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| 5.6.2005 |
| Difendi la vita |
| Conclusione del Don |
| Tutte le pagine |
Domenica 5 giugno 2005
| X domenica del tempo ordinario (A) – II |
| S. Bonifacio |
| Letture: |
| Os 6,3-6 |
| Salmo 49: «Accogli, o Dio, il dono del nostro amore.» |
| Rm 4,18-25 |
| Mt 9,9-13 |
Domenica 5 giugno 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Il brano del profeta Osea che abbiamo letto come prima lettura questa mattina dobbiamo collocarlo nel contesto della guerra fratricida che c’è stata tra gli Ebrei nella seconda metà dell’ottavo secolo avanti Cristo.
Voi sapete che gli Ebrei allora erano divisi in due regni: quello del nord che si chiamava regno di Israele; quello del sud che si chiamava regno di Giuda. Il regno di Israele, d’accordo con il re di Damasco, vogliono scrollarsi di dosso il giogo dell’impero assiro che dominava, allora, tutta la vasta area del medio oriente. Il re di Giuda, invece, Acaz, voleva rimanere vassallo del re di Assiria, perché sentiva questo come una protezione. Infatti, quando i re d’Israele e di Damasco cominciano a fare guerra contro Giuda e a invadere i suoi territori, egli chiede aiuto al re di Assiria, che interviene con un potentissimo e numeroso esercito e devasta il regno di Israele. I soldati del regno di Giuda, di Acaz, pure invadono il regno di Israele.
E così tra gli Ebrei del regno di Giuda e quelli del regno di Israele comincia una guerra civile: sono massacri, uccisioni, sopraffazioni, vendette, brutalità di ogni genere, che vanno avanti degli anni. Poi, finalmente, come sapete, a un certo punto, anche nella cattiveria c’è un colmo, una misura che si raggiunge, e tutti, da una parte e dall’altra, dicono: "Ma perché abbiamo fatto così? Perché ci uccidiamo? Che siamo fratelli, siamo della stessa razza; siamo di tribù diverse – è vero – ma siamo della stessa razza. Certamente questo è un castigo di Dio che ci è stato dato perché non abbiamo ascoltato la parola dei suoi profeti". Forse è questo il senso del versetto cinque che abbiamo letto questa mattina: "Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come luce".
"E allora cosa dobbiamo fare?", si domandano. "Torniamo al Signore". Lo dicono nel versetto antecedente il brano che noi abbiamo letto questa mattina. "Torniamo al Signore, egli ci ha colpito ma ci guarirà; ha fatto la ferita ma ci medicherà certamente. Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora; verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra", cioè sono certi, e questo è bello, sono certi della benevolenza del Signore nei loro riguardi; e certamente Dio interverrà e farà rifiorire la pace tra quei due regni, tra quei due popoli.
Che cosa fanno per mitigare l’ira del Signore, per ottenere questa grazia? Pensano di andare al tempio di Gerusalemme a fare dei riti espiatori e a offrire molti sacrifici a Dio perché Dio li aiuti, li salvi, doni loro la pace.
Questa è la loro idea, ed è l’idea che è abbastanza facile nelle situazioni umane. Quando noi ci troviamo in grave difficoltà è facile che ricorriamo a Dio. Magari facciamo anche promesse, poi dopo che è venuto l’aiuto di Dio e le cose si sono messe a posto, si sono calmate, ecco che noi ci dimentichiamo di Dio, dei suoi comandamenti, ritorniamo alle nostre abitudini, al nostro egoismo, ai nostri vizi, ai nostri peccati. È quello che dice Dio a loro: "Che dovrò fare per te, Èfraim, che dovrò fare per te, Giuda?" (Èfraim è il regno d’Israele) "Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce", cioè Dio capisce che è un amore di un momento, prodotto da un’emozione forte, ma è qualcosa di sentimentale più che qualcosa che procede da una volontà decisa di convertirsi e di cambiare vita; e dice: "Il vostro amore è come quella nebbiolina che alle volte c’è al mattino sulla campagna, o come le rugiada che, al primo sorgere del sole evapora e svanisce".
Io ricordo – ve l’ho detto ancora – quando è finita la seconda guerra mondiale. La seconda guerra mondiale, specialmente nell’ultima fase, era stata anche una guerra fratricida, una guerra civile; poi finalmente il venticinque di aprile vennero gli Americani, gli alleati, e portarono la liberazione. Io ero a Scandiano, ricordo tutta la gente lungo la via principale ad applaudire questi liberatori, finalmente la guerra era finita, era tornata la pace.
Ma ricordo anche questo. Io ero seminarista, allora, e andavo a messa tutte le mattine (la messa allora si celebrava solo al mattino); la chiesa, anche nei giorni feriali, era sempre gremita di gente che andava a pregare. Il giorno dopo il venticinque d’aprile, quindi il ventisei, vado in chiesa, al mattino e vedo che ci sono pochissime persone; allora vado in sagrestia e chiedo al sagrestano:
- "Ma, non c’è la messa questa mattina?"
- "Sì, sì, c’è la messa, deve arrivare il monsignore, c’è la messa. Come sempre".
- "Beh, come mai non ci sono persone?", chiedo.
- "Ah! Caro mio! È arrivata la pace. È finita la guerra".
Ecco il motivo: è finita la guerra, quindi si erano già dimenticati di Dio e di tutte le preghiere che avevano fatte in anni di guerra. Così è sempre per noi.
Il profeta Michea, che parla qualche secolo dopo Osea, in una situazione simile fa dire agli abitanti di Giuda: "Che cosa facciamo? Portiamo agnelli di un anno al tempio, li sacrifichiamo? Il Signore sarà contento di migliaia di montoni, di torrenti di grasso?". E aggiunge il profeta: "O uomo, ti è stato insegnato che cosa è bene e che cosa il Signore chiede da te: praticare la giustizia, amare la pietà e camminare umilmente con il tuo Dio". Ecco quello che cerca il Signore, il Signore cerca questo. È quello che dice anche Osea: "Poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti", cioè l’esperienza dell’amore di Dio più che gli olocausti. Potremmo tradurlo: la fedeltà a Dio più che gli olocasti.
"Voglio amore e non sacrificio". Gesù alcune volte nella sua vita ha commentato questa breve frase; anche nel vangelo di oggi, come avete sentito, e dice ai farisei, che sono scandalizzati dal fatto che egli abbia chiamato alla sua sequela un pubblicano, un pubblico peccatore, un esattore delle tasse; che egli addirittura si sia seduto a tavola con il pubblicani e i peccatori. Questo li scandalizza, e allora cosa dice? "Andate e imparate che cosa significhi: ‘misericordia io voglio e non sacrificio’". Cioè, Gesù è venuto a portare la misericordia, a insegnare e portare la misericordia di Dio sulla terra, l’amore di Dio. "Son venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso".
Vi voglio raccontare un fatto. Un fatto che credo si potrebbe scegliere tra i milioni di fatti simili avvenuti in questi duemila anni del cristianesimo. Siamo subito dopo la seconda guerra mondiale, in Giappone. Il Giappone ha perso la guerra; molte città e case sono state distrutte; ci sono stati milioni di morti. I soldati, umiliati, tornano a casa, avviliti per quello che è successo, perché ormai c’è l’armistizio tra Giappone e Stati Uniti d’America.
Fra questi soldati c’è anche un ragazzo di diciassette anni: Sireide. Era un kamikaze, cioè uno di quei soldati che si erano addestrati a lanciarsi cogli aerei contro le navi americane, suicidandosi, poi, praticamente (un po’ come han fatto, qualche anno fa, contro le torri gemelle [...]). Egli non ha avuto il tempo di fare questo perché, appunto, è avvenuto l’armistizio; torna a casa ma la casa non c’è più, è stata distrutta; suo padre è morto sotto i bombardamenti; è rimasta la mamma con un fratellino più piccolo e una sorella ancora più piccola. Egli che è il figlio più grande capisce che deve prendere in mano la situazione, e la prima cosa che deve fare è cercare un tugurio, un’abitazione, dove potersi riparare di notte, dalla pioggia, eccetera. Riesce a trovare, abbastanza facilmente, fra le varie rovine, delle assi in modo da costruirsi una capanna dove potere abitare lui con la mamma e i fratellini.
Però... ci vogliono dei chiodi! I chiodi dove sono? Mah! Nessuno li ha, nessuno li vende. Non ci sono chiodi. E allora ha un’idea: c’è, lì vicino, un gruppo di Salesiani venuti dall’Italia. "Intanto sono Italiani, quindi traditori dell’asse Roma–Berlino–Tokio" – qualcuno forse lo ricorderà – "poi sono dei cristiani mentre noi siamo dei buddisti, quindi sono doppiamente nemici nostri. Stanno costruendo una chiesa nel magazzino che hanno lì vicino dove tengono tutto quanto è necessario per la costruzione... certamente ci troverò anche dei chiodi e un martello". Infatti va, cerca di intrufolarsi dentro in un momento opportuno, non trova nessuno; mette in un sacchetto dei chiodi, un martello, delle tenaglie e poi sta per scappare fuori... ma è scoperto da padre Roncato! Che gli corre dietro, e corre più forte di lui e lo prende.
Egli si immagina che certamente gli darà perlomeno un fracco di botte e gli riprenderà indietro i suoi chiodi... o, addirittura, che non lo porti dalla polizia, lo denunci alla polizia. Invece no: padre Roncato gli chiede cosa è venuto a fare... perché l’ha fatto... come mai... come sta... allora dice: "Vieni dentro, vieni dentro"; prende un sacco più grande e mette dentro molti altri chiodi, poi gli dice: "Quelli che hai preso certamente non sono sufficienti, e se avrai bisogno di altri attrezzi vieni qui, domandalo però, e poi vedrai che io te li do". E infatti Sireide va a casa, comincia a mettere insieme queste assi e... però... dopo qualche giorno, torna da padre Roncato, non per chiedere degli altri chiodi ma per chiedergli qualcosa che gli frullava per la testa: ma perché i cristiani sono così? Perdonano a chi li ha derubati, a chi ha fatto loro del male, sono misericordiosi, sono pieni di amore per tutti, sono generosi... ma come mai?
E allora vuole spiegazioni sul cristianesimo, su Gesù Cristo, sul suo vangelo. Chi è davvero? Padre Roncato, naturalmente, ci sa fare e quegli si converte al cristianesimo, quindi dal buddismo passa al cristianesimo; poi diventerà assistente nell’oratorio dei Salesiani, e a un certo punto sentirà la chiamata alla vita sacerdotale; entra in seminario e nel 1963, a Torino, è ordinato sacerdote. Il suo fratello minore pure diventa un cooperatore salesiano, e la sorellina si farà suora nelle suore di Maria Ausiliatrice; alla fine anche la mamma – una zelante buddista – si converte, si fa battezzare. Tutta la famiglia, quindi, si è convertita.
Provate a pensare... per... una manciata di chiodi. Una manciata di chiodi, però, che padre Roncato ha donato volentieri; per il perdono di padre Roncato; per la misericordia, per l’amore di padre Roncato.
Il Signore è venuto a insegnarci la misericordia; ha avuto misericordia per noi perché noi l’abbiamo verso gli altri. È simpatico il fatto che questa domenica, con le sue letture, cada proprio dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù: ieri l’altro abbiamo fatto la festa del Sacro Cuore di Gesù, e chi era alla messa ricorderà che nella seconda lettura San Giovanni, l’apostolo ed evangelista, ci diceva: "Se il Figlio di Dio ha dato la vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per gli altri".
Ecco, noi dobbiamo essere come dei cavi conduttori che conducono quell’energia che Gesù è venuto a portare sulla terra e la conducono in tutto il mondo. Dobbiamo essere, nel mondo, presenza e prolungamento dell’amore e della misericordia di Dio. Così sia.
Sia lodato Gesù Cristo. »
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