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Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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13.7.2005

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Mercoledì 13 luglio 2005

XV domenica del tempo ordinario (A) – III
S. Enrico

Mercoledì 13 luglio 2005: processione vicariale.
Dalla chiesa della Madonna della Rosa alla basilica di San Quirino.
(basilica di S. Quirino, ore 21.30)

« Il catechismo della chiesa cattolica dice: “L’Eucaristia è il sacrificio stesso del corpo e sangue del Signore Gesù che egli istituì per perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, affidando così alla sua chiesa il memoriale della sua morte e resurrezione”; e ancora (sempre il catechismo della chiesa cattolica): “La chiesa è il corpo di Cristo, partecipa all’offerta del suo Capo, con lui essa stessa viene offerta tutta intera”.

L’Eucaristia, quindi, è un vero sacrificio, in senso [...] liturgico, che si diversifica tuttavia dal sacrificio della croce almeno sotto tre aspetti.

  • Quello della croce è stato un sacrificio cruento: Gesù ha sparso il suo sangue, ha sofferto, è morto. Quello dell’Eucaristia è incruento: qui Gesù non soffre, non muore più.
  • Seconda differenza: l’offerente. Nel sacrificio della croce Gesù offre direttamente, personalmente, sé stesso, e questo sacrificio dà senso e valore a tutti i sacrifici religiosi fatti con fede genuina e amore sincero, in tutte le parti del mondo, da che mondo è mondo, fino alla fine dei secoli. Nell’Eucaristia Gesù è sempre il sacerdote che offre questo sacrificio, come dice San Tommaso; lo offre, però, attraverso il ministero dei presbiteri.
  • Terza diversità: la vittima. Nella croce Gesù offre la sua vita umana personale; nell’Eucaristia offre il suo corpo totale, direbbe Sant’Agostino, cioè la chiesa, noi.

Io farò la mia riflessione sulla prima e sulla terza diversità e in questo ci viene in aiuto la lettura fatta dalla lettera agli Ebrei. Dice, infatti, la lettera: “entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. ... Allora ho detto: Ecco, io vengo ... per fare, o Dio, la tua volontà. Dopo aver detto ... non hai voluto, non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, ... soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Così egli abolisce il primo ordine di cose per stabilire il secondo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre”.

Propriamente anche nel sacrificio della croce non sono state la passione e morte del Signore a salvarci, altrimenti i sacerdoti, in quel sacrificio, sarebbero stati i suoi crocifissori; ma è stato l’amore di Gesù al Padre e a noi, cioè la sua volontà. La sofferenza e la morte sono state solo la sensibilizzazione e la manifestazione visiva di questa volontà.

Nel discorso sul buon Pastore, Gesù dice: “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, perché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio”. Questa volontà ha iniziato nell’incarnazione. Entrando nel mondo Cristo dice: “Ecco, io vengo a fare la tua volontà”; ha il suo culmine nella morte e resurrezione; continua ora in cielo, dove Egli è sempre vivo ad intercedere per noi (come dice la lettera agli Ebrei); continua qui sulla terra nell’Eucaristia, dove Egli offre il suo corpo e il suo sangue, cioè la sua vita, al Padre per noi: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo dato in sacrificio per voi... prendete e bevete, questo è il calice del mio sangue, della nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per la moltitudine in remissione dei peccati...”.

E’ questa volontà di lode, di ringraziamento, di obbedienza al Padre e di amore salvifico nei nostri riguardi che costituisce l’essenza del sacrificio eucaristico. Davvero con un’unica volontà, con un’unica oblazione, come dice la lettera agli Ebrei, “fatta una volta per sempre Egli ha reso perfetti e santificati”.

E non finisce qui.

Nella comunione eucaristica, l’atto completivo del sacrificio eucaristico, Gesù penetra in tutte le membra del suo corpo che è la chiesa e le unisce a sé, in modo vitale, rendendole partecipi del suo stesso sacrificio. Dice la terza preghiera eucaristica: “E a noi che ci nutriamo del corpo e del sangue del tuo Figlio dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito”. Aveva detto Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. ... Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me”, cioè: per mezzo mio avrà la vita, la vita eterna, cioè Dio, cioè l’amore, perché Dio è amore.

Stiamo molto attenti, però, perché siamo coinvolti in una cultura che porta all’esteriorità, allo stordimento, all’individualismo esasperato. Diceva Paolo VI° quarant’anni fa (ma le sue parole sono quanto mai attuali e vere tuttora), parlando di San Benedetto: “Ci ha offerto il quadro di una officina del divino servizio, di una piccola società ideale dove finalmente regna l’amore, l’obbedienza, l’innocenza, la libertà dalle cose e l’arte di bene usarle; la prevalenza dello spirito, la pace, in una parola: il vangelo. San Benedetto” – continuava – “ritorni per aiutarci a recuperare la vita personale, quella vita personale di cui oggi abbiamo fame ed affanno e che lo sviluppo della vita moderna, a cui si deve il desiderio esasperato di essere noi stessi, soffoca mentre risveglia, delude mentre lo fa cosciente”.

Correva l’uomo, una volta, nei secoli lontani, al silenzio del chiostro per ritrovare sé stesso. Oggi non la carenza della convivenza sociale spinge al medesimo rifugio, ma l’esuberanza. L’eccitazione, il frastuono, la febbrilità, l’esteriorità, la moltitudine minacciano l’interiorità dell’uomo; gli manca il silenzio, con la sua genuina parola interiore, gli manca l’ordine, gli manca la preghiera, gli manca la pace, gli manca sé stesso. E così abbiamo sostituito l’essere persone con l’individualismo, l’amore con l’egoismo, Iddio con l’io. San Gregorio di Nissa, parafrasando la frase della lettera agli Efesini in cui San Paolo dice che Cristo ha tolto di mezzo il muro di divisione fra i due popoli, quello ebreo e quello pagano, creando un solo uomo nuovo e facendo la pace, attribuisce all’Eucaristia l’effetto di togliere di mezzo la divisione, la contrapposizione che è dentro di noi fra carne e spirito e dice: “Assoggettando alla legge divina la crudezza della carne, riporta la nostra dualità all’unità dell’uomo nuovo e pacifico”.

In altre parole, l’Eucaristia c’insegna e ci comunica l’amore di Cristo.

Attenti però che nell’amore c’è un aspetto attivo e uno passivo. L’aspetto attivo consiste nello scegliere il bene, la volontà di Dio, e poiché vi è implicata una nostra decisione, una nostra libera scelta, è più facile e soddisfacente. L’aspetto negativo consiste nell’accettare ciò che Dio ha disposto per noi (malattie, infermità, incomprensioni, fallimenti, [...], umiliazioni, disgrazie, prove varie). Qui più che accettare per amore, è facile sfuggire a malincuore. Ma io vi faccio notare che nell’amore umano, tra un uomo e una donna, uno ama veramente quando vive per la persona amata, dove questa particella “per” ha un significato, anche qui, attivo e passivo. Cioè, si vive per la persona amata quando si fa della realizzazione della felicità della persona amata lo scopo della vita (aspetto attivo); ma ha anche un’altra [...]: vivere per la persona amata vuol dire lasciarsi invadere dalla persona, dai suoi gusti, dai suoi sentimenti, dai suoi desideri, dalle sue scelte. Vuol dire anche questo, e quando lo fanno tutti e due, indubbiamente diventa un amore pressoché perfetto.

Noi, che siamo la sposa di Cristo, dobbiamo avere lo stesso tipo di amore, dobbiamo lasciarci invadere da Lui, e da Dio. Con questa differenza tra l’amore umano e l’amore di Cristo: che nell’amore umano i desideri della persona amata possono anche essere un capriccio o dettati da ignoranza o da pigrizia; nell’amore divino non è così, perché tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. Quindi nulla ci separerà mai dall’amore di Dio in Cristo. Gesù nell’Eucaristia ci coinvolge per fare di noi, della sua chiesa, un prolungamento della sua incarnazione, sicché ogni attimo della nostra vita sia una lode, un ringraziamento, un atto di amore a Dio e di amore servizievole, umile e generoso al prossimo. Come Cristo ha dato la vita per noi, così noi siamo chiamati a darla per Lui.

A me piace, però, tradurre questa “vita” con il termine “anima”, perché dare la vita per Cristo sembra che voglia dire morire per Lui, quindi avere la grazia enorme del martirio che magari nessuno di noi, qui presenti in San Quirino stasera, avrà mai; invece dare l’anima vuol dire dare dell’anima quell’unica facoltà che è libera, che è in nostro potere: la volontà. E’ questo che noi dobbiamo dare a Cristo. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. E’ questo il nostro culto spirituale, culto in spirito e verità. I nostri sacrifici spirituali che, rivestiti del sacerdozio regale di Cristo, noi offriamo a Dio. Così sia.

Non vi chiedo scusa della lungaggine perché sapete che... io sono ormai... è vero... è un peccato quasi inguaribile in me, questo, e quindi sarebbe un’ipocrisia chiedervi scusa; vi dirò semplicemente che ho fatto di tutto per farvi capire che in una funzione penitenziale, questa, alla vostra pazienza accettare tale caratteristica. Grazie.

Sia lodato Gesù Cristo. »



 

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