Domenica 16 aprile 2006
| Pasqua di risurrezione del Signore (B) – P |
| Letture: |
| At 10,34.37-43 |
| Salmo 117: «Questo è il giorno di Cristo Signore: alleluia, alleluia.» |
| 1 Cor 5,6-8 |
| Gv 20,1-9 |
Domenica 16 aprile 2006 (messa parrocchiale, ore 11.00)
INTRODUZIONE.
« Celebriamo, come sapete, la solennità della Pasqua del Signore. [...] Faccio presente che la seconda lettura è alternativa: faremo quella del brano della lettera ai Corinzi. In questo brano, tra laltro, si dice: Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova.
Queste parole di San Paolo seguono il rimprovero fatto riguardo al comportamento immorale di un cristiano della comunità di Corinto. Il lievito è quindi simbolo di corruzione; la pasta nuova, il pane azzimo sono simbolo di purezza. Paolo vuole dirci: diventate ciò che siete, siate puri, purificatevi. La Pasqua è la vittoria della vita sulla morte, della libertà sulla schiavitù, della nullità sul peso del passato, dellamore sulla paura e sulle divisioni. Vivere da risorti è la testimonianza più efficace che il mondo può cambiare se ci lasciamo cambiare noi.
Riconosciamo che abbiamo celebrato molte pasque, forse, ma non ci siamo ancora convertiti completamente al Signore. La nostra non è una testimonianza credibile. Cominciamo chiedendo perdono per essere meno indegni di celebrare questi santi misteri oggi. ... »
PREDICA.
« Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi labbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.
E sempre con grande commozione che noi leggiamo queste espressioni entusiastiche dellapostolo Giovanni, che ha conosciuto direttamente il Figlio di Dio fatto uomo, che è stato testimone della sua vita, della sua morte, della sua risurrezione. Anche nel vangelo di oggi ci dice: vide e credette. Anche se veramente in quel giorno, o meglio in quella mattina, non vide molto, se non il sepolcro vuoto; però non aveva ancora compreso che il Cristo doveva risorgere dai morti. Ma quando ha visto le bende per terra e il sudario piegato a parte, ha capito che, se fosse stato trafugato il corpo di Cristo, certamente non si sarebbero presi la briga, i trafugatori, di spogliare prima il morto.
E allora cominciò a credere. La sera di quello stesso giorno, poi, Gesù apparve ai suoi apostoli per rincuorarli e per dare a loro di nuovo il mandato di andare nel mondo ad annunziare il lieto annunzio e il regno di Dio. E quindi Giovanni ha potuto anche vederlo direttamente.
In realtà testimone è soltanto colui che vede, che tocca con mano, che sente con le proprie orecchie, se no non si è testimoni. I veri testimoni della resurrezione del Signore sono dunque gli apostoli e quella prima generazione cristiana che ha potuto vederlo, mangiare e bere con lui – come dice Pietro nella prima lettura di oggi – e che hanno avuto un contatto diretto col Signore Gesù risorto.
Chiunque, però, crede alla parola degli apostoli capisce che narrano la verità e, soprattutto, fa esperienza nella propria vita personale di passare da morte a vita; capisce che la resurrezione è veramente un voltare pagina nella storia dellumanità. Perché con la resurrezione di Cristo tutto diventa chiaro: i dolori e le gioie, le paure e nello stesso tempo la pace, le buone relazioni e le cattive relazioni che abbiamo coi nostri simili; tutto acquista un senso con la Pasqua. Senza la Pasqua niente nella vita delluomo ha senso.
E allora, ecco: chi ha capito questo deve essere testimone. Però, testimoniare non vuole dire semplicemente dare il buon esempio, che è sempre una cosa grande e che rende credibile la nostra testimonianza (il buon esempio). Però anche dare il buon esempio, si può cadere in quellerrore... di dire: Ma, io penso così... e quindi agisco di conseguenza..., ma altri pensano diversamente, lasciamoli bollire nel loro brodo. Si può anche arrivare a dire che le nostre esigenze personali sono diverse, un po, dal vangelo di Gesù, e quindi si adatta il vangelo di Gesù alle nostre cosiddette esigenze personali. Invece il testimone è testimone fino in fondo. E la sua condotta sarà coerente con la sua fede.
Ecco, di questa coerenza e di questa testimonianza sincera ci parla Paolo nella seconda lettura di oggi. Paolo, come avete sentito, parla anzitutto della Pasqua ebraica e mette in relazione la Pasqua cristiana con quella ebraica. Gli Ebrei cosa facevano (e cosa fanno tuttora i credenti ebrei) per la loro Pasqua? Immolano un agnello e poi lo mangiano arrostito, con erbe amare e pane azzimo. Pane azzimo che ricorda che, quando sono fuggiti dallEgitto, son fuggiti di notte..., non ha fatto in tempo la pasta a lievitare, e quindi hanno mangiato pane azzimo. E tuttora, quando celebrano la Pasqua, per sette giorni mangiano pane azzimo. Se cè ancora pane fermentato in casa lo bruciano, lo distruggono, perché non abbia a corrompere il pane azzimo.
Di fatto il lievito, noi dobbiamo riconoscerlo, con la sua acidità corrompe, in certo senso, la massa di farina. Anche se, indubbiamente, è proprio questa corruzione assieme alle manipolazioni fatte dalla massaia che producono quella pasta che dà poi origine al pane buono. Però, San Paolo vede il fatto del lievito solo come un fatto che corrompe, e allora, come gli Ebrei mangiavano lagnello pasquale con il pane azzimo, così noi cristiani dobbiamo celebrare la festa di Pasqua non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità.
Ci sono quattro vocaboli su cui vorrei soffermarmi un momento con voi: malizia e perversità, sincerità e verità. Sono sinonimi tra di loro (malizia e perversità; sincerità e verità). Li leggo però dal greco, perché la lettera ai Corinzi è stata scritta in greco. Allora... la traduzione, però, è abbastanza buona, indubbiamente.
Kakìa e ponerìa: malizia e perversità.
La kakìa sarebbe proprio la malignità dellanimo; la malizia, appunto, con cui noi tendiamo sempre ad interpretare male le azioni degli altri, gli atteggiamenti degli altri, le scelte degli altri. Noi, no, noi siamo perfetti, ma gli altri, eh..., e allora abbiamo questa malizia, questa malignità. E una malignità che ci può portare anche, alle volte, allinganno degli altri, ad approfittare magari della loro semplicità o della loro onestà per ingannarli e ridurli alla nostra mentalità, al nostro interesse, al nostro piacere, al nostro successo..., quindi sfruttiamo gli altri attraverso questa malizia. Questa è la kakìa.
Poi cè la ponerìa. La ponerìa proprio è malvagità tout–court, cioè è la perfidia. E la volontà, il desiderio e la gioia di fare del male agli altri. Questa è la ponerìa. Quindi qui è tradotto perversità, mi sembra tradotto bene. Sarebbe ancora meglio perfidia. Così come sono stati perfidi i Giudei che hanno ucciso Gesù: han dimostrato di essere ben felici di eliminarlo, nonostante che fosse un giusto, per eccellenza. Questa è la perfidia.
Nella vecchia liturgia del Venerdì Santo, nelle preghiere del Venerdì Santo, la preghiera universale, famosa, del Venerdì Santo, si chiedeva anche questo: Oremus et pro perfidis Iudeis (preghiamo anche per i perfidi Giudei ... affinché si convertano e comprendano che il regno di Dio in Gesù si è realizzato, eccetera). Questa espressione nella nuova liturgia è stata tolta, forse anche a ragione, perché gli Ebrei attuali non sono responsabili di quello che gli Ebrei di allora fecero, e quindi era unoffesa per loro. Però metteva in risalto bene cosè la perfidia, cosè la ponerìa; questa cattiveria per cui si è contenti di fare del male al prossimo.
Allora, San Paolo ci dice di eliminare anzitutto dalla nostra vita la malignità e la perfidia, la perversità.
E poi, invece, di celebrare la Pasqua con azzimi di sincerità e di verità: eilikrìneia e alèteia.
Il primo termine è un composto di èlios, che vuol dire sole e krino che vuol dire probo. Allora, qual è la sincerità di cui si parla qui? E il fatto di compiere le cose alla luce del sole; è la semplicità, è la sincerità, è la purezza, è la trasparenza (io troverei che questo sarebbe il termine più giusto: la trasparenza), per cui noi appariamo quello che siamo dentro. La trasparenza, questa semplicità, questa purezza, è necessario avere tra di noi.
E la verità. La verità... la verità bisogna pensarla, dirla e farla. Anzitutto bisogna pensarla, quindi è necessario, perché noi siamo nella verità, ricordiamo che Cristo è la verità (Io per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità, dice Gesù davanti a Pilato. Chiunque è dalla parte della verità ascolta la mia voce). Allora, bisogna che anzitutto noi cresciamo nella conoscenza della verità, nella gioia di vedere che la risurrezione del Signore dà un senso a tutta la nostra vita. Noi, bisogna che la diciamo la verità; bisogna che abbiamo [...] il coraggio, la franchezza di dire la verità, di dire il vangelo di Cristo davanti a tutti. Ci costi quel che ci costa. Anche se [r]accogliamo disprezzo, anche se cè da parte degli altri una certa supponenza per cui ci disprezzano, ci irridono, noi dobbiamo dire la verità.
E poi dobbiamo farla la verità. San Paolo, nella lettera agli Efesini, raccomanda a quei cristiani di fare la verità nella carità, affinché cresciamo insieme nel Cristo, dice. Ebbene, io molti anni fa presi questa frase e la misi come intestazione alle lettere della parrocchia, alle lettere intestate alla parrocchia, proprio perché fossero quasi un programma per me, e per i miei parrocchiani, se mi permettete, di fare la verità nella carità.
Bisogna fare la verità; bisogna vivere secondo quello che noi crediamo. Certo, sempre nella carità. Nella carità vuol dire soprattutto due cose: che comprendiamo che alla pienezza della vita cristiana, della santità e della verità, ci si arriva gradualmente, quindi si accetta la gradualità; comprendiamo anche – seconda cosa – che in un contesto in cui non tutte le teste, scusate... così... le parole, la pensano allo stesso modo, bisogna accettare il gioco della maggioranza, e quindi accettiamo, ma non come compromesso. Non facciamo mai dei compromessi con la verità. La verità splende di luce propria, e quindi noi non dobbiamo fare compromessi con la verità. Dobbiamo metterla in pratica noi per primi se vogliamo che anche altri la mettano in pratica.
Ecco, ricordiamo anche, infine, che la verità ci costerà sacrificio. Gesù è stato crocifisso perché diceva la verità, e anche quando lhanno accusato che secondo la loro legge doveva morire perché si è fatto figlio di Dio non si è tirato indietro, non ha smentito quello che aveva detto di sé stesso fino ad allora: ha accettato di morire perché si è fatto figlio di Dio; ha accettato di morire come un bestemmiatore Lui che era il figlio di Dio, che era la verità infinita. Costerà anche a noi se vogliamo essere sinceri e veritieri. Certamente ci costerà sacrificio, ma è proprio dal nostro sacrificio che nasce la vera testimonianza. Il Signore ci aiuti.
Cristo nostra Pasqua è stato immolato. Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità. Così sia.
Sia lodato Gesù Cristo. »
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