Domenica 5 febbraio 2006
| V domenica del tempo ordinario (B) – I |
| S. Agata |
| Letture: |
| Gb 7,1-4.6-7 |
| Salmo 146: «Risanaci, Signore, Dio della vita.» |
| 1Cor 9,16-19.22-23 |
| Mc 1,29-39 |
Domenica 5 febbraio 2006 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Verso il duemiladuecento avanti Cristo, veniva composto in Egitto il celebre Dialogo di un disperato con la sua anima. Sentite cosa dice questo uomo (che non sappiamo chi sia):
- Oggi la morte mi sta dinanzi come la guarigione per un malato, come la libertà per un prigioniero, come un profumo di mirra, come il piacere di chi siede sotto una palma nel giorno in cui spira una fresca brezza .
Siamo agli albori della letteratura egiziana, e diciamo pure della letteratura mondiale (duemiladuecento anni avanti Cristo), e già affiora l’angoscioso problema della morte e della sofferenza. Come mai c’è tanto desiderio e avidità di gioia e di vita in noi? Eppure la nostra vita è disseminata da continue fatiche e sofferenze, ed è punteggiata spesso dalla morte dei nostri cari, familiari o amici.
Abbiamo letto, come prima lettura, un piccolo brano del libro di Giobbe. Voi sapete che Giobbe è il santo della pazienza per eccellenza (paziente come Giobbe...); è Giobbe che dice: – Dio ci ha dato, Dio ci ha tolto, sia benedetto il nome del Signore; e in questa frase è concentrata tutta la virtù e la pazienza di questo uomo. Però non è che Giobbe sia stato sempre pazientissimo, ha anche gridato a Dio il suo dolore.
Nella spiritualità giudaica ci sono tre preghiere, tre tipi di preghiere, di supplica; c’è una gradualità, c’è una intensità sempre maggiore. C’è la preghiera fatta con le parole, quella che normalmente facciamo anche noi quando vogliamo chiedere un aiuto al Signore Iddio. Poi c’è il grido di dolore, quando uno è disperato, non ne può più, e allora grida al Signore; noi troviamo anche nei salmi queste grida: – O Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto...; oppure un altro salmo: – Signore, perché dormi? Svegliati, vieni in mio aiuto!. Guardate che sono espressioni quasi blasfeme, se non fossero grida di aiuto al Signore, quindi una preghiera intensa. Poi c’è il terzo gradino: il pianto, quando ormai uno si dichiara vinto, si sente oppresso, macerato dal dolore, e allora piange davanti al Signore. Nel Salmo trentanove noi abbiamo un versetto che racchiude tutte queste tre forme di preghiere. Dice: – Ascolta, Signore, la mia supplica, porgi orecchio al mio grido, non distogliere gli occhi dalle mie lacrime.
E Giobbe ha fatto ugualmente: ha proposto a Dio un giudizio, ha chiamato Dio in giudizio, in certo senso. Vieni, discutiamone, fatti vedere, fatti conoscere, guardiamo se veramente io ho meritato tutto quello che tu mi hai dato. Quindi, vedete che sono espressioni quasi blasfeme, appunto. Perché dice questo, Giobbe? Perché il suo amico, Elifaz, che era andato a trovarlo per consolarlo nelle sue disgrazie (voi sapete la storia di Giobbe: Giobbe in breve tempo ha perso tutti i figli, tutti i beni che aveva – moltissimi – e anche la salute; era costretto a giacere su un letto di cenere perché il suo corpo era una piaga dal capo fino ai piedi, e si grattava con un coccio; in una situazione, quindi, di disperazione, tant’è che sua moglie stessa gli dice: – Ma maledici Dio e muori, crepa e non se ne parli più...), Elifaz esprime a Giobbe la teologia della retribuzione. La teologia della retribuzione dice così: che se c’è un dolore, una malattia, una disgrazia che ci colpisce, vuol dire che abbiamo peccato; il Signore castiga il nostro peccato.
Dice Elifaz: – Quale innocente è mai perito e quando mai furono distrutti gli uomini retti? Quindi – dice – tu avrai dei peccati segreti che adesso devi scontare. Accetta con pazienza da Dio queste sofferenze che egli ti manda, perché sono la giusta ricompensa dei tuoi peccati. Questo giudizio, diciamo, della teologia ebraica è smentito dalla vita, perché non è affatto vero che soffrono di più quelli che peccano di più e soffrono meno quelli che peccano meno, ma poi anche, appunto, un’insolenza verso chi soffre, come faceva Elifaz con Giobbe, indubbiamente, è un’insolenza, perché vuol dire un giudizio cattivo nei riguardi di chi soffre.
Quando Gesù è venuto sulla terra, come dice Paul Claudel, non ha eliminato la sofferenza, anzi non ha neanche cercato di darne una spiegazione. Ha semplicemente preso su di sé le nostre sofferenze, si è accompagnato a noi a soffrire. Questo ha fatto Gesù. Gesù ha fatto proprio come il buon samaritano che egli nomina in una sua parabola, che, visto l’uomo che era caduto nelle mani dei briganti, che era sanguinante lì al ciglio della strada, ferma il giumento, scende, si china sul quel povero uomo, ne ha compassione, cerca di curarlo come può, con olio e vino, e poi lo carica sul giumento, lo porta in una trattoria vicino, raccomanda all’oste di curarlo, gli dà due denari e dice: – Se spenderai di più ci penserò io a pagare per lui.
Ecco cosa ha fatto il Signore. Si è caricato delle nostre sofferenze e ha pagato per noi. E’ nato poverissimo, è vissuto povero, ha lavorato e faticato con un lavoro materiale, ha sofferto la fame e la sete, ha sofferto l’invidia, l’ingiustizia, la malignità dei suoi avversari; soprattutto ha sofferto quel complesso di torture che sono la sua passione, dove niente di quello che fa soffrire gli è stato negato. E quando è stato crocifisso – che io non so come abbia fatto a resistere e non sia caduto in coma subito, insomma... – quando è stato crocifisso, ha fatto leva sui suoi piedi che erano inchiodati sulla croce per aprire bocca e dire: – Padre, perdona perché non sanno quello che fanno. Ecco cosa ha fatto Gesù, Gesù ha fatto così. Ha preso la nostra sofferenza e ci è venuto a insegnare questo.
Io non spiego neanche le figure di questo foglietto perché vedo che le dovrei spiegare a Lorenzo o poco più, eh?, e quindi... lasciamo stare le figure [allude al foglio illustrato col testo delle letture del giorno, dedicato ai bambini e distribuito ai fedeli – n.d.r.]. Voi avete sentito che Gesù è andato in casa di Simone e, dato che la suocera di Simone era a letto, cosa ha fatto? Ha detto: – Ciao, nonnina, stammi bene.... No: si è avvicinato, l’ha presa per mano, l’ha sollevato; e poi alla sera, quando il sole era tramontato (perché prima durante il sabato, secondo gli Ebrei, non si poteva curare i malati) vanno tutti quelli della cittadina di Cafarnao davanti alla porta della casa di Pietro, dove si trova Gesù, e portano i loro malati; e là ne guarisce molti e caccia molti demoni. Ecco che cosa ha fatto Gesù: ci ha insegnato ad accorgerci di quelli che soffrono, ad essere attenti a loro, a aiutarli per quanto sta nelle nostre possibilità. Questo ci ha insegnato Gesù.
Non ha voluto togliere tutto il male, infatti non li ha guariti tutti, ne ha guariti molti. E quando il mattino dopo egli è uscito per tempo – che era ancora notte – per pregare nella solitudine della campagna e nel silenzio della notte, quando è raggiunto da Simone e dagli altri apostoli – il piccolo drappello di apostoli che esisteva allora, cioè la coppia di fratelli Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni – che gli dicono: – Ma tutti ti cercano, vieni, torno.... No, non è venuto, per guarire tutte le malattie. Dice: – Andiamocene altrove perché io predichi anche ai villaggi vicini, perché per questo io sono stato mandato.
Avete capito l’insegnamento del Signore? Ci ha insegnato che noi dobbiamo prenderci cura di chi soffre. Ci ha detto praticamente – io lo dico in maniera... giancarlesca, non più cristiana, però credo di esprimere il pensiero di Cristo – ci ha detto che nel mondo ci sono molti ignoranti da istruire; ci sono molti bimbi e ragazzi e adolescenti da educare; ci sono molti malati da curare e magari guarire; ci sono molti afflitti da consolare; ci sono molti viziosi e peccatori da convertire; ci sono molte anime da capire... e continuate così. Cioè, tutti noi abbiamo delle esigenze che non sono esaudite. Il dolore è quello: un’esigenza che noi abbiamo che non è esaudita (abbiamo fame e non abbiamo niente da mettere sotto i denti; abbiamo voglia di salute e la salute non c’è...). Tutti noi siamo pieni di esigenze non esaudite. Allora ciascuno deve essere al servizio degli altri per servirlo.
Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Lo diceva anche Einstein a una scolaresca che aveva chiesto di andarlo a trovare, a visitare, in casa sua; ed egli ha accettato la visita di questi studenti. Ci sono andati per ringraziare Einstein per tutto quello che aveva fatto di bene all’umanità con la sua intelligenza, con le sue scoperte, che aveva fatto e che avrebbe fatto anche in avvenire. E Einstein cos’ha risposto? Voi siete venuti in questa casa, non l’ho fatta io questa casa: ci sono stati degli ingegneri, dei muratori, che l’han fatta. Vedete le mie scarpe? Non le ho mica fatte io. Il mio abito? Non l’ho fatto io. Andrò a pranzo perché c’è una donna che mi prepara il pranzo. Noi al mondo – dice – siamo qui per fare il nostro servizio. Ciascuno con la sua professione, con il suo mestiere, aiuta gli altri, completa le esigenze degli altri. Io ho cercato di fare quello che era nelle mie possibilità; spero di avere agito bene – diceva Einstein – e spero che tutto quello che ho scoperto serva davvero per il bene...
Ecco, è un principio giusto. Noi anzitutto ci vogliamo bene quando, esercitando il nostro mestiere, la nostra professione, non guardiamo soltanto (dico soltanto, perché un poco o tanto si guarda anche a quello) a quello che possiamo guadagnare, ma al servizio che possiamo prestare agli altri. E poi, e poi, al di là della giustizia, come ci ha detto anche il papa nell’ultima – che è poi la sua prima – lettera enciclica, al di là della giustizia c’è la carità. Ci saran sempre, cioè, dei campi in cui non arriva la giustizia, e allora lì il cristiano vero, il vero discepolo di Cristo, si accorge che c’è una sofferenza, e cerca di lenirla per quando gli è possibile. Questo siamo invitati a fare.
Padre Gheddo – un missionario del PIME – ha fatto un’inchiesta e una diagnosi dei mali dell’Africa. E ha detto: – E’ inutile che noi all’Africa mandiamo semplicemente dei soldi o dei cibi o delle medicine o degli abiti... non serve a niente. L’Africa ha bisogno di essere evangelizzata, deve conoscere il vangelo di Cristo, perché col vangelo di Cristo si risolveranno anche i suoi problemi. E portava come esempio un missionario che nella sua piccola comunità era riuscito a creare, veramente, una comunione di vita come facevano gli apostoli e i primi cristiani a Gerusalemme: lavoravano ma ciascuno portava il denaro lì; poi veniva distribuito secondo le esigenze di ogni famiglia, di ogni gruppo, secondo se aveva molti bimbi, pochi bimbi, dei malati, dei bisogni particolari. Ed era diventato un esempio anche per le altre comunità, gli altri villaggi vicini, che pur essendo pagani volevano imitare questa comunità. Ecco quello che dobbiamo fare noi: evangelizzare.
Capite, allora, perché nella seconda lettura, quest’oggi, c’è San Paolo che dice: – Guai a me se non evangelizzassi, se non predicassi il vangelo. E dice che si è fatto tutto a tutti, debole coi deboli, per conquistare in qualche modo qualcuno. Noi dobbiamo evangelizzare. Evangelizziamo col nostro esempio, con la nostra vita e con le nostre parole, col coraggio delle nostra parole. E’ questo.
Al termine di questa chiacchierata – e vi chiedo scusa se son stato lungo (però non ho mica ancora finito...) – io vi propongo una cosa che ci propone il Movimento per la vita quest’oggi (oggi è anche la giornata della vita), e propone, nella nostra diocesi, almeno il Movimento per la vita di Reggio, propone una gemma ogni parrocchia. Cos’è il progetto gemma? Il progetto gemma è questo, molto semplice: prendere su di sé l’adozione di una mamma, che per difficoltà economiche non può condurre a termine la sua maternità e sarebbe portata ad abortire, adottare quella mamma per diciotto mesi, versando centosessanta euro al mese, per diciotto mesi, in modo da salvare la vita del bimbo. Allora io mi son detto: – Ma, forse personalmente non riesco a sborsare... a impegnare tutti i mesi a sborsare centosessanta euro, ma se ci mettiamo insieme in alcuni non riusciamo a sborsare una cifra del genere? In modo che la parrocchia di Mandriolo adotta una mamma, e adottando una mamma salviamo la vita del bimbo.
Io ve l’ho buttata lì, voi ci pensate, anche adesso durante la messa, poi magari alla fine, a me o alla Caterina Casarini, dite qualcosa perché se la cosa è fattibile la intraprendiamo e speriamo, dato che ci siamo impegnati per una cosa del genere, Domine Dio ci darà vita per diciotto mesi in modo che possiamo, vero, mantenere questo impegno... Così sia.
Sia lodato Gesù Cristo. »
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