Domenica 29 maggio 2005
| IX domenica del tempo ordinario (A) – P |
| Ss. Corpo e Sangue di Cristo |
| Letture: |
| Dt 8,2-3.14b-16a |
| Salmo 147: «Benedetto il Signore, gloria al suo popolo.» |
| 1Cor 10,16-17 |
| Gv 6,51-58 |
Domenica 29 maggio 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Celebriamo la solennità del Corpus Domini. Vorrei esprimere alcuni pensieri su quello che l’Eucaristia non è e quello che è, anche se sono pensieri parziali, perché trattare dell’Eucaristia... ci vorrebbe un’enciclopedia.
Anzitutto l’Eucaristia non è una teoria. E’ abbastanza facile sentire in giro quest’idea: "Ma, non conta tanto andare alla messa, fare una comunione; l’importante è comportarsi bene nella vita, essere retti, onesti, giusti, magari altruisti. Poi, cosa conta andare in chiesa, non andarci, ricevere l’Eucaristia o meno?".
Gesù dice esplicitamente: "Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita". Non dice soltanto: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno", no, dice anche che chi non lo mangia e non beve non avrà la vita. Non è un "optional" la messa, non è una semplice teoria, per cui si può accettare o non accettare, un’opinione. Gesù ha istituito l’Eucaristia e ha detto: "Prendete e mangiate, questo è il mio corpo... prendete e bevete, questo è il calice del mio sangue...". Oltre a questo, egli ha accompagnato in questi duemila anni con molti miracoli – oggi ne avvengono tanti proprio nel momento della comunione o della benedizione eucaristica a Lourdes – per far vedere, per rassicurarci nella nostra fede, nella presenza reale di Gesù nell’Eucaristia; e se egli si è donato a noi, noi non possiamo disprezzare questo dono. Non è una semplice teoria, è un obbligo di gratitudine e di vita, perché non riusciamo a vivere, non avremo la vita eterna se non ci cibiamo dell’Eucaristia.
Non è un rito, o perlomeno non è un semplice rito (è anche un rito sacro, ma non è un rito vuoto), non è una specie di cerimonia. Ieri m’ha telefonato una mamma – non so di dove sia – e m’ha detto: "E’ domani che c’è la cerimonia della prima comunione a Mandriolo?". Dico: "A Mandriolo non c’è la prima comunione, la quale non è una cerimonia: è il sacramento, il corpo ed il sangue di Cristo; non è una semplice cerimonia". "E, mi scusi... no, ma volevo dire...". Non è una cerimonia. Non è una cerimonia.
Questo lo si sente ancora di più forse a riguardo di altri sacramenti. Ricordo ad esempio di aver vista una volta una partecipazione di matrimonio e c’era scritto: "La cerimonia sarà nella chiesa..., nel nozze saranno nel ristorante tale dei tali", che sembrava evidentemente dare più importanza al pranzo nel ristorante che non al sacramento celebrato in chiesa, chiamato semplicemente "cerimonia", direi quasi qualcosa di burocratico.
Stiamo attenti perché il primo errore riguarda soprattutto quelli che non vengono in chiesa; questo secondo errore riguarda noi che siamo qui adesso presenti in chiesa. E’ facile che riduciamo l’Eucaristia a un semplice rito, a una cerimonia: c’è il Corpus Domini, andiamo a fare la processione; è domenica, andiamo alla messa, oppure si ha l’abitudine di andarci anche tutti i giorni, e diventa solo un’abitudine, qualcosa fare, così...
Volete un esempio? Quest’oggi, proprio più o meno in questo orario, il papa sta celebrando a Bari la santa messa di conclusione del congresso eucaristico nazionale. In occasione dell’andata del papa a Bari, si pensa che si raccoglieranno là circa cinquecentomila persone. Ma se fosse anche il prete più scalcinato d’Italia che celebra l’Eucaristia, il protagonista è Cristo! Che viene nell’Eucaristia! Non il papa o il vescovo o il prete che la celebra. Ecco perché alle volte si va: perché c’è il papa, perché c’è Padre Pio, perché c’è il tal prete, il tal altro..., mentre il primo sacerdote celebrante dell’Eucaristia è sempre Gesù Cristo, che è sacerdote e vittima nello stesso tempo. Ricordiamolo.
Ma veniamo alla questione principale, e mi riferisco alla seconda lettura la quale dice (è brevissima, avete sentito, ve la rileggo): "Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane". Allora, perché ha istituito l’Eucaristia, Gesù? Ha istituito l’Eucaristia per l’amore pazzo che aveva per noi, il desiderio grande di Dio di fare comunione con gli uomini. Vuole fare comunione con noi; e facendo comunione con ciascuno di noi, fa comunione anche "tra" tutti noi; per cui noi diventiamo concorporei e consanguinei di nostro Signore Gesù Cristo. Diventiamo membra del suo corpo, tanto che la chiesa è chiamata, come l’Eucaristia, corpo di Cristo.
E’ più, molto più che la famiglia delle famiglie, la parrocchia. E’ molto più che una semplice comunità cristiana: è comunione. La comunione è un’unione creata direttamente da Dio che fa sì che noi siamo tutti uniti con Gesù e in Gesù, fra di noi.
Allora bisogna che facciamo un esame di coscienza, a vedere se veramente è autentica l’Eucaristia che noi celebriamo; perché se non ottiene questi frutti, vuol dire che non celebriamo bene l’Eucaristia; o non partecipiamo o non celebriamo bene l’Eucaristia.
E’ una cosa che fa piangere vedere come così facilmente ci si divide tra di noi.
San Paolo, nella stessa prima lettera ai Corinzi, al capitolo tredici, ha quell’inno bellissimo alla carità che comincia così (comincia: non comincia così, quando dice le caratteristiche della carità, dice queste caratteristiche anzitutto): "La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità...". Tutte le altre caratteristiche vengono dopo; l’inizio della carità sono questi tre aspetti: è paziente, è benigna, non è invidiosa.
Vi ricordo che Tertulliano, vissuto tra la fine del secondo secolo e l’inizio del terzo secolo dell’era attuale, riportava il giudizio dei pagani che dicevano: "Guardate come si amano"! Non dicevano: "Guardate come ci amano" ma "come si amano", tra di loro. Cioè, prima ancora che l’attenzione ai poveri di tutto il mondo, prima ancora che la generosità, l’altruismo che ci porta a servire gli altri – espressioni altissime e nobilissime della carità – ricordiamoci che la carità comincia anzitutto tra di noi, volendoci bene tra di noi, essendo pazienti. "Pazienza" ha lo stesso etimo di "patire", bisogna patire; la convivenza comporta sempre un certo patire, perché si hanno idee diverse... perché si vedono le cose in modo differente... perché uno ha un carattere scorbutico... perché l’altro ha un carattere attivo, quell’altro l’ha flemmatico... e ci si urta un po’ a vicenda; e allora accettare questi urti continui, che comporta la convivenza quando questa continua negli anni, non è una cosa semplice, però la carità vera è paziente; la carità vera è fatta anzitutto di dolcezza, di comprensione, di gioia di stare insieme, di parlare insieme; è fatta anzitutto così.
E poi è benigna la carità. Non è maligna. Maligno è colui il quale interpreta sempre male quello che fanno o dicono gli altri, cioè subodora che sotto ci siano altri scopi meno nobili, che ci sia il protagonismo, il volere apparire... ed è interessante vedere... l’esperienza che ci dice – credo che lo dica anche a voi – che coloro i quali sono maligni (hanno tante ragioni... a vedere come va la società, a subodorare, ad avere certi sospetti), però coloro che sono maligni credono di essere più furbi e più intelligenti degli altri perché riescono a capire... quali sono i secondi fini... quali sono le ragioni vere che portano uno ad agire...
Mentre la carità di Cristo vuole che noi scusiamo gli altri, addirittura; che cerchiamo bene le loro azioni. Ma se non possiamo salvare le azioni, che salviamo almeno le intenzioni, come ha fatto Gesù sulla croce: "Padre, perdono loro, perché non sanno quello che fanno". Li ha scusati! Noi dovremmo essere così: capaci di comprenderci e, se mai anche qualcuno vediamo con evidenza che sbaglia, non pensare che l’ha fatto apposta per fare del male a te o a altri o alla comunità; invece cercare di interpretare bene quell’uomo.
Non essere invidiosi. C’è tanto – mi dispiace dirlo in questa solennità del Corpus Domini – ma c’è tanto protagonismo e antagonismo ancora in questa comunità, che ha portato, facilmente, coloro i quali fanno meno, o non hanno spirito d’iniziativa, o non fanno niente, a criticare coloro che fanno; a criticarlo con una critica cattiva, maligna, offensiva... per cui abbiamo allontanato in questi anni alcune persone validissime dalla nostra comunità. Questo vezzo, o questo vizio, vorrei che scomparisse definitivamente dalla nostra comunità. Vorrei, lo chiediamo al Signore questa mattina quando facciamo la comunione, perché ci aiuti lui a evitare questa cosa.
Certo, per evitare questa cosa ho pensato... che io stesso dovrò cambiare: cioè ascoltarvi di più, essere più attento ai vostri consigli, ai vostri suggerimenti, e anche alle vostre critiche, sperando che sia una critica positiva e non negativa, non offensiva e non distruttiva.
Però, ecco, faccio anche presente che la comunità cristiana non è una società anarchica: è una società – se la vogliamo chiamare così, ma è comunione con Dio e tra di noi – in cui c’è qualcuno che è responsabile, che è il parroco. Allora io dovrò ascoltarvi di più, però faccio presente che d’ora innanzi, non per le attività ordinarie (se uno ha il compito di fare il catechista o di fare il ministro straordinario della comunione o di fare le pulizie attorno alla chiesa... faccio per dire, insomma, questo lo faccia pure senza chiedere tanti permessi), però se qualcuno fa qualcosa di nuovo, prima di farlo lo notifica a me, e ha il mio parere; e quando il parroco, magari tante volte, il più delle volte, col suggerimento, col consiglio del comitato degli affari economici, del consiglio pastorale, o addirittura di un’assemblea, più o meno nutrita, più o meno rappresentativa della parrocchia, però è quello che è, quando il parroco – perché è il parroco che decide, gli altri al massimo consigliano – quando il parroco ha deciso una cosa, smettiamo di ritenere essenziale quello che è soltanto marginale.
Perché se faremo così, se continueremo così, va a finire che perdiamo il senso dell’essenziale nella nostra vita cristiana.
[conclude commosso - n.d.r.] Sia lodato Gesù Cristo. »
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