22.1.2006

Liturgia - Prediche del Don
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Domenica 22 gennaio 2006

III domenica del tempo ordinario (B) – III
S. Gaudenzio
Letture:
Gn 3,1-5.10
Salmo 24:
«Fammi conoscere, Signore, le tue vie.»
1Cor 7,29-31
Mc 1,14-20

Domenica 22 gennaio 2006 (messa parrocchiale ore 10.30)

« Ci siete, ragazzi, avete questo foglietto in mano? Guardiamo la prima pagina. La figura in alto che cosa rappresenta? Rispondete pure, eh?, perché se no non c’è dialogo, se parlo solo io. Io farò la parte del leone – ve lo dico subito – quindi parlerò soprattutto io, però voglio che rispondiate anche voi.
[Un bambino risponde – n.d.r.] Rappresenta Dio e il signor Giona.
[Riprende il Don – n.d.r.] Giona. Chi è che ha risposto, che è stato bravo? Oh, bravo. E’ il profeta Giona che sta andando a Ninive per predicare quello che Dio gli suggerirà.
Era la prima volta che Giona era chiamato da Dio? Il testo comincia così: “Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: «Alzati, va’ a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò»”. Quindi, era la prima volta o era la seconda volta?
[Lo stesso bambino risponde – n.d.r.] No, era la seconda!
[Riprende il Don – n.d.r.] Era la seconda! Oh, meno male che abbiamo un bimbo sveglio! Eh? Era la seconda volta.
Perché era la seconda volta? Si vede che non aveva avuto frutto la prima volta... No, la prima volta Giona si era rifiutato di obbedire al Signore. Il profeta Giona è vissuto nell’ottavo secolo avanti Cristo, al tempo in cui Ninive era la città che dominava un po’ tutto il medio oriente, col suo impero. Il libro del profeta Giona, però, è stato scritto, si pensa, nel quinto–quarto secolo avanti Cristo, da un rabbino, da uno studioso della legge e della Bibbia, che... si vede, era molto arguto e anche ironico, a sentire questa storia di Giona, eh?

Dio aveva detto a Giona di andare a predicare a Ninive e lui si è imbarcato a Giaffa per andare verso Tarsis che era nell’attuale Spagna. Quindi, mentre il Signore gli diceva di andare a oriente, lui è andato completamente a occidente, o almeno aveva intenzione di andarci. Se non ché Dio è più potente degli uomini, e ha suscitato una tempesta, quasi un tornado, nel mare Mediterraneo; e quando i marinai della nave hanno capito che la colpa era di Giona perché aveva disobbedito a Dio, cos’han fatto? Han preso Giona, l’han buttato in mare.
In mare un grosso pesce ha divorato Giona (non è la storiella di Pinocchio nella balena, eh?), sarà stato uno squalo che ha... ha mangiato Giona.
Dio, però, che è potentissimo, lo ha risuscitato. Lo ha risuscitato, sicché Giona si è svegliato che era là, sulla spiaggia di Israele, e Dio gli parla ancora: “Va’, alzati, va a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò”. Cioè, non aveva mica ceduto Dio, eh?, davanti al rifiuto di Giona.
Allora Giona, a malincuore, va... – ecco lì la figura – va a Ninive a predicare quello Dio gli dice di predicare.

Perché era contrario al comando del Signore, Giona, secondo voi?
Aveva fatto così anche Mosè. Mosè, quando è stato chiamato sul monte Sinai dal Signore che gli ha detto: “Va’ a liberare il mio popolo Israele dall’Egitto”, cos’ha risposto, subito? “Ma, chi sono io per andare dal faraone d’Egitto a dire: lascia libero il popolo d’Israele?”. Cioè, la difficoltà era notevole! L’Egitto allora era la più grande potenza che esistesse; i faraoni si ritenevano quasi delle divinità incarnate, quindi non era facile. Indubbiamente la prima ragione per cui anche Giona ha detto di no era questo: andare a Ninive, in una grande città, pagana, idolatra, sanguinaria, violenta... andare a predicare la salvezza che il Signore voleva dare voleva dire fallire in partenza la propria missione! Questo è certamente il primo motivo. Però non è l’unico e non è il più importante (chi ha scritto il libro di Giona, come ho detto, era molto intelligente, molto arguto).

Giona, nella lingua ebraica, vuole dire “colomba” e la colomba era il simbolo del popolo di Israele. Allora, Giona fa quello che Israele pensava. Israele pensava – e c’è qualche Ebreo che continua a pensarlo anche oggi – di essere l’unico popolo eletto, amato da Dio; gli altri popoli erano disprezzati, erano non ben voluti dal Signore Iddio, e si rifiutava, quindi, di andare a predicare la salvezza a un popolo pagano. Questo voleva... era la intenzione per cui Giona si era rifiutato di andare a Ninive in un primo tempo. Poi dopo, a malincuore, come dico, va.

Ha fruttato la sua predicazione a Ninive? Cioè, ha ottenuto degli effetti buoni? Dal testo che abbiamo letto... voi vedete nella seconda lettura che sono spaventati gli abitanti di Ninive davanti al profeta che annuncia loro: “Quaranta giorni e poi Ninive sarà distrutta”. E allora cosa fanno? Si danno alla baldoria? Dicono: “Beviamo, mangiamo, godiamo in questi quaranta giorni, perché se no, dopo saremo distrutti...”? Dicono così? O si convertono?
[Un bambino risponde – n.d.r.] Si convertono.
[Riprende il Don – n.d.r.] Si convertono. Si convertono. “I cittadini di Ninive” – dice il testo – “credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo”. Hanno fatto penitenza per quaranta giorni, sperando di ottenere la misericordia di Dio e che Dio perdonasse a loro i loro peccati.

Allora Dio cosa fa, distrugge Ninive? O la salva? La salva. La salva. Eh? Intanto, nell’attesa che Ninive venisse distrutta, Giona s’era ritirato fuori della città, in un luogo deserto, e aspettava lì; se non ché il molto caldo gli ha fatto venire un’emicrania, un mal di testa enorme; e allora Dio, per aiutare Giona, fa crescere un ramoscello, un alberello di ricino, sicché l’ombra del ricino copriva per lo meno la testa di Giona, ed egli s’è addormentato lì sotto. Se non ché, di notte, Iddio ha fatto venire un bruco a rosicchiare la radice del ricino e il ricino è caduto, è appassito, si è piegato; quando Giona si è svegliato si è irritato perché questo ricino non c’era più, o era appassito. E Dio salva la città di Ninive. E allora dice a Giona (perché Giona si lamenta con Dio: “Vedi che m’hai fatto andare lì per niente? Lo sapevo che Tu sei un Dio misericordioso, benevolo, che si impietosisce facilmente, e invece di castigare questo popolo maledetto e cattivo, l’hai salvato”), allora Iddio dice a Giona: “Tu ti lamenti per una pianta di ricino che neppure tu hai piantato, hai irrigato, hai fatto crescere, e io non dovevo impietosirmi di una città così grande, di oltre centoventimila abitanti la maggior parte dei quali non sa distinguere neppure la destra dalla sinistra?” (prendi su e porta a casa, caro Giona!). Cioè, Iddio è molto più misericordioso e buono di noi: vuole perdonare l’uomo che pecca.

Adesso vi chiedo un’altra cosa. Dice qui che “I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo”. Sono i segni della conversione questi?
Beh... sono i segni della conversione, però, sono la conversione? No, è il cuore che deva cambiare, questi sono solo segni esterni. Anzi, proprio perché noi non ci appigliamo a questi atti esterni (il digiuno, l’astinenza...), vedete che la Chiesa oggi ha limitato al massimo questi segni penitenziali, perché non è questo, non è questa la conversione.

Quando Gesù – adesso andiamo al vangelo, alla terza pagina – Gesù che predica: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo”. Cosa voleva dire Gesù, “convertitevi”?
Convertirsi vuol dire... fare una inversione a ”U“. Quando noi andiamo in macchina, se ci accorgiamo che la strada che abbiam preso è quella sbagliata, cosa facciamo? Tentiamo di voltare la macchina e di tornare sui nostri passi, e di tornare indietro. Ecco, convertirsi voleva dire quello. Quando noi vediamo la natura, la bellezza della natura (io guardavo, anche se... anche se indubbiamente non sono molto amante del gelo, però guardavo gli alberi ieri, vero, tutti con la brina sopra, era uno spettacolo meraviglioso! Eh?), sempre la natura con le sue bellezze, col suo ordine, ci dice della sapienza, dell’intelligenza e dell’amore di Dio per le sue creature.
Ecco convertirsi vuol dire tornare a capire che Dio è l’intelligenza, la provvidenza e la bontà infinita. E’ questo. Non è un giustiziere che non vede l’ora di poter far pagare il fio a coloro che hanno sbagliato. Ci vuole salvi, perché ci ama, davvero.
“Convertitevi” vuol dire “cambiate mentalità”, non pensate più come... come sareste portati a pensare dal vostro orgoglio ferito, dal vostro egoismo, eccetera, no: cominciate a pensare come pensa Dio. Su voi stessi, sulla vostra vita, sul mondo, sulla storia, voi dovete avere il pensiero di Dio. Questa è la vera conversione che il Signore chiede a noi.

E’ quello che ci dice un po’ San Paolo nella seconda lettura. Vedete che c’è tutta della gente gioiosa che guarda in alto, verso il sole, verso il cielo. Perché? Perché San Paolo ci ha detto che quelli che hanno moglie, in questo mondo, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono come se non piangessero; quelli che godono come se non godessero; quelli che comperano come se non possedessero. E aggiunge un’altra frase che, per me, dice bene il pensiero di Paolo: “quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!”. Cioè, il matrimonio, gli affetti umani, i beni anche... sono dei mali? No, però non sono i beni ultimi, eterni. Li abbiamo solo in uso, bisogna che li usiamo come se non dovessero essere il nostro bene finale. Cioè, noi corriamo sempre il pericolo, nella vita, di mettere gli affetti familiari, i godimenti del corpo, i beni della terra, come degli idoli verso i quali noi camminiamo, perché siamo presi tutti da queste cose; mentre Iddio ci ha regalato, ci vuole regalare la vita eterna, il cielo. Eh?
Ecco, la conversione è questa.

La conversione, però – aggiungo un’altra cosa – deve avere anche delle espressioni? Insomma uno deve dimostrare anche esternamente, concretamente, che si è convertito? Voi ad esempio questa mattina siete venuti in chiesa. Perché siete venuti in Chiesa? Perché credete al Vangelo, a Gesù o perché non credete?
[Un bambino risponde – n.d.r.] Crediamo.
[Riprende il Don – n.d.r.] Credete, eh? Vedete che ha anche delle azioni, che dicono che noi ci siamo convertiti a Dio.
Noi abbiamo nel vangelo di oggi degli esempi bellissimi. Guardate, c’è Gesù che chiama due coppie di fratelli: Simon Pietro e Andrea poi Giacomo (di Zebedeo) e Giacomo, suo fratello, che diventeranno quattro Apostoli, quattro grandi Apostoli. Quando Dio, quando Gesù li ha chiamati, hanno detto sì o no? Questi sono stati come Giona? Hanno detto di no, subito, poi dopo a malincure han detto: “Beh, se proprio vuoi che ti seguiamo... verremo...”? O invece sono stati pronti a seguire il Signore? Se voi avete ascoltato la lettura del Vangelo, dice (Gesù dice a loro): “«Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini»” – Andrea e Simone stavano pescando, eran dei pescatori, e dice: “Subito, lasciate le reti, lo seguirono”. E anche degli altri due dice: “Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono”.
Notate che hanno abbandonato: la famiglia, il lavoro, la fonte di guadagno per potere vivere... Niente! Seguono Gesù. Gesù quasi non si volta neanche indietro a vedere se lo seguono o meno, però l’han seguito. E dopo chiama gli altri due, gli altri due, vedete, erano lì col papà, Zebedeo, che riassettavano le reti perché erano anche essi pescatori, e subito lasciano la barca e vogliono seguire Gesù.

Bisogna essere decisi, bisogna essere pronti, bisogna essere generosi per seguire il Signore sempre, perché cambiare mentalità, andare contro quello che è il nostro orgoglio, il nostro egoismo (la nostra vanità delle volte ci suggerisce) non è sempre facile, ma è necessario fare questo, se noi vogliamo dire a Gesù che veramente lo seguiamo, e dirlo in certo senso anche agli altri.

Io adesso vi faccio una domanda, e la faccio anche ai grandi, perché i piccoli... non possono sapere molto.

Conoscete Hans Urs von Balthasar? Vi dice qualcosa questo (ai grandi, lo chiedo anche ai grandi)? No. E’ stato uno dei più grandi – a mio parere il più grande – teologo del secolo scorso: un prete svizzero, una... una intelligenza, si vede, super, una memoria di ferro, perché ha scritto un’opera... ha scritto vari libri, anche, molto belli, anche gli altri, sulla preghiera, eccetera, sulla sequela di Gesù, però l’opera fondamentale sua è un’opera apologetica del cattolicesimo. Però ha dimostrato in quest’opera – sedici volumi! (scrivere sedici volumi non è una cosa... poi di quella... di quella ponderatezza, di quella intensità, di quella cultura enorme) – ha dimostrato di conoscere tutte le filosofie, tutta l’arte, tutto il pensiero di tutti i popoli della terra. E l’ha diviso in tre parti: la gloria, la drammatica, la logica, proprio come le opere dei filosofi antichi. Sedici volumi, una cosa stupenda! Ha parlato molto bene, ha scritto molto bene, però voi non lo conoscete.

Teresa di Calcutta l’avete sentita nominare? Sì. Perché Teresa di Calcutta ha messo in pratica il Vangelo di Cristo (con questo non voglio dire che von Balthasar non l’abbia messo in pratica: lui ha fatto il suo mestiere, quello di teologo, ma l’altra ha fatto della carità pratica): ha istituito un ordine di suore che provvedesse ai più poveri dei poveri della terra. E allora è conosciuta, è stata ammirata, esaltata da tutta l’umanità, non solo dai cattolici ma anche dagli altri. Ha fatto più propaganda Teresa di Calcutta con la sua opera che non Hans Urs von Balthasar con tutta la sua teologia, così bella, così profonda.

Allora questo ci dice che il credere teoricamente, o il predicare come sta facendo don Giancarlo con voi, non ha un gran valore: ha valore il mettere in pratica le cose che noi abbiamo appreso e che crediamo. Che il Signore ci aiuti in questo.

Sia lodato Gesù Cristo. »