22.5.2005

Liturgia - Prediche del Don
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Domenica 22 maggio 2005

VIII domenica del tempo ordinario (A) – P
Ss Trinità
Letture:
Es 34,4b-6.8-9
Salmo: da Dn 3
«A te la lode e la gloria dei secoli.»
2Cor 13,11-13
Gv 3,16-18

Domenica 22 maggio 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)

« Dio aveva già parlato agli uomini, lo conosciamo questo fin dall’inizio del libro della Genesi; all’inizio del libro dell’Esodo, poi, sappiamo che Dio, sul Sinai, dove aveva chiamato Mosè per mandarlo a liberare il suo popolo dalla schiavitù, rivela a Mosè, che glielo chiede, il suo nome: Jahvè, io sono colui che sono; e tuttavia non aveva ancora manifestato la sua essenza, quello che è, in realtà, Dio.

Il brano dell’Esodo che noi abbiamo letto come prima lettura – cerchiamo di ambientarlo storicamente – è avvenuto dopo che Mosè aveva già ricevuto i dieci comandamenti sul Sinai, dopo che era avvenuto il fatto del vitello d’oro, ai piedi del monte, perché gli Ebrei si erano stancati di aspettare Mosè che per quaranta giorni è stato sul Sinai a conversare con il Signore. Mosè sale al Sinai per chiedere perdono, a nome del popolo; Iddio gli propone di distruggere quel popolo, perché "è un popolo dalla dura cervice", cioè dalla testa dura, che non capisce niente, e "io farò di te, invece, un grande popolo"; Mosè intercede per il popolo, e dice: "Che non succeda che gli Egiziani dicano: ‘A bella posta li ha chiamati nel deserto, per farli morire là’; e poi le tue promesse ad Abramo, Isacco e Giacobbe dove vanno a finire? E’ a loro che hai promesso una discendenza numerosa come le stelle del cielo e i granelli di sabbia che sono sul lido del mare".

Mosè ottiene il perdono di Dio. Visto, però, che ha ottenuto la benevolenza del Signore, gli chiede una cosa grande: "Che io possa vedere il tuo volto". Direi che è un desiderio che è nell’animo di ogni uomo, potere vedere il volto di Dio; cioè potere conoscere direttamente Dio, non indirettamente dalle opere da lui create. Dio dice che questo è impossibile, ma gli ingiunge di andare giù, di farsi due tavole di pietra e di salire di nuovo sul monte perché egli darà a lui di nuovo le dieci parole, i dieci comandamenti, e li scriverà sulle tavole di pietra.

Mosè, quindi, scende, fa fare dagli scalpellini due tavole di pietra e poi con queste tavole sale al monte (è qui che comincia il nostro racconto): "In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino, salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore". Ecco, questa è la definizione di Dio, che troviamo nel vecchio testamento. "‘Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà’". Ecco come è Dio; egli si presenta così a Mosè. La sua caratteristica prima è quella della misericordia: "‘Il Signore, il Signore, Dio misericordioso …’".

Quando noi pensiamo alla misericordia forse ci viene in mente una qualche persona che abbiamo conosciuto… forse noi stessi, che siamo stati offesi, calunniati, derubati, ci è stato fatto un torto e, con larghezza d’animo, perdoniamo al nostro offensore. Noi perdoniamo dalla ineccepibile rettitudine nostra, ci sentiamo migliori; colui che riceve il perdono si sente un verme, si sente comunque umiliato, perché capisce […].

Non è così la misericordia del Signore. La misericordia del Signore usa un vocabolo che significa "le viscere", cioè significa l’amore viscerale che la mamma ha per il bambino che porta in grembo; un amore totale, un amore che non si aspetta nulla (dal bimbo); un amore che, anche se il bimbo la fa tribolare, certamente la madre continua ad avere sempre, comunque. Dice il profeta Isaia: "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non mi dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani", cioè l’amore e la misericordia di Dio vanno al di là di un amore della mamma per il bimbo del suo grembo.

Sentite cosa dice Osea, che è il massimo cantore, forse, il profeta Osea, dell’amore di Dio per Israele: "Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto nessuno sa sollevare lo sguardo." – cioè, chiamato a volgersi verso Dio, verso il cielo, nessuno fa questo – "Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? … Il mio cuore si commuove dentro di me, le mie viscere fremono di compassione. Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non un uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira". Ecco l’amore e la misericordia di Dio. Per questo, questo senso della misericordia di Dio, è entrato nella spiritualità degli Israeliti, degli Ebrei, dell’ebraismo, e anche dell’islam, ma è entrato soprattutto nella spiritualità cristiana: noi cristiani, soprattutto, crediamo a un Dio misericordioso, a un Dio che ha misericordia. Sentite cosa dice il salmista: "Tu, Signore, Dio di pietà, compassionevole, lento all’ira e pieno di amore, Dio fedele, volgiti a me e abbi misericordia".

Veramente, nella lettura che noi abbiamo fatto è stato saltato il verso sette – questo per mettere maggiormente in risalto, appunto, la misericordia di Dio – ma il versetto sette, comunque, esiste nella scrittura, e io ve lo leggo, anche se sembra un po’ contraddire quello che abbiamo detto fino adesso. Comincio dal verso sei: "Il Signore passò davanti a lui proclamando: ‘Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per migliaia di generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione’". Ecco, questa ultima frase sembra contraddire, un po’, quello che è stato detto finora della misericordia di Dio, quello che il Signore stesso ci ha affermato di sé.

Dobbiamo ricordare una cosa, anzitutto: "peccato" deriva dal latino "peccus" che significa un uomo dal piede storpio, che quindi va soggetto facilmente a delle storte, forse si può procurare delle slogature, delle lussazioni, facilmente cade (potrebbe cadere in un fosso, in un burrone)…, tutti guai che uno non va a cercare di proposito. Ecco, un po’, il nostro peccato, il nostro errore: è anche frutto di grande ignoranza, di visione corta della realtà; non per nulla Gesù, dall’alto della croce – voi sapete che Gesù è morto in croce per riparare il nostro peccato – ebbene, dall’alto della croce dice: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". Cioè, c’è una mancanza di conoscenza, c’è un errore; e Gesù non solo muore per i nostri peccati, ripara i nostri peccati, ma in certo senso li scusa. E allora qual è il castigo che Dio dà?

Il castigo lo possiamo trovare se pensiamo all’opera di Dostoevskij "Delitto e castigo"; cioè il delitto è anzitutto un castigo per colui che lo compie, perché il rimorso, il senso del proprio fallimento, la disperazione che prende colui che ha fatto dei grossi delitti, che ha ucciso, rapinato, che ha creato disordine…, questo è il peggiore castigo che uno porta dentro di sé; e questo castigo, in realtà, si riversa, si riverbera, anche sulla propria famiglia, se non altro, immediatamente, ma forse anche per i figli e i figli dei figli, per alcune generazioni si ricorderà questo, questo male che il papà o l’antenato ha fatto. Ecco il castigo di Dio. Mentre, cioè, egli è per salvare – ce lo dice Gesù apertamente quest’oggi: "Dio ha mandato il Figlio nel mondo non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" – egli è venuto a salvarci.

Quando l’angelo del Signore ha annunziato il nome e a Maria Santissima e a San Giuseppe che cosa ha detto? "Gli porrai nome Gesù, egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". Cioè, Yeshuah, in ebraico, significa "Jahvè salva", e Gesù vuole dire questo: che egli è venuto come Salvatore, non come giudice… terribile. Erano i pagani che pensavano di dovere rabbonire la divinità attraverso dei sacrifici, di essere molto osservanti dei comandamenti della divinità per non incorrere nei suoi castighi; e consideravano le malattie, le disgrazie…, i mali anche cosmici, come un castigo di Dio. Dio, come ci è presentato dalla bibbia anche nel passo dell’Esodo che abbiamo appena letto, non è un Dio vendicativo, capriccioso, permaloso; siamo noi che siamo vittime delle nostre reazioni nervose o delle nostre emozioni troppo forti o della prepotenza dei nostri istinti; noi sì che siamo così, ma Dio no; Dio prova tenerezza per gli uomini, anche per quelli che sbagliano, perché sono fragili, e ha misericordia di tutti.

Ecco l’insegnamento che ci è dato quest’oggi. Voi sapete quante volte gli apostoli – San Paolo nelle sue lettere, San Giovanni nella sua prima lettera, San Pietro nella sua prima lettera – ci dicono che Gesù è venuto come Salvatore e che Dio ci ha amato perché ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Io vi leggo solo una di queste citazioni; la prendo dalla lettera agli Efesini: "Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati". E’ la sua grazia che ci salva, non la nostra buona volontà.

Quindi, l’insegnamento che abbiamo ricevuto quest’oggi, in questa festa della Santissima Trinità, non è soltanto il sapere della comunione che c’è tra le tre Divine Persone nel seno della Vita Divina, ma anche questa… bontà, questo amore, questa misericordia, Iddio la vuole estendere a tutti noi. Non per nulla Mosè chiede: "‘Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fà di noi la tua eredità’". Ecco, e Iddio è venuto a camminare in mezzo a noi, è venuto a perdonare il nostro peccato, è venuto a renderci suoi figli ed eredi della vita eterna, della vita stessa della Santissima Trinità. Così sia.

Sia lodato Gesù Cristo. »