Domenica 3 agosto 2008
| XVIII tempo ordinario (A) – II |
| S. Lidia |
| Letture: |
| Is 55,1-3 |
| Sal 144: «Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente.» |
| Rm 8,35.37-39 |
| Mt 14,13-21 |
Chiesa di Mandriolo. Messa parrocchiale, ore 10.30.
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« La moltiplicazione dei pani e dei pesci è uno dei rari miracoli raccontato da tutti quattro gli evangelisti. Anzi, noi abbiamo sei narrazioni, nel Vangelo, di questo miracolo, segno che non solo una volta Cristo ha moltiplicato i pani per la gente che lo seguiva: secondo Matteo e Marco l’ha fatto due volte questo miracolo.Han dato, quindi, gli evangelisti, grande importanza a questo miracolo. Forse anche pensando che poi Cristo, alla fine della sua vita sulla terra, prese il pane, lo diede ai discepoli dicendo: – Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo. Pensavano quindi che il pane era simbolo di un altro pane e di un’altra fame... più spirituale, ma non meno evidente nell’animo dell’uomo.
È importante questa moltiplicazione dei pani per come avviene e per quello che sentiamo dal testo che abbiamo letto. I discepoli, infatti, suggeriscono a Gesù di rimandare la folla perché ormai è sera. Già era una folla che non era andata là per mangiare i pani che Gesù avrebbe poi moltiplicato (perché non sapevan niente di questo) e non avevano con sé una “sportina” da fare il pic–nic fuori. Erano andati per sentire il Signore ed eventualmente, se avevano degli ammalati, perché li guarisse, il Signore; ma erano affamati più di Cristo che del pane.
E quando i discepoli fanno presente a Gesù che ormai è sera, è tardi, quindi... li rimandi così fanno a tempo ad andare nei villaggi vicino, nelle botteghe, a comprare il necessario per mangiare qualcosa, per mettere qualcosa sotto i denti, Gesù cosa risponde? – Non è necessario, date a loro voi stessi da mangiare. Credo che sia l’insegnamento principale che ci ha dato il Signore.
Noi diciamo: Lui faceva bene a dire così, perché era capace di fare i miracoli, ma noi i miracoli non li facciamo. Però anche se non facciamo miracoli, vuole che pensiamo a tutti coloro che hanno fame, a tutti coloro che mancano di qualcosa, a tutti coloro che soffrono per qualcosa. Il Vangelo anche oggi, infatti, comincia descrivendo l’animo di Gesù così: “ne sentì compassione”, “vedendo una folla così grande, ne sentì compassione”; E il verbo greco, come abbiamo avuto modo di dire, mi sembra, poche domeniche fa, vuole dire che è una commozione viscerale, da paragonarsi addirittura alle doglie del parto di una donna. Cioè tutto il suo animo è in subbuglio, e soffre, e soffre perché li vede come un gregge senza pastore. Ecco perché si china e guarisce i loro ammalati.
Ma oltre che guarire gli ammalati, moltiplica anche per loro il pane.
La prima cosa che noi cristiani dobbiamo fare è quella di essere capaci di commuoverci come si è commosso Gesù. Bisogna che ci commuoviamo, bisogna che nel nostro animo le pene, la fame, le malattie degli altri trovino una risonanza notevole. Non è sufficiente versare anche due lacrime perché sentiamo una brutta notizia, per televisione... di una disgrazia che è capitata, un’alluvione, un terremoto, qualcosa... o perché sentiamo dei bimbi che muoiono di fame... e noi ci commuoviamo lì per lì... Ma è una commozione epidermica, molto superficiale, direi quasi ipocrita. Però, anche se non è ipocrita, nel senso che è sincera, però, non produce molto, se ci fermiamo così.
La nostra commozione deve essere interiore e profonda se vogliamo che ci porti a condividere con gli altri le loro fatiche, le loro sofferenze, le loro necessità.
Sentite cosa dice l’apostolo Giacomo nella sua lettera.
“Che giova fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa”.
Cioè, la commozione deve portarci, allora, il sentire dentro di noi tutte le necessità degli uomini – sono tante – e deve portarci alle opere.
Paolo VI diceva, mi sembra nella “Populorum progressio”: – Noi ormai abbiamo tale una relazione con tutto il mondo che non potremo dire, nel giorno del giudizio: non sapevamo, non potevamo (è quello che dicono anche gli Apostoli: abbiamo solo cinque pani e due pesci, che cos’è questo pertanto? Non possiamo intervenire). Dovremo dire soltanto – aggiunge il papa – non volevamo, perché ormai sappiamo come stanno le cose nel mondo intero.
E allora è una grande responsabilità, questo: abbiamo circa un miliardo e mezzo di persone che muoiono di fame o di malattie contratte per la denutrizione, per mancanza di cibo. Dobbiamo nel nostro piccolo fare qualcosa.
Ecco stiamo attenti a quella obiezione che fanno gli Apostoli, perché facilmente la facciamo anche noi. Quando sentiamo di questi grandi problemi li sentiamo troppo grandi per noi: come facciamo noi a risolvere queste cose?
No. Se viene a meno la corrente elettrica, più che imprecare contro l’Enel, ci sarebbe da accendere una candela, una lampada, una torcia elettrica, anche, in modo da mettere un po’ di luce. E questo dobbiamo fare.
Vi faccio anche presente che, normalmente, anche le grandi organizzazioni che poi cercano di venire incontro a queste sofferenze, a queste necessità degli uomini, sono nate da gruppuscoli piccoli, sono nate così. Allora, facciamo quel che possiamo fare noi, ma facciamolo sul serio, prendiamo a cuore la cosa.
Dal Vangelo di Giovanni noi sappiamo che quei cinque pani e due pesci non erano neanche degli Apostoli, erano di un fanciullo, di un ragazzo (si vede che sua madre, prevedendo che forse sarebbe stato fuori parecchio, gli aveva messo qualche pane e i due pesciolini); e il fanciullo li ha dati a Gesù, si è fidato di Gesù, perché li aveva tolti a se stesso per darli a Gesù, eh?
Quando la pochezza diventa dono, allora Gesù e Dio intervengono.
È quello che ci insegna un po’ questa riflessione fatta nel giornalino “Camminare insieme”.
“Gesù ha di fronte una grande folla, desiderosa di ascoltare la sua parola, e ne sente compassione.
Egli pieno di misericordia si china sui malati e li guarisce. Sul far della sera i discepoli suggeriscono a Gesù di congedare la folla: poteva andare nei villaggi vicini a comprarsi da mangiare. Ma Gesù non è dello stesso parere: «date loro voi stessi da mangiare». E gli apostoli: «qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci». I discepoli sperimentano la loro povertà e incapacità a dar da magiare alle folle, ma si fidano di Gesù. La loro povertà diventa dono e quando è vissuta come dono diventa sazietà piena per tutti.
La nostra insufficienza va portata da Gesù; ciò che ho, ciò che sono, poco o tanto che sia, quando diventa dono, è sempre sovrabbondante. Tutti noi l'abbiamo sperimentato. Nello stesso tempo possiamo cogliere che Gesù è il pane vero che soddisfa tutte le necessità umane. Gesù è il tutto e questo tutto ha bisogno del mio poco perché diventi abbondanza per molti. Sono chiamato a diventare dono. E divento dono vero quando Gesù diventa il tutto della mia vita.”
Sia lodato Gesù Cristo. »
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