Martedì 1° novembre 2005
| XXXI settimana del tempo ordin. (A) – III |
| Tutti i Santi |
| Letture: |
| Ap 7,2-4.9-14 |
| Salmo 23: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.» |
| 1 Gv 3,1-3 |
| Mt 5,1-12 |
Martedì 1° novembre 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Voi avete sentito che in questa solennità di Tutti i Santi è stata letta, come vangelo, la pagina delle beatitudini: certamente una delle pagine più belle, più alte, più significative, più caratterizzanti, del vangelo di Gesù. In essa Gesù capovolge radicalmente la mentalità che normalmente è nel cuore degli uomini, e comunque nelle loro scelte, e fa consistere la felicità in atteggiamenti che, di per sé..., lì per lì..., almeno di primo acchito, sembra proprio invece che non siano fatte per darci la felicità.
Io fermerò la mia riflessione, questoggi, e spero anche la vostra, sulla prima di queste beatitudini: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Fermo la mia riflessione su questa, anche perché credo che sia un po la sintesi di tutte le beatitudini, e comunque, se il Signore ci darà tempo, forse mediteremo anche su altre beatitudini, in altre occasioni.
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli ha avuto diverse interpretazioni da parte degli esegeti. Premetto che quando Gesù dice, nel vangelo di Matteo, i cieli normalmente – non sempre – normalmente, intende Dio, perché scrive per i cristiani venuti dallebraismo e gli Ebrei non intendevano nominare il nome di Dio invano, quindi per nominare Dio tante volte dicevano i cieli, perché pensavano che Iddio abita, ha il suo trono, nei cieli.
La prima interpretazione è questa. Beati in poveri in spirito, nel senso comune e volgare della parola: coloro che sono poveri spiritualmente, che sono ipo–intelligenti, che per difetti fisici, normalmente (voi sapete che il nostro corpo è lo strumento del nostro spirito), e allora quando il nostro corpo non funziona perfettamente, specialmente se non funziona il cervello e il sistema nervoso, ecco che uno può essere anche intelligente, molto intelligente, ma non riesce ad esprimere questa sua intelligenza; anzi io credo che capiterà a queste persone, delle volte, di soffrire molto interiormente perché non riescono ad esprimere tutto quello che sentono, che pensano, che vogliono. Gli handicappati fisici, e soprattutto gli handicappati psichici, sarebbero questa categoria: beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Io aggiungerei a costoro anche tutte quelle persone che sono talmente semplici, e forse rette nel loro comportamento, da non supporre che altri possano ingannarli, raggirarli, turlupinarli..., e quindi sono vittime, perché mancano di scaltrezza, sono vittime della cattiveria o della furbizia altrui. Anche costoro io metterei in questa categoria: gli esseri che sono poveri spiritualmente e hanno quindi il regno di Dio, sono... fanno parte del regno di Dio.
Vi faccio presente che qui Gesù dice: perché di essi è il regno dei cieli (o regno di Dio), cioè non è tanto promesso il paradiso – certo anche il paradiso, come completamento e perfezionamento, il regno di Dio che comincia già qui sulla terra – ma sono già del regno di Dio; essi fanno parte necessariamente del regno di Dio.
Non ci deve meravigliare più di tanto la cosa, perché voi provate a pensare a una mamma che ha molti figli. Se ha unattenzione particolare, verso chi lavrà? Verso il più piccolo, verso quello che è ammalato, quello che è più sfortunato, che ha il carattere più difficile; cioè verso quello che è più bisognoso verterà normalmente la sua cura, e così è Dio. Dio, certo, poteva fare le cose diversamente, ma non poteva creare una natura perfetta, e quindi lascia alle leggi della natura queste cose; però ci ricorda che egli ama di un amore particolare coloro che sono handicappati, poveri di spirito. E sotto questo aspetto, allora, si capisce – dato che Gesù ha anche detto: Tutto quello che farete anche al più piccolo dei miei fratelli, lavete fatto a me – si capisce lintuizione notevole di Don Mario Prandi nellistituire le case della carità, preceduto, del resto, da San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Tutte le volte che noi prestiamo amore, affetto, cura, a queste persone, certamente meritiamo anche noi di essere nella categoria dei beati.
Seconda interpretazione. Sono poveri di spirito coloro che si sentono tali, che sanno di essere poveri, che hanno la coscienza della loro creaturalità, che sono delle creature; cioè hanno la sensazione netta, anche se sono dei geni (perché non è mica detto...), anche se sono dei geni, anche se sono molto dotati, hanno la sensazione netta che Dio è veramente tutto. Noi quello che siamo labbiamo tutto ricevuto, e comunque è sempre pochissimo quello che abbiamo. E allora queste persone, che sono gli umili, vivono in una lode continua di Dio; continuamente lodano e ringraziano Dio, perché capiscono che lui è tutto e che noi siamo nulla. E magari quel poco che hanno ricevuto – poco o tanto – lo mettono al servizio degli altri, perché capiscono che se ha un senso la nostra vita è proprio nel dono agli altri.
Ecco, la persona umile, che fa della sua vita una lode di Dio e un servizio agli altri, è una persona che si sente povera spiritualmente; e certamente arriverà allesercizio pieno della carità. San Benedetto diceva che lumiltà è il fondamento della carità, e di fatti, se voi pensate, solo chi è umile è veramente capace di amare. Chi non è umile potrà fare opere di bene, ma cercherà sé stesso in queste opere di bene, cercherà di apparire, cercherà di essere stimato, cercherà la lode degli uomini; chi è umile invece fa tutto per amore.
Terza interpretazione. Beati i poveri in spirito: beati i poveri. Quelli che sono poveri materialmente. Veramente qui Gesù dice: beati i poveri in spirito, però... perché danno questa interpretazione? Perché la stessa beatitudine, riportata nel vangelo di Luca, dice: Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Allora anche la povertà, come tale, è una beatitudine (secondo costoro). Io dico che quando la povertà è miseria, è mancanza del necessario per vivere, è mancanza di libertà, di dignità, non riconoscimento dei propri diritti da parte dellautorità o degli altri, io dico che questa è una disgrazia più che una beatitudine. Però è anche vero che la stessa povertà materiale, delle volte, può diventare un merito, una carta vincente, per appartenere ai beati proclamati dal Signore Gesù.
Penso, in questo momento, ai cristiani poveri del Darfur, nel Sudan, ai cristiani poveri e oppressi, perseguitati, in Cina, e a tutti quelli che, in qualche modo, non vedono riconosciuti i propri diritti e sono non solo poveri, ma sono incapaci di risorgere dalla loro povertà (perché, appunto, la povertà come tale, perché dico che non è una beatitudine? Perché ci sono dei poveri i quali, però, sono avidi della ricchezza, cercano di rubare, cercano con linganno di appropriarsi delle cose che non sono loro; ci sono dei poveri che sono dei fannulloni, che non hanno voglia di lavorare, sono poveri e straccioni per quella ragione lì. Questa non è una beatitudine né per noi né per il Signore Gesù. Ma ci sono dei poveri che veramente sono incapaci di risorgere dal loro stato). Allora costoro appartengono certamente, in certo senso, fanno parte della prima interpretazione, sono di quei poveri a cui appartiene il regno di Dio.
Quarta interpretazione. Sono poveri in spirito coloro i quali sono staccati, come cuore, come spirito, appunto, dalla ricchezza, quindi sono poveri. Vi ricordo che, ad esempio, San Vincenzo de Paoli, voi sapete un campione della carità, no?, era stato eletto cappellano di corte, della corte del re di Francia, e riuscì a convincere la regina – Margherita di Valois – e le dame di corte ad andare a visitare i quartieri poveri, più poveri, di Parigi; e, dopo averli visitati, queste dame andavano spesso, la regina stessa, andavano spesso a portare vitto, vestiti, tutto quello di cui avevano necessità questi poveri. Ecco perché la congregazione istituita da San Vincenzo de Paoli si è chiamata anzitutto Dame della carità, perché erano dame veramente, erano signore, che andavano a portare aiuto ai poveri.
E allora chi sono i poveri di spirito? Sono coloro i quali... che possiedono poco o tanta ricchezza, magari hanno la tranquillità economica, però non si danno al lusso, non sperperano in cose superflue, si accontentano di vivere poveramente, perché sanno condividere le loro ricchezze con chi ne ha bisogno.
Questo è certamente il primo gradino, ma attenti che in questa povertà di spirito ci sono vari gradini, si può crescere. Un secondo gradino, secondo me, è di coloro i quali fanno il voto di povertà, cioè i religiosi, le religiose, i missionari... che rinunciano ad ogni ricchezza, anche alluso personale della ricchezza: se hanno bisogno di qualcosa o desiderano qualcosa, devono sempre chiedere al superiore o al capitolo che dà loro il permesso; uno ha voglia di un gelato? Di un libro? Deve chiedere il permesso. Cioè, personalmente non possiedono nulla. Hanno rinunciato alla ricchezza. Sono poveri di spirito.
Certo il gradino più alto, in questo senso, è quando uno si mette talmente a servizio dei poveri da fare vita con loro. Voi capite che è diversa la posizione, ad esempio, di uno che va unora la settimana alla casa della carità a fare un certo servizio e quella delle suore che, ventiquattrore al giorno, tutti i giorni, passano con loro la vita. Campione, in questi ultimi tempi, sotto questaspetto, la beata Teresa di Calcutta, ma non solo lei: io vi ricordo Marcello Candia, unindustriale milanese che ha venduto le sue ditte, le sue industrie qui ed è andato nel nord–est del Brasile, una delle terre più povere di tutta la terra, a fondare delle cooperative, a vivere insieme a quella povera gente, vivendo anche lui di povertà... Ecco, questo condividere la povertà insieme a coloro che sono poveri, e cercando, per quanto sia possibile a loro, o magari con laiuto di amici, parenti, eccetera, di aiutare questi poveri... questo è il massimo di povertà di spirito, a mio giudizio.
Il Signore ha proclamato beati coloro che sono poveri di spirito, così come coloro che sono miti, che sono puri di cuore, che sono misericordiosi, eccetera. E linizio del suo primo discorso. Quando termina la sua conversazione con gli apostoli, nella notte della istituzione della Eucaristia, cosa dice agli apostoli? (andatelo a leggere nel vangelo di Giovanni): Queste parole io vi ho dette perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Gesù è venuto a insegnarci dovè la vera gioia.
Ecco, noi adesso stiamo per celebrare lEucaristia. Allora Eucaristia vuol dire ringraziamento; noi ringrazieremo Dio per averci dato il suo Figlio che ha realizzato nella sua vita, passione e morte tutte le beatitudini, ma in modo particolare la povertà: da ricco che era si fece povero per arricchirci con la sua povertà, e viene qui nellEucaristia, e viene dentro di noi, fatto umilmente quasi un pezzo di pane, per donare la sua vita a noi. Ecco lesempio eccelso, noi ringraziamo Dio per questo.
E questoggi lo ringraziamo anche perché, a migliaia, ma credo si possa dire senzaltro a milioni e milioni, persone hanno... sono state affascinate da questo esempio di Cristo, sedotti dalla sua parola, e lhanno realizzata: sono i santi. Noi veneriamo questi santi, questoggi, e li pregheremo perché ci aiutino a realizzare anche in noi, nella nostra vita, quellumiltà e quella povertà di spirito che ci rendono veramente partecipi, cittadini, del regno di Dio. Così sia.
Sia lodato Gesù Cristo. »
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