17.7.2005

Liturgia - Prediche del Don
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Domenica 17 luglio 2005

XVI domenica del tempo ordinario (A) – IV
S. Alessio
Letture:
Sap 12,13.16-19
Salmo 85:
«Tu sei buono, Signore, e ci perdoni.»
Rm 8,26-27
Mt 13,24-43

Domenica 17 luglio 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)

« A bbiamo letto questa mattina una bella perìcope dal libro della Sapienza. Voi sapete che il libro della Sapienza cronologicamente è l’ultimo libro del vecchio testamento: è stato scritto nel primo secolo avanti Cristo, quindi poco prima che il Figlio di Dio s’incarnasse. E’ stato scritto da un Ebreo ad Alessandria d’Egitto, dove c’era una grande colonia di Ebrei della diaspora; perché gli Ebrei, ormai, erano diffusi un po’ in tutto il bacino del Mediterraneo e nel medio oriente; era raro che non ci fosse una città dove c’era una sinagoga e un gruppo di Ebrei.

Questi Ebrei, ad Alessandria d’Egitto, un po’ avevano fatto fortuna, specialmente attraverso il commercio, ma molti di loro vivevano al servizio dei ricchi pagani che si trovavano là, e quindi vivevano anche un po’ di stenti. Ecco allora il loro lamento: – Il braccio del Signore si è accorciato? Abbiamo sentito di tanti prodigi fatti a pro del suo popolo per liberarlo dalla schiavitù d’Egitto, poi per aiutare Davide a costituire il regno d’Israele, poi per liberarlo (liberare il popolo ebreo) dall’esilio di Babilonia, attraverso Ciro il grande, e tanti altri aiuti che ha dato al suo popolo. Come mai adesso vince il male, vince l’idolatria, vince la corruzione morale, e noi, che siamo i giusti, che cerchiamo di avere grande fede nel nostro Dio e di attendere alla sua legge siamo così in miseria, maltrattati, schiavizzati?

Nel brano che noi abbiamo letto dal libro della Sapienza – dove si trovano tra l’altro molte altre dottrine interessanti dal lato teologico e morale – nel brano che abbiamo letto, l’autore del libro cerca di rispondere a queste domande che gli Ebrei facevano e la prima cosa che dice è certamente questa: Iddio tarda a castigare il male e a premiare il bene perché è forte ("Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è principio di giustizia"; "Mostri la forza se non si crede alla tua onnipotenza"; "Il tuo dominio universale ti rende indulgente con tutti"; "Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza"; eccetera).

Proprio perché sei padrone della forza, giudichi con mitezza. Cioè, in genere, chi si arrabbia, chi si irrita, chi fa la voce grossa, è perché è un debole e si lascia suggestionare dalla varie situazioni particolari in cui si viene a trovare. Chi è forte è paziente, è longanime, è mite. La pazienza è la virtù dei forti, dice anche il proverbio popolare. E Dio è paziente, misericordioso, "lento all’ira e grande nell’amore", proprio perché è onnipotente.

Ma non è questo l’unico motivo per cui Dio è paziente.

E’ paziente anche come metodo pedagogico. Molti di voi forse ricorderanno quando l’educazione era fatta soprattutto a base di punizioni, castighi, rimproveri, brutti voti a scuola…, si cercava in questo modo di indirizzare al bene i ragazzi: un metodo che non ha ottenuto molti effetti, se non quello di inquadrare i ragazzi, e più tardi gli adolescenti, i giovani, in una certa condotta, come tanti soldati in una caserma che debbano marciare quando è ora di marciare.

Il metodo migliore per formare l’animo umano è quello dell’amore e della pazienza, che certamente ci mette più tempo ad arrivare ai frutti, ma arriva a dei frutti veri. Potremmo dire così: a Dio non interessa tanto la vittoria del bene sul male nel mondo; interessa la conversione degli uomini perché il loro animo diventi capace di amare e crei così nel mondo una società di gente che si vuole bene; si vuole bene non perché è costretta a volersi bene, ma perché realmente sentono amore gli uni per gli altri. "L’unità degli uomini è diventata possibile in Gesù Cristo", ha detto il papa nel discorso in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo a Roma; ed è questo il motivo principale per cui Dio non interviene se non con grande longanimità.

Sbarba[…], un poeta, uno scrittore, dice, in una sua poesia, che suo padre una volta rincorse la sorellina piccola, di tre anni, per punirla di una monelleria che aveva fatto. Quando l’ha raggiunta e l’ha stretta fra le sue braccia possenti, ha sentito come tremava e come aveva paura, e allora ha avuto un impeto di commozione e l’ha abbracciata. Cioè, quasi per difenderla da quell’uomo cattivo che era lui prima, poco prima. E il Signore vuole questo: vuole abbracciare i suoi figli; il Signore vuole bene a tutti i suoi figli, anche i cattivi, perché sono sue creature, le ha create "perché abbiamo la vita e l’abbiano in abbondanza", non le ha create per castigarle e ridurle alla morte eterna, mandarle dove è "pianto e stridore di denti", come abbiamo sentito questa mattina. Di per sé, lui le ha create perché si convertano e vivano.

Ma è bello anche, bellissimo anzi, quello che dice nell’ultima frase, il testo che noi abbiamo letto, perché questo riguarda ancora più direttamente noi: "Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini; inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di pentirsi".

Allora, due ragioni. La prima: con questo comportamento Dio vuole insegnare a chi è giusto, o si ritiene tale, che deve amare, amare gli uomini, amare tutti gli uomini; che non deve rispondere al male con il male, deve vincere il male con il bene (con questo mio discorso – io apro solo una piccola parentesi – non intendo parlare degli stati i quali, attraverso i governi, debbono pure difendere i loro cittadini e magari, delle volte, usare anche la forza; non è per loro il discorso: è per noi, è per le persone, è per i giusti; cioè coloro che vogliono essere giusti, coloro che voglio somigliare a Dio, debbono amare tutti gli uomini).

Noi abbiamo letto ieri sera – chi c’era lo ricorderà – la conversione, in un certo senso, di Alberto Franceschini, il brigatista rosso responsabile, negli anni settanta, di tanti rapimenti e uccisioni. Si è convertito non nel senso che è arrivato alla fede cristiana, almeno dall’intervista che abbiamo letto su "Avvenire", ma è arrivato a capire la bellezza e l’utilità della dottrina evangelica, della dottrina sociale cristiana. Noi dobbiamo guardare gli uomini, le persone, attendere a loro, voler bene a loro; se ciascuno, nel suo piccolo, volesse bene alle persone con cui ha a che fare, il mondo cambierebbe (è cambiato molto anche Franceschini, a dire queste cose, no? Vi sembra? Eh?). Ecco, il Signore vuole che il giusto ami gli uomini.

Stiamo attenti perché è abbastanza facile che parliamo male degli altri, che diamo l’interpretazione più maligna delle loro azioni, e ci divertiamo quasi a offendere e a giudicare male gli altri. Il Signore vuole che noi vogliamo bene a tutti, dimostriamo che vogliamo bene a tutti, anche a coloro che ci fanno del male.

E poi, la seconda ragione: "hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di pentirsi". Cioè, in fondo, tutti noi siamo un po’ buon grano e un po’ zizzania. Nell’agricoltura non è possibile che un seme sia buon grano e zizzania nello stesso tempo, ma tra gli uomini sì, e se è vero che nel nostro animo c’è chi ha seminato il buon grano, c’è anche colui che tentato al male, e delle volte abbiamo fatto il male e facciamo il male. Allora, ecco… questo modo di agire, questa pedagogia divina, ci aiutano a capire che Dio ci vuole perdonare; ci aiutano a sperare nel perdono divino: se anche abbiamo già camminato molto nella vita e non ci siamo cambiati tanto, è sempre possibile, con l’aiuto dello Spirito Santo, avere il perdono dei peccati e cambiare anche noi, e diventare, a nostra volta, quel po’ di fermento, di lievito, che fa lievitare e innalzare tutta la massa. E’ questo lo scopo che vuole il Signore. Così sia.

Sia lodato Gesù Cristo. »