Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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23.10.2005

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Domenica 23 ottobre 2005

XXX domenica del tempo ordin. (A) – II
S. Giovanni da Capestrano
Letture:
Es 22,21-27
Salmo 17:
«Ti amo, Signore, mia forza.»
1Ts 1,5c-10
Mt 22,34-40

Domenica 23 ottobre 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)

« Mi fermo sul vangelo perché, come avete sentito, è importantissimo: parla del comandamento della carità.

Gesù aveva rimproverato i dottori della legge perché imponevano dei pesi insopportabili alla gente mentre loro non muovevano questi pesi neppure con un dito. Naturalmente i dottori della legge se ne sono un po’ risentiti, e allora ecco che uno di loro, per mettere alla prova Gesù, come dice il vangelo, gli chiede: “Ma... qual è il comandamento più grande?” (i dottori della legge, infatti, e i rabbini, avevano trovato che nella legge c’erano seicentotredici comandamenti da osservare, e allora chiedono: “Ma... qual è il comando... cioè, c’è qualcosa che deve essere osservato e qualcosa che può essere trascurato?”). E Gesù risponde con un “Semà Israel”. “Semà Israel” è “Ricordati Israele”, le parole che noi troviamo nel Deuteronomio, e che gli Ebrei, i pii ebrei, sia allora sia oggi, quelli che credono, lo ripetono tutti i giorni al mattino e alla sera: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti”.

Gesù, rispondendo così, si rifà alla mentalità degli Ebrei. Avevano chiesto al rabbino [Illèl?], un grande dottore della legge vissuto qualche anno prima di Gesù Cristo: “Se dovessi sintetizzare la Torà, la legge, per il tempo in cui riesci a stare in piedi con una sola gamba, cosa diresti?”. E lui rispose: “Quel che non piace a te non farlo neppure al prossimo. Tutta la legge è qui, il resto è solo commento”. Filone d’Alessandria, un filosofo, un letterato, ebreo, che viveva ad Alessandria d’Egitto al tempo di nostro Signore Gesù Cristo, aveva detto che tutta la rivelazione, tutta la bibbia, si poteva sintetizzare nei dieci comandamenti, i quali, a loro volta, si potevano ridurre ai comandamenti della carità: amare Dio e amare il prossimo.

Dunque Gesù non aggiunge nulla a quello che già insegnavano gli Ebrei. Guardiamo anzitutto cosa significa questo comandamento, un momento. Sono tre facoltà che sono chiamate in causa: il cuore, l’anima e la mente.

“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore”. Vuole dire amare Dio non con cuore indiviso. Noi adesso facciamo la distinzione tra credenti e atei; allora non si faceva questa distinzione, perché gli atei non esistevano proprio. C’era magari chi adorava il Dio unico e vero, come gli Ebrei, e c’era chi adorava gli dei falsi e fasulli, gli idoli, quindi gli idolatri. Però anche oggi abbiamo dei credenti e dei non credenti; e abbiamo dei credenti, anche praticanti, che però adorano: il denaro, il successo, il potere, la propria... rappresentanza sociale..., hanno allora il cuore... il cuore non è indiviso, il cuore è diviso. Gesù vuole che noi amiamo Dio con tutto il cuore.

L’anima, cioè la vita. L’“animos” in greco è lo spirito vitale, che dà vita, e allora amare Dio “con tutta l’anima” vuole dire con tutta la vita; e qui voi sapete che Gesù si è dimostrato molto esigente (l’abbiamo letto mi sembra anche in una delle domeniche estive questa frase del Signore: “Se qualcuno vuole venire dietro di me e non odia suo padre, sua madre, i suoi fratelli, le sue sorelle, i suoi figli, perfino la sua stessa vita, non può essere mio discepolo”). Allora, amare Dio con tutta la vita – con tutta l’anima – vuole dire essere disposti a metterlo sempre al primo posto, e non cedere mai a dei compromessi; essere disposti per lui a sacrificare anche la stessa vita.

Noi celebriamo quest’oggi la giornata missionaria mondiale, e voi sapete che sono centinaia i missionari che sono morti martiri solo nell’anno scorso. Se noi poi andiamo indietro nei duemila anni, certamente sono milioni e milioni coloro che hanno dato la vita per Gesù Cristo. Non hanno risparmiato neppure la propria vita. E comunque anche quelli che non vengono martirizzati, voi capite che il partire dal proprio paese per andare in paesi normalmente molto poveri, a condividere con questi poveri la propria vita e cercare di evangelizzarli, certamente è donare la vita a Gesù. Con tutta l’anima vuol dire essere disposti che la propria vita ha soltanto un essere verso cui tendere: Dio.

“Con tutta la mente”. Sì anche la facoltà razionale nostra è chiamata in causa. Ecco io vi faccio presente, a questo riguardo, che, direttamente, tutto quello che riguarda la nostra vita, diciamo così, animale, cioè i nostri sentimenti, le nostre emozioni, le nostre istintività, i nostri sensi, non sono chiamati in causa in questo comandamento, perché, di per sé, direttamente non possono essere né comandati né proibiti gli atti che derivano dalla nostra animalità. Può essere invece diretta dal comandamento del Signore – dalla volontà di Dio – può essere diretta la nostra mente.

Dobbiamo stare attenti, anche, a questo. Perché se noi passiamo tempo, e delle volte molto tempo, in cose futili, in letture che non portano nessun bene a noi, in spettacoli che sono assolutamente vuoti, insulsi, per non dire delle volte assurdi; se noi passiamo molte ore in pettegolezzi..., voi capite... e magari non troviamo neanche cinque minuti al giorno per leggere la parola di Dio, per approfondire le ragioni della nostra fede, allora vuol dire che noi non adoriamo Dio, non amiamo Dio con tutta la mente. Adorarlo e amarlo con tutta la mente vuol dire essere disposti a scegliere quello che veramente ci costruisce dentro e a lasciare quello che, invece, ci svuota di tutti i valori più nobili che noi abbiamo ricevuto in dono dallo Spirito Santo, nel battesimo e anche in seguito con tutti i sacramenti che riceviamo.

Dobbiamo stare attenti perché allora, indirettamente, possono essere voluti da noi anche certe mancanze riguardanti la nostra stessa vita istintiva e animale.

Fino a qui, però, voi capite, noi siamo ancora al livello degli Ebrei. Ma Gesù ha aggiunto qualcosa. Ha detto: “Il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso”. “Omoìa” nel greco, simile, vuol dire “uguale a”, cioè Gesù ha messo il comandamento dell’amore del prossimo alla pari di quello dell’amore di Dio. Veramente questa frase noi la troviamo anche – attenti perché qui nasce, appunto, una distinzione notevole tra il cristianesimo e l’ebraismo – noi questa frase la troviamo nel Levitico, il quale dice: “Non ti vendicherai, non serberai rancore per il figlio del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Allora la prima differenza è proprio questa: che mentre per gli Ebrei amare il prossimo voleva dire amare quelli della propria etnia, della propria razza, del proprio popolo, per Gesù non è così. Voi ricorderete che già nel primo discorso che egli fece – quello delle beatitudini – disse di amare anche i nemici; e nel passo parallelo di Luca, il passo parallelo a quello che abbiamo letto in Matteo quest’oggi, il dottore della legge, per giustificarsi, dice Luca, chiese a Gesù: “Ma chi è il mio prossimo?”; e Gesù come ha risposto? Voi lo sapete. Ha risposto: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei ladroni. Passarono di lì un sacerdote, un levita, un Samaritano, ...” eccetera, ha narrato la mirabile parabola del buon Samaritano, e ci ha fatto capire che per lui il prossimo è chiunque è nel bisogno. Cioè non dobbiamo amare solo quelli che sono già vicino a noi (amici nostri, consanguinei, parenti, della stessa razza, dello stesso popolo...), dobbiamo farci noi prossimo di coloro che hanno bisogno. E chiunque ha bisogno è nostro prossimo.

Io vi ricordo, infine, un’altra differenza. Quando io ho citato [Illèl?] – non so se lo ricordate, è vero – a voi sarà venuto in mente che anche Gesù aveva detto qualcosa di simile. Però quello che [Illèl?] ha detto in senso negativo, Gesù lo dice in senso positivo. [Illèl?] aveva detto: “Quello che non piace a te non farlo neppure a tuo fratello. Qui consiste tutta la legge”; Gesù invece ci ha insegnato: “Tutto ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. [Illèl?] ci ha detto di non fare quello che, in qualche modo, non piace a noi, agli altri; Gesù ci dice, invece: “Fa agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. Cioè noi dovremmo sempre metterci nell’animo dell’altro.

San Francesco di Sales ha un bell’esempio per dire come si deve trovare l’accordo: “Se sei un venditore, mettiti nell’animo del compratore, per capire come e a che prezzo devi vendere la tua merce; e se sei il compratore, mettiti nell’animo del venditore, per capire qual è il giusto guadagno che egli si merita. Allora si andrà d’accordo”.

Ecco, abbiamo fatto qualche riflessione sul precetto della carità, che è un precetto vastissimo, perché se noi volessimo vedere tutte le sfacciature del precetto della carità non finiremmo mai. Certo una cosa abbiamo imparato, e voglio sottolinearlo: che è soprattutto amando gli altri che noi evangelizziamo. Oggi è difficile, è diventato molto difficile, dato le regole civiche che esistono, almeno qui da noi in Italia e nell’Europa, andare a parlare agli altri della nostra fede. Se parliamo pubblicamente della nostra fede ci tacciono di proselitismo, di invasione di un campo altrui..., insomma sembra che sia diventato illecito parlare. Soprattutto a coloro che credono. Quelli che non credono possono dire e fare tutto quello che vogliono; quelli che credono invece non possono. Allora teniamo presente il grande valore della carità.

I missionari, oggi, evangelizzano soprattutto col loro esempio, condividendo con loro la stessa loro vita.

Leggevo qualche mese fa – non mi ricordo né il nome del missionario, né il luogo preciso, era nel Rwanda – un missionario raccontava la sua esperienza: era riuscito a creare nel villaggio dove era andato, una comunità tutta cristiana; tutti avevano aderito al cristianesimo, perché l’avevano trovato bellissimo. E come realizzavano questo cristianesimo? Come lo realizzavano le primissime comunità cristiane, cioè mettevano in comune tutto. Chi riusciva a lavorare lavorava, coi ritmi africani, forse diversi dai nostri, e il guadagno si metteva tutto insieme, di modo che ci fosse da mangiare per tutti (non c’era più nessuno che moriva di fame in quella comunità), ci fosse la scuola per i bimbi, ci fosse un ospedale, un mini–ospedale, ma un ospedale, per i malati..., ed erano talmente gioiosi e contenti di vivere così che erano diventati contagiosi per i villaggi e le comunità vicine, che dicevano: anche noi ci facciamo cristiani.

Ecco, io credo che sia questo, soprattutto, quello conta maggiormente: la nostra testimonianza delle opere nella vita. Così sia.

Sia lodato Gesù Cristo. »



 

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