meglio da mangiare delle donne, e quindi questo è un discorso..., direi, che la cosa importante è proprio questo: che ci sia una identità del proprio ruolo ma con un fine che è comune.

E questo è anche fondamentale perché in questa relazione, che è continua fra il papà e la mamma, non ci dev’essere qualcuno che viene recepito dal bambino come uno che ha un compito più importante dell’altro, o quello che è il potere, l’autorità, il vecchio papà di cui abbiamo parlato prima; dev’essere invece tirata fuori quella che è l’autorevolezza. Questo sempre adesso è, anche nella scuola, anche nel lavoro; non è tanto l’autorità o l’autoritarismo: è l’autorevolezza, il fatto che tu possa dire delle cose perché gli altri hanno toccato con mano che tu l’hai fatto in prima persona, che tu ti comporti in quel modo in prima persona. Non puoi pretendere... guardate che in questo caso i ragazzi – i bambini prima, ma i ragazzi poi – sono dei giudici terribili. Giudici nel senso che si rendono benissimo conto di quando noi facciamo una cosa e ne diciamo un’altra. E lo sottolineo. Quindi questa è la cosa più importante.

E questo qui... è possibile l’autorevolezza non tanto com’era nella vecchia famiglia patriarcale dove c’era uno che comandava e gli altri erano tutti sotto, e se anche comandava sbagliato era lo stesso, e si andava verso guerre che erano delle guerre... dei cent’anni, in certi casi... no, in questo caso l’autorevolezza fa sì che anche il giovane, benché subito, soprattutto l’adolescente, non dica di sì, poi alla fine ci ripensi; perché guardate che molto spesso, se qualcuno ha dei figli adolescenti, i “no” degli adolescenti non sono mica... “no”, eh? Sono “no” con la bocca, ma poi ci ripensano, dopo; perché subito è tipico dell’adolescente quello di contrapporsi a quello che dice il genitore.

Io credo che, allora, in questo modo, se noi riusciamo a vivere la vita di coppia in questo modo, riusciamo anche a dare un ruolo preciso ai due genitori – quindi anche al papà – e soprattutto riusciamo a dare una buona educazione ai nostri figli. E’ vero che adesso sono cambiate tante cose: c’è una vita che è piena di ansie già per conto suo, di agitazione, di corsa, di mancanza di tempo, però non è tanto la quantità del tempo ma la qualità del tempo che voi date ai vostri figli. Questa è la cosa più importante; anche lì sapranno vedere e scegliere quelli che sono i ruoli veri, e credo che sia importante, sì, il discorso della famiglia d’origine, però non è fondamentale: siete voi che dovete ricreare e creare la vostra famiglia con delle basi vostre; e sarà così quando diventerete nonni, fra molti anni, eh? Nel senso che dovrete lasciar fare ai figli la loro vita.

Noi siamo, come genitori... voi siete... io porto sempre questo esempio: siete come una strada che ha al fianco due mura, una da una parte... o due siepi forse (la luce trapela un po’, è meglio) – eh? – due siepi dritte, e c’è questa grande strada dove camminano i vostri figli; i vostri figli... qualcuno può andare sempre dritto, qualcun altro può anche sbandare, può non andare dritto; l’importante è che siano le due parti laterali che continuano ad essere quelle che contengono, anche nella loro normalità, nella loro esuberanza questi figli che alla fine ritornano sempre e si trovano una via diritta indicata dai due genitori. Perché se i due genitori, se le due siepi diventano... o si allargano, e quindi lasciano ai figli tutta la possibilità, senza essere due punti di riferimento, o si restringono e comprimono quello che è l’ansia e la capacità del proprio figlio, non sono certamente una coppia complementare con due ruoli precisi. Il ruolo è proprio questo.

Come è ruolo il fatto che ci sia una specie di faro che... i ragazzi vivono sotto questa luce, all’inizio vedono solo un piccolo cerchio, se s’allontanano continuano a vederlo e questo faro resta: sono i due genitori nei loro ruoli. I figli, anche se si allontanano, poi, questa luce la continuano a vedere; e anzi, più questo faro è grande, più i due ruoli sono uniti, più ha un diametro ampio di visuale, più dà apertura di visione ai propri figli, che è una cosa fondamentale (cioè non essere ristretti nel proprio piccolo mondo); perché poi i figli non solo vedono il ruolo del papà e della mamma, ma come l’hanno percepito, come l’hanno vissuto, come sono stati indirizzati da questi due ruoli, riescono poi a entrare in altri cerchi, che sono quelli prima della scuola..., degli amici..., della società e così via, insomma; solo se in mezzo ci sarà sempre questo faro [...] che ha delle caratteristiche ben precise.

In non vi voglio dire di più. Vi voglio leggere, però, alcune cose che sono molto simpatiche (perché i bambino sono... particolari). Questo qui è una raccolta di... si chiama, come titolo “Il pensiero bambino”, è una raccolta di scritti che i bambini – bambini delle elementari, eh? – hanno fatto; ci sono delle frasi, ovviamente, sui loro papà, sulle loro mamme, sui nonni, cioè tutta una serie di cose..., e sono molto interessanti perché? Perché, come vi dicevo prima, i bambini hanno una capacità di captare le cose che nessuno di noi pensa... possano arrivare a tutto, ma ci arrivano.

Adesso volevo vedere... il papà... ecco, il mio papà..., perché qua ci sono tutti... questa qui è micidiale (ahimè)... Allora, questo qui è sul papà – eh? – dopo poi anche sui genitori... poi c’è anche quello per la mamma, ma visto che oggi parliamo di papà...

Allora, questa è una bambina di sette anni che scrive: “A mio padre è successo che lasciato mia madre; è andato a vivere con un altro uomo. Mia madre non vuole che lo vada a trovare perché papà è strano, ma a me non importa dove e con chi vive papà, ma soltanto se mi vuole bene”. Sono cose di una... uno dice: una bambina di sette anni – eh? – che scrive questo piccolo... pezzettino...; io credo che sia una bambina che... a parte che è molto profondo, ma soprattutto insegna qualche cosa di molto vero: i bambini sono capaci di perdonare i genitori solo se questi si sono dimostrati capaci di voler bene loro completamente, altrimenti non li perdonano.

Quest’altra di nove anni: “Io vado a riprendere mio padre ogni volta che scappa di casa. Non è molto divertente perché devo fare una scena ‘vieni, vieni papà, torna indietro’, come vuole mia madre, e sembro la Carrà che fa il balletto con la faccia da porca e dopo lui cede e torna a casa, ma ricomincia sempre”. Però lei continua a andare a prendere il papà, anche se le costa e fa la sceneggiata, lei dice, come fa la Carrà – eh? – proprio perché per lei è molto importante.

Quest’altra di otto anni: “Io da grande non farò figli per niente perché già mi spupazzo due fratelli e loro se la fanno sempre sotto e io devo pulire la pipì e la cacca; allora penso io: da grande faccio l’attrice di Beautiful perché quelle fanno i figli per scherzo” [ilarità – n.d.r.]. Questi sono... voi direte: ci legge delle cose orrende, ma io credo che sia importante anche vedere attraverso gli occhi dei bambini quali sono... delle situazioni difficili (poi ci sono anche quelle belle, intendiamoci), adesso io ho scelto delle cose un po’ così...

Quest’altra dice (dieci anni): “Mia madre è fuggita con mio zio. Io penso che neppure i cuccioli della leonessa vengono lasciati così senza avvertire, e lei è una bestia (la leonessa), ma mia madre non è una bestia e allora avrà avuto le sue ragioni. Forse io sono stata cattiva e per questo lei è sparita”. Vi ho letto questo perché vedete che i bambini certe volte quando, anche i ragazzi, quando in casa ci sono dei conflitti pensano di essere loro causa del conflitto, molto spesso; e soffrono perché credono di essere la causa di tutte queste situazioni negative. Quindi bisogna stare anche molto attenti a non coinvolgerli, a non utilizzarli, quando ci sono anche dei conflitti banali, proprio perché qualche volta, anzi spesso, loro si sentono... ci sono dei bambini che diventano loro il ruolo del padre, il ruolo della madre. Lo fanno al posto dei loro genitori, proprio per rimettere pace nella famiglia.

Questo di nove anni di Torino è micidiale: “Mio padre lo vedo come 007 con la licenza di uccidere perché lui è spietato con me e con tutto il mondo. Mia madre, invece, mi sembra Cicciolino, perché sta sempre a fare le fusa, dal parrucchiere con i vestiti trasparenti per farsi fare i complimenti. Questi due io li chiamerei genitori killer”. Nove anni.

[Una mamma – n.d.r.] Certo che hanno a che fare con dei genitori... quei bimbi lì, che insomma...

[Baroni – n.d.r.] Lo so, adesso vi ho detto, io vi sto leggendo delle cose brutte, poi, ripeto, ce ne sono anche di quelle bellissime, intendiamoci; però quelle belle le conoscete [ride – n.d.r.]. Questo per sottolinearvi come è importante il ruolo, che viene giudicato dai figli: non c’è niente da fare. E sono attenti! Molto più di quello che uno non possa pensare. Molto di più.

Quest’altra qui è un po’ terribile – eh? – dunque: “Mio padre io gli sono affezionata, certe volte ma non sempre. Penso che se mia madre rimanesse vedova staremmo tutti meglio. Lui potrebbe avere un incidente di macchina e morire, così: niente botte, urli o nervosismi; poi non ci fa mai vedere la televisione che piace a noi e ci punisce in tutti i modi. E’ proprio uno cattivo che si diverte a tormentare gli altri. Io non mi vergogno a dirlo: vorrei che muore...” – sono temi, eh, pezzi... – “vorrei che muore oppure che ha un bruttissimo incidente, si prende una grande paura e pensa bene a quanto è cattivo, e dopo la paura diventa buono”. Vedete che non lo elimina? Nonostante tutto, “... dopo la paura diventa buono”. Lei vuole un papà buono, non un papà cattivo. Allora vuole uccidere il papà cattivo ma vuole tenersi, vorrebbe tenersi il papà buono. Perché è importante avere un papà.

La cosa più terribile che io vivo è... adesso, ma poi, ripeto, sempre perché sono vecchia, quando sento nella tal famiglia è rimasta solo la mamma ma non... per l’amor del cielo, se il papà ha avuto un incidente (allora ci mancherebbe), ma... il bambino può vivere anche solo con la madre: non è vero. Il bambino ha bisogno di entrambi i genitori perché, come dicevamo prima, hanno tutti e due un modo diverso di rapportarsi [...].

Questa è la prima cosa, il fatto che uno da solo... sì... però una figura maschile salta sempre fuori. Quando non c’è il papà, c’è magari un nonno che acquista la funzione di papà, o c’è magari qualcun altro che vive con la mamma, ma il papà, cioè la parte maschile, ci deve assolutamente essere. Come io credo che sia una cosa contro natura quello che sento in certe nazioni dove danno la possibilità di avere figli alle coppie omosessuali. Ecco, io questo, devo dire il vero, non riesco proprio a concepirlo; ma credo che sia una cosa... non c’è neanche bisogno di andare a cercare chissà... dove e come, insomma. La natura stessa rifiuta una cosa di questo genere, penso...

[Una mamma – n.d.r.] Anche se le sensibilità poi divise, anche lì, come ruoli... le sensibilità, anche lì, come ruoli, c’è quella femminile e quella maschile, non meno.

[Baroni – n.d.r.] No, non sono mai divise... e – due – c’è anche da dire che, spesso e volentieri che queste coppie sono delle coppie molto autoreferenziali: un bambino che entra all’interno di una coppia – adesso qui passiamo in un altro argomento, ma... – un bambino che entra all’interno di una coppia cambia completamente quello che è il discorso di rapporto, nel senso che la coppia rimane, se sono maschio e femmina, in un certo senso, però, poi, entrambi hanno questa visione coinvolgente per cui diventano famiglia. Quello che sta succedendo adesso molto spesso in queste coppie omosessuali che hanno preso dei bambini e che dopo un po’ il bambino non lo vogliono più vedere oppure uno dei due va. Perché? Perché non sono coppie, sono semplicemente...

[Un papà – n.d.r.] C’è una scopertura di ruoli...

[Baroni – n.d.r.] ... certo, non c’è una struttura, per cui non riescono.

[La mamma – n.d.r.] Cioè la divisione dei ruoli dopo un po’ salta. Quella che parrebbe esserci comunque non c’è.

[Baroni – n.d.r.] Certo, certo, certo, perché entra questa figura che ha bisogno di questi ruoli che non possono essere ruoli che uno veste solo in determinate situazioni; perché quando uno è padre o madre non fa il papà... io faccio il medico, un altro fa l’ingegnere, l’altro fa... allora quando l’ingegnere va a casa non sta sempre tutto il giorno a... e io neanch’io, insomma (anche se a fare il medico spesso e volentieri si è chiamati in causa quando si è a casa), ma il papà e la mamma non si fa: si è. Vuol dire che ventiquattr’ore al giorno uno è il papà e l’altro è la mamma. Non ci sono... uno non si può togliere la tuta o togliere il camice: quello è appiccicato addosso e ce l’ha per tutta la vita, non c’è mica pezza. Allora, questi non riescono a reggere un discorso di questo genere. Io sono convinta di questo, ma sta già succedendo, eh?

Ci sono già – adesso qui siamo tra adulti, possiamo tranquillamente parlarne – ci sono soprattutto da parte femminile persone che hanno fatto insemenzare la compagna e poi, adesso che è nato il bambino, non è più di nessuna delle due perché nessuno delle due perché nessuno la vuole. Queste sono... anche perché, ahimè...

[La mamma – n.d.r.] E non è ancora un risultato sui figli che crescono: è un risultato all’interno della coppia. Come arriva il bambino, saltan per aria loro.

[Baroni – n.d.r.] Molto facile che saltino, dopo un po’.

[La mamma – n.d.r.] Però, di riflessi sull’educazione del figlio ancora non si sa, forse, perché è troppo poco che possono adottare... va be’, comunque...

[Baroni – n.d.r.] Vede che i bambini, però, sono molto chiari, insomma... “... è andato con l’uomo...”. Insomma, a loro interessa effettivamente che uno voglia bene, ma la struttura... è impossibile. Noi abbiamo una struttura mentale, ormonale, talmente diversificata e talmente complementare, per certi versi, che è impensabile, è impensabile, che non possa essere così, ecco. Perché la natura ha sempre cose belle. Guardiamo gli animali [...]... difficilmente...

Allora... questo è un altro discorso, bisognerebbe parlarne dei giorni, pur tenendo conto che – per l’amor del Cielo – io non dico... ci mancherebbe, è un problema di educazione dei figli, non tanto di accettazione o meno di quella che è la tendenza di qualcuno.

Quest’altro qui dice – dopo poi la smettiamo di leggerli perché ce n’è qua... fin che si vuole – dunque... ecco: “Mio padre e mia madre...” – sette anni e mezzo – “... dicono sempre male uno dell’altro e io devo stare a sentire. Che palle: mio padre vuole lasciare mia madre e non glielo dice, lo dice a me; mia madre vuole spararlo ma non lo spara, e però lo dice a me. Mio padre mi porta dalla sua amica e mi compra il gelato, ma io non lo dico a mamma. Se loro non si lasciano dicono che lo fanno per me”.

[La mamma – n.d.r.] Ha pure il peso della responsabilità.

[Un papà – n.d.r.] E quindi lì glielo dicono esplicitamente che... è un peso.

[Baroni – n.d.r.] E’ terribile, eh?

“Io so che non servo a nessuno, né a mio padre, né a mia madre. Loro mi scaricherebbero volentieri e se non fossi nato sarebbe stato meglio”

[...]

Questo qui di otto anni dice: “I genitori non li puoi scegliere, perciò ti capita di tutto. ...” [risata generale – n.d.r.] “... Io sono stato fortunato, ma il mio compagno di banco no, perché mi ha detto che suo padre sta in galera e sua madre sta sempre fuori la sera”. Povero figlio...

Questi... son più normali: “I genitori servono per non farti stare sola, accendere la luce quando di notte c’è buio e devi andare a fare pipì e a non farti piangere quando muore il cane”. ...

“Io penso che i genitori servono come modelli e che noi, a forza di guardare come fanno loro, impariamo a fare tutte le cose e a diventare come loro. Però c’è il problema che certe cose i genitori non le fanno per niente bene e non sono dei modelli. Allora uno deve cavarsela da solo, oppure guardarsi intorno e trovare qualcuno meglio che poi ci fa da modello. Però a me mi dispiace fare questo per rispetto a mio padre e a mia madre, così, anche se penso che certe cose sono proprio sbagliate le faccio come le fanno loro e come loro vogliono, così non ci rimangono male” ...

“Se stavamo senza genitori, niente regole. Era come se c’era il regno dei bambini invece che il regno di Dio. Però se poi facciamo la fine di Lucignolo che diventò un asino insieme a Pinocchio?”. [risata generale – n.d.r.].

Questa è molto bella (di nove anni): “Da piccoli non impariamo che da grandi faremo i genitori, e questo significa che genitori non si nasce ma si diventa”. [...]

Adesso, qui, ci sarebbe da divertirsi a leggere questi, perché ce ne sono di quelli bellissimi, eh?

“I genitori servono per educarci, però per me papà è troppo severo e mamma, appena sbaglio qualcosa, si mette a urlare, e io sono circondata”. [risata – n.d.r.] Questa ha otto anni. Sono molto belle...

Questo qui di otto anni dice: “I genitori servono a imparare il comportamento ai bambini piccoli” (forse insegnare voleva dire). Quest’altro: “Per me i genitori servono a educare, dare amore ai figli e per avere due persone con cui sfogarsi dei propri sentimenti tristi o allegri”.

“I genitori servono, quando noi siamo tristi loro ci consolano. Loro non ci vogliono viziare, ed è per questo che ci comprano cose utili”.

“Io ai miei genitori voglio molto bene. Penso che se loro non esistessero, come sarei io e i mie compagni? I love mami e papi”. [...]

Quest’altra dice: “I genitori servono quasi a tutto” ... non proprio a tutto, ma quasi. [...]

Vi leggo quest’ultimo poi basta: “I genitori servono prima di tutto a farti nascere, ma dopo che sei nato servono per farti crescere, e quanto sei cresciuto te ne vai”. Allora questa è la cosa importante: che li facciamo crescere bene, perché poi quando se ne vanno, vadano con le loro gambe, due gambe solide, e riescano anche poi a ritornare indietro, al momento opportuno – eh? – perché questa è poi in definitiva più importante.

[Una mamma – n.d.r.] Com’è che si chiama quel libro lì, così carino?

[Baroni – n.d.r.] “Il pensiero bambino” [...], una raccolta di tante... ma su tanti argomenti, eh?

[...]

Questa qui era una filastrocca, proprio perché c’è bisogno del papà: “Ninna nanna, il papà fa la mamma; culla culla il suo bambino, lo addormenta pian pianino”, cose che adesso i papà fanno e che un tempo, invece, non facevano assolutamente.

Penso di avervi rubato abbastanza tempo... [...]

Quest’ultima che vi leggo e una... poesiola per sottolineare come è importante che si parli con i figli e che il genitore – il papà – non stia nella panchina, ma sia... come abbiamo detto prima: riprenda il suo ruolo. Guardate che è molto importante il vostro ruolo, eh? Le mamme consce del loro lo sono, non c’è bisogno di sostenerle; i papà invece hanno bisogno di essere sostenuti perché non sanno quanto è importante il ruolo del padre: tantissimo. Qualcuno definiva la madre il ministro degli interni, il padre il ministro degli esteri. In effetti è così: la mamma è quella che di solito si interessa delle cose che succedono all’interno della casa, delle piccole cose; chi dà ampiezza alla visione, degli ideali, le cose più grandi, sono i padri. Per questo è fondamentale il vostro ruolo.

I nostri ragazzi, spesso e volentieri, adesso, hanno difficoltà a scegliere degli ideali alti (e il giovane ha bisogno di alti ideali, perché tutti noi, se non avessimo avuto alti ideali non saremmo... neanche voi sareste qui adesso). Gli alti ideali si danno e li dà di solito il padre, e vanno dati. Vanni dati. Non bisogna chiedere poco, bisogna chiedere molto ai ragazzi perché se no... è il periodo in cui si può dare, in cui vengono fuori le potenzialità. Dopo, se uno non ha tirato fuori niente, non tira più fuori niente – eh? – vive così... di quello che passa, senza nessuna ragione; e spesso i nostri ragazzi hanno mancanza di questo.

“Ebbene, figliolo, ti dirò una cosa: la vita per me non è stata una stata di cristallo.” – vanno dette anche le difficoltà ai figli, eh?, non solo le cose positive, non vanno tenute nascoste: capiscono molto di più di quello che uno creda, e partecipano se necessita – “Ho avuto chiodi e schegge e tavole sconnesse, a tratti senza tappeto, nudi, ma sempre ho continuato a salire, raggiungevo pianerottoli e svoltavo angoli, e certe volte entravo nel buio dove non c’era luce. Perciò, figliolo, non tornare indietro; non sederti sugli scalini perché ti sembra un po’ dura; non cadere adesso, perché io, amore, continuo ancora, ancora mi arrampico, e la vita per me non è stata una scala di cristallo”.

Credo che qui ci sia un po’ quello che abbiamo detto oggi, insomma: che è importante, anche nelle difficoltà, presentarsi come si è – eh? – perché alla fine il figlio capisce quello che sotto c’è, lo capisce sempre. E non ci si deve defilare, quindi in panchina il papà non ci deve mai stare.

Io avrei finito ... o meglio ...

[...]

L’interesse per i bambini mi ha portato a... guardarli a tutto campo, non solo da un punto di vista fisico, anche perché io sono convinta, come ormai è dimostrato, che... io non ho mai visto tante malattie psico–somatiche nei bambini come adesso. Mai. Sono ormai quarant’anni che faccio questo lavoro: non ho mai visto tante malattie psico–somatiche. Prima uno era ammalato, ma era ammalato davvero. Adesso è una cosa micidiale. Ce ne sono certe che fanno anche ridere, però poi alla fine sotto c’è una situazione di disagio che è notevole, insomma; e il disagio poi parte dalle piccole cose, sapete? Adesso, io non voglio trattenermi troppo (poi bisogna anche che torni, spero che la nebbia non sia scesa, perché se no... mi metto a piangere..., perché già che non so bene le strade giù di qui... dopo poi sbaglio, mi trovo chissà dove... mi fanno paura quegli argini con l’acqua sotto, perché io sono... se c’è la neve, il ghiaccio, lì vado che non ho problemi, ma con la nebbia... giù nella bassa non tanto, mentre in montagna mi trovo tranquilla...), sì, succedono delle cose che veramente... ripeto, anche per delle sciocchezze...

Adesso vi racconto due o tre episodi della mia lunga... che se li avessi scritti forse a quest’ora ci sarebbe un buon... campionario.

Una volta è stata ricoverata una bimbetta... una ragazzina, di tredici anni. I genitori erano preoccupatissimi perché questa ragazzina aveva da venti giorni la febbre a trentanove. Allora mi telefona il pronto soccorso e dice: “Guardi, mandiamo questa ragazzina che ha la febbre a trentanove da venti giorni...”. “Accidenti!... Sarà in brutte condizioni...”, “Ma no,” – mi dice il medico del pronto soccorso – “non sta mica neanche male...”. “Va be’, mandala su...”.

Viene su questa ragazzina che... sì, quella la febbre da venti giorni ce l’aveva... (infatti poi non ce l’aveva...), comunque: trentanove di febbre, pimpante, tranquilla, si mette a letto.

Io la visito. La mamma disperata, il papà in lacrime... perché... “Guardi, sono venti giorni... il medico è venuto... abbiamo fatto esami... insomma non si trova niente, non riusciamo a capire...”, insomma tutt’una serie di cose...

“Va bene”. La visito: questa non ha assolutamente niente, però ovviamente le ho dato corda; le ho detto: “Quando ti viene la febbre, che cosa senti...? Com’è...?”; insomma, lei mi raccontava delle cose che non c’entravano assolutamente niente...

“Va bene.” – ho detto – “Guarda, quando ti ritorna, adesso ti diamo il termometro, se ti viene la febbre chiama”. “Va bene”.

Passa un’oretta, le abbiamo dato il termometro... suona il campanello e dice (la mamma): “Guardi, è qui che ha la febbre a trentanove”. “Va bene”. Il termometro faceva trentanove, in effetti. La sento: bella fresca... non so poi... “Questa qui è una cosa simpatica...”; ascolto il cuore (voi sapete che quando c’è la febbre alta, il cuore ha una frequenza elevatissima): tòm... tòm..., “Mo guarda che meraviglia... Bene!”.

Le ho detto: “Ti senti molto male?”. Lei, che faceva la sofferente fuori misura: “E sì, adesso...”. E sua madre: “Ma guardi, tutte le volte succede...”.

“Va bene. Te la senti di alzarti in piedi?”

“No”.

“Va be’, niente, è lo stesso, stai sdraiata, stai tranquilla”.

Passa mezz’ora. “Adesso” – dico – “ti diamo qualcosa per la febbre” (ovviamente le ho dato due vitamine... perché tanto sapevo benissimo che la febbre non c’era) “e proviamo di nuovo la febbre”. Però, questa volta, ho detto con l’infermiera: “Va là lei, per piacere, si mette lì seduta, chiacchiera... e misura la temperatura”. Le abbiam messo due termometri, uno da una parte, uno dall’altra [risata generale – n.d.r.]. (E beh, insomma, anche noi abbiamo i nostri trucchi, eh?). Seduta a guardare questa ragazzina... che intanto... il problema grosso è che non sapeva più come fare a farsi venire la febbre, perché c’era l’occhio vigile dell’infermiera che... ogni tanto muoveva il braccio... le diceva: “No, cocca, non devi muovere il braccio perché sennò la febbre dopo da una cosa che non è giusta... dopo... non va bene, insomma...

A mezz’ora di distanza, senza niente, aveva trentasei–e–tre e trentasei–e–quattro. Bene.

“Ma vede? Va via subito”, sua madre pensava.

Per farvela breve il giorno dopo io ho fatto fare otto–dieci controlli sempre con l’infermiera presente: la febbre non c’era mai e lei diceva: “Me la sento”, ma insomma... non c’era... e poi si sentiva che non ce l’aveva.

Alla sera ho chiamato la mamma e il papà e ho detto: “Guardate che... vi voglio chiedere: avete rotto molti termometri in questo periodo?”.

Mi dice: “Sì, ma guardi ne avremo rotti tre o quattro”.

“E, infatti...”.

“Non so come mai, si rompono...”.

“Lo so io il perché, comunque è lo stesso, perché l’acqua calda li rompe... comunque non ha importanza...” e, parlando con la mamma, ho detto: “Secondo me, signora,”, e col papà, “questa ragazzina la febbre non ce l’ha mai avuta. Vi dice che ha la febbre, voi vedete che il termometro è su trentanove ma qui sotto c’è qualcos’altro. E’ successo qualcosa a scuola? E’ successo qualcosa in casa?...”

“No, no, le assicuro, non è successo niente...”.

“Va bene, adesso andiamo sotto la ragazzina... vediamo”.

Allora l’ho chiamata, le ho detto: “Guarda, il papà e la mamma li hai fregati, ma purtroppo non sei riuscita a fregarmi perché ci sono delle cose che io so, che loro non sanno. Allora, ti posso dire che tu la febbre non ce l’hai...”, e le ho spiegato tutto perché poi a tredici anni le cose le capiscono bene.

Allora è scoppiata a piangere e mi ha detto: “E’ vero, io la febbre non ce l’ho mai avuta”.

“Ma allora perché ti sei fatta venire la febbre?”. Provate mo’ a dire la ragione.

Perché il papà non voleva che si tagliasse i capelli.

Allora io dico, le cose sono due. Uno, lei ha utilizzato... ho detto: “Hai fatto star male i tuoi venti giorni perché volevi tagliare...”, va be’, lasciamo perdere. L’altro: c’è bisogno di impuntarsi, sto papà, dei giorni interi perché non si vuole tagliare i capelli? Mo lascia che si tagli i capelli! Cosa c’è di strano?! Impuntati per dell’altro, non per un po’ di capelli!

Quando l’ho detto al padre, dopo ho capito perché lei ha fatto così; suo padre a momenti va là e la strozza. Ho detto: “Guai a lei se esce fuori da questa stanza! Non la lascio uscire neanche a morire” [ride – n.d.r.].

Perché “...io la prendo la uccido...”.

“Beh, ma dico, ma scherziamo?”.

“Ma pensi lei: sono venti giorni che stiamo...”.

“Eh, ho capito, però questo vi deve insegnare qualche cosa”.

Allora, la cosa è questa, per dirvi...

Altre volte ho visto bambini di... uno che, poveretto, anche lui aveva sempre una febbriciattola... la sua febbriciattola era che gli volevano far suonare a tutti i costi il violoncello e lui non lo voleva suonare, insomma, per cui, anche lì, tolto il violoncello finita la febbre. Perché poi hanno tanta inventiva i bambini, quindi... trovano le strade finché vogliono, insomma. Non parliamo poi adesso. Io, anni fa, mal di testa, nessun bambino ce l’aveva; adesso hanno tutti mal di testa, molto spesso; anche perché? Perché noi stiamo costringendo i bambini a fare delle vite da adulti, non da bambini. Non hanno più orari.

[Un papà – n.d.r.] Ma hanno poi mal di testa veramente o...

[Baroni – n.d.r.] Ce l’hanno, anche, ma ce l’hanno perché i bambini non hanno più ritmi. Pensateci, fanno la vita da grandi: vanno a letto a degli orari impossibili; sono davanti al televisore con i giochi per ore; sono sballottati a destra e a sinistra; cioè non hanno un ritmo di vita regolare, hanno una vita che è quella... io certe volte impazzisco quando, d’estate, fino a mezzanotte, l’una, lei vede girare questi passeggini con sopra questi poveri cristiani, messi così, che dormono in questo modo... scomodissimo. Perché? Ma perché un bambino all’una deve essere a letto, non può andare in giro. Anche se uno dice: “Dorme”, ma dorme male. Quindi c’è questa frenesia che ha portato a scardinare tutto quello che è la vita normale di un bambino.

E non parliamo poi del coinvolgimento che un genitore vuole avere dal bambino, cosa che io aborrisco quando dice: “L’ho detto a mio figlio perché, sa: è il mio amico, o e la mia amica”. Ma cosa “la tua amica“? Tu sei suo padre, sua madre! E lei ti giudica.

Ci sono dei bambini iper–attivi che hanno a casa delle situazioni invivibili, e che sono loro quelli che portano il peso di certe famiglie. Questo comporta un coinvolgimento, da un punto di vista somatico, notevolissimo – eh? – veramente! Allora educare vuol dire anche fare una vita normale, cercando di metterli al centro dell’attenzione, ma non in maniera negativa. Vi dicevo prima, non è la quantità di tempo, è la qualità del tempo che deve essere data: la qualità è fondamentale.

[Una mamma – n.d.r.] Conta qualcosa, per esempio in adolescenza, l’identificazione verso il proprio sesso? Cioè, il figlio con il padre, la figlia con la madre...

[Baroni – n.d.r.] Moltissimo, moltissimo.

[La mamma – n.d.r.] In che senso? Nel senso che ascoltano di più il genitore del tuo sesso e lo prendono più in considerazione, oppure in altra maniera, non lo so... o lo combattono di più...

[Baroni – n.d.r.] Diciamo che ascoltare... nell’età dell’adolescenza sembra che non ascoltino, come dicevo prima, ma ascoltano lo stesso, eh? Poi, dopo, si ricordano. Diciamo che il figlio di solito vuole emulare il padre. La figlia, spesso e volentieri, più che emulare la madre, la vuole emulare per piacere al padre. Anche perché il padre, involontariamente, dal figlio pretende qualche cosa di un certo tipo; invece con la figlia, di solito, cede molto di più.

[La mamma – n.d.r.] E questo è un bene o un male? E così...

[Baroni – n.d.r.] E’ nelle cose... [ride – n.d.r.], è nelle cose, ma non è un male, non è un male, purché – come dicevo prima – ci sia una correttezza di rapporto fra quello che uno dice e quello che uno fa, eh? Uno non può dire: “Non bisogna rubare”, e poi dopo io lo faccio, perché faccio certe cose... così, insomma, ecco... No. Allora, se non si ruba non si ruba. Oppure: “Non si deve fare la tal cosa però poi io questa volta la faccio perché invece io lo posso fare...”, questa è la cosa più brutta, eh? “Io sono grande, tu sei piccolo, quindi le cose...”. No, assolutamente. Se c’è una cosa che va fatta, e soprattutto nei principi grossi, così è e così io mi comporto; se no, se ogni volta l’aggiusto a seconda delle mie necessità, o di quello che penso nel momento, o continuamente io faccio vedere che arrivo a compromessi, i ragazzi, soprattutto gli adolescenti, spesso e volentieri contestano (perché a quell’età si vede il bianco e il nero, non esiste il grigio; il grigio, quando si è più vecchi, si vede; io dico che a diventare vecchi si diventa un po’ più misericordiosi perché... non si capiscono bene gli errori... eh? Invece il giovane è tutto d’un pezzo, ecco). Allora lì le cose vanno fatte in maniera corretta e spiegate, però di fronte ad una linea, ad un ideale, che sia sempre quello, che non cambi.

[La mamma – n.d.r.] Però se si incomincia a cedere sulle piccole cose, quelle che contano meno...

[Baroni – n.d.r.] Le regole bisogna darle: non si può vivere senza regole. Questo è fuori discussione. Non si può che un bambino... – vi faccio un altro esempio, banalissimo (scusate se parlo anche male, ma ormai... è routine) – un bambino grasso, una specie di palla – eh? – che arriva in ambulatorio. Chiedo alla mamma che cosa mangia; la mamma mi dice: “Niente”. Ma, insomma, sarà difficile... perché uno che non mangia niente ed è una specie di bisonte...

Io dopo aver richiesto ancora: “Signora, ma mangia? Che cosa mangia esattamente?”

“Ma, mangia questo... pochissimo sa? Proprio niente...”, dopo dico: “Ma, bisognerebbe che lei mi insegnasse come si fa. Tutti quelli che muoiono di fame, se sapessero che senza mangiare si diventa così, è una fortuna grossa, insomma..., comunque è lo stesso”.

E allora mi sono rivolta al bambino e ho chiesto: “Che cos’è che ti piace? Che cosa mangi di solito?”, perché so che di solito poi il bambino fa l’elenco – eh? – delle merendine... di tutto quello che mangia. Questo bambino si è voltato, in maniera molto secca, mi ha detto: “Io mangio una merda”. Bene. Se io fossi stata, io da piccola (a parte che non avrei mai detto una parola così, ma...) di fronte al medico avessi..., mi arrivava un manrovescio che mi avrebbe fatto ruotare la testa tre–quattro volte, e poi dopo veniva il resto quando eravamo a casa. La madre non ha proferito verbo.

Va bene. Ricominciamo (e non era una persona... voglio dire, di... anzi sono molto più educati certe volte... era una persona molto... ben tenuta, molto elegante anche, di una certa... Perché questo poi è il concetto sciocco di liceità, del fatto che se uno è libero di fare di tutto è una cosa positiva, no? Va bene). Rifaccio la domanda al bambino: “Ma quali sono le cose che ti piacciono di più?”. Mi risponde la stessa parola. La mamma non batte ciglio. Allora io mi son seduta al tavolo; la mamma m’ha detto: “Allora qual è il problema di mio figlio?”; e io senza... tranquilla: “Che è molto maleducato, Signora, e questa è la sua malattia”. Ha preso e se n’è andata (e io ben contenta che se ne sia andata).

Però, se noi non abbiamo la capacità di... non so chi di voi abbia in casa... certe volte io vedo, vengono bambini... che possano fare... certamente, un bambino non può stare fermo, però non può neanche distruggere un ambiente. Allora vuol dire che a casa, lui o è costretto a stare fermo e non può toccare niente, oppure quando gioca nessuno gioca con lui, e lui smonta la casa perché nessuno lo controlla. Per fargli rispettare le cose bisogna che uno giochi con lui e gliele faccia rispettare mentre gioca, e gli insegni a rispettare e pretenda che questo le rispetti; altrimenti come non rispetta le cose poi non rispetterà le persone. Quindi è fondamentale: ci dev’essere una partecipazione; deve vedere che anche un altro..., e il papà che gioca con lui, la mamma che gioca con lui..., e mentre si gioca non si rovinano le cose: il rispetto della cosa è importante.

Sono delle indicazioni molto banali, ma devono partire dall’inizio, se no non ci dobbiamo meravigliare della distruzione [...] insomma; questo direi che... è fisiologico, è importantissimo. Altrimenti...

[La mamma – n.d.r.] E il disordine?

[Baroni – n.d.r.] Allora, il disordine fa parte della natura umana, insomma, poi c’è chi è più ordinato, che è anche troppo, per l’amor di Dio, e c’è chi è più disordinato, che pure... Pretendere un po’ di ordine, sì, però non si può poi... ecco, anche lì, i valori vanno pesati, eh? Non si può mettere sullo stesso piano “Guai a te se non metti a posto tutte le tue cosine” oppure... però, poi, in definitiva, c’è il tuo amico che fa la tal cosa e tu gli molli una sberla e io non ti dico niente perché... “Hai proprio fatto bene, ecco”. Allora le due cose non sono sullo stesso piano. Se qualche cosa la lascia in disordine, pazienza.

[La mamma – n.d.r.] Cioè, non ha tutti questi addentellati [...]

[Baroni – n.d.r.] No, non si può mica esagerare, non bisogna esagerare. Non vanno mai esagerate neanche le regole, però le regole importanti sì, insomma, ecco, quello sì, ma con molta tranquillità – eh? – senza essere... E’ l’autorevolezza, quello che dicevamo prima, non è l’autorità, è l’autorevolezza; cioè: io non faccio questa cosa ma perché se la faccio mi picchiano... è perché se la faccio dispiaccio a mia madre o a mio padre; per questo non lo faccio. E poi, piano piano, imparerò che non lo faccio perché ci sono dei principi che mi dicono di non farlo. Se lo faccio solo per una questione di autorità, appena uno può la fa subito, perché soprattutto nell’adolescenza: perché, “se Dio vuole”, ha fatto quello che gli hanno sempre detto, gli hanno sempre proibito di mettere in atto.

La cosa importante è che vi comportiate in maniera normale [...] come siete, senza o “psicologizzarvi” in modo esagerato, ma con le vostre situazioni... tranquille, senza dirvi l’uno con l’altro di fronte ai figli le cose, ma fuori da lì, mettendovi d’accordo, come dicevamo prima, su quelli che sono gli indirizzi da prendere in comune – eh? – in comune, assolutamente... e poi dopo... le cose vengono da sole, perché basta poi che sotto ci sia quello che c’è sicuramente da parte dei genitori verso i figli, cioè l’amore per il proprio figlio e per farlo crescere bene. E’ poi tutto lì. E’ una cosa molto semplice, basta seguirla senza porsi troppe difficoltà, e capire che quello è il bene supremo, insomma, non il cercare degli altri... dei grandi successi. Il successo è se uno riesce a tirare su dei figli, da un punto di vista, sani anche fisicamente, ma soprattutto retti. Ecco, dopo, credo che quello sia il successo più grande, eh?

[Un papà – n.d.r.] Ci provo...

[Baroni – n.d.r.] Certo che ci state provando! Se no non sareste qui... [ride – n.d.r.] Io devo andarmene, perché mi ci vuole un’oretta ad arrivare su, ma vi chiedo scusa...

[Don – n.d.r.] Noi la ringraziamo molto... [applausi – n.d.r.] si è parlato un po’ a ruota libera, perché è stata una chiacchierata più che altro, attaccandomi a quelle che sono un po’ le mie esperienze...



 

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