Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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1.5.2005

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Domenica 1° maggio 2005

VI domenica di Pasqua (A) – II
S. Giuseppe, lavoratore
Letture:
At 8,5-8.14-17
Salmo 65:
«Grandi sono le opere del Signore.»
1Pt 3,15-18
Gv 14,15-21

Domenica 1° maggio 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)

« Il fatto raccontato nel libro degli Atti [degli apostoli – n.d.r.], questa mattina, è conseguenza della persecuzione che avvenne dopo la uccisione di Santo Stefano, il primo martire.

Il sinedrio se la prese con gli Ellenisti. Vi ricordo la differenza che, credo, aver già accennato. Tra i cristiani, tutti Ebrei, c’erano però quelli che si chiamavano Ebrei perché erano indigeni, cioè facevano parte... abitavano in Giudea, leggevano la bibbia in ebraico, erano ancora fedeli alle pratiche religiose che si compivano nel tempio (frequentavano spesso il tempio, anzi, quotidianamente sentivano la catechesi degli apostoli nel tempio); e vi erano gli Ellenisti, cioè quegli Ebrei che appartenevano alla diaspora, che venivano da fuori, e ormai parlavano la lingua greca, avevano studiato e letto la lingua bibbia in greco, e non erano più così ligi alle tradizioni dei padri.

Il sinedrio vede in questi cristiani ellenisti un pericolo. Del resto lo ha dimostrato per loro Stefano. E allora perseguitano i cristiani, ma non tutti: gli Ellenisti. Gli apostoli, infatti, e quelli di lingua ebraica o aramaica non sono perseguitati e rimangono in Giudea; gli Ellenisti, invece, si propagano fuori della Giudea, vanno presso dei parenti, degli amici, però questa è l’occasione per divulgare il vangelo di Cristo.

In realtà, dobbiamo dire, per circa sei anni gli apostoli stessi si erano limitati a predicare Gesù Cristo a Gerusalemme e nelle città vicine, quelle della Giudea. Non avevano ancora capito bene quello che aveva detto loro Cristo, proprio il giorno dell’ascensione al cielo: "Voi mi sarete testimoni a Gerusalemme, nella Giudea, nella Samaria e fino agli estremi confini della terra"; invece si erano limitati a predicare il vangelo lì. La persecuzione dà loro l’occasione, se non agli apostoli ad altri cristiani, di predicare, cominciare a predicare il vangelo anche altrove.

Nel brano che noi abbiamo letto questa mattina si parla del diacono Filippo – è uno dei sette diaconi – il quale si porta in Samaria e predica il vangelo: "Le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva". Certo, aveva un metodo pedagogico molto convincente, quello dei miracoli, però erano affascinati anche dal vangelo di Gesù.

Io faccio allora le prime osservazioni. La prima osservazione è questa. Si potrebbe dire con un proverbio popolare: non tutto il male vien per nuocere. Non dobbiamo pensare che la persecuzione, l’emarginazione, il sarcasmo, il mettere da una parte i cristiani, sia sempre un fatto nocivo soltanto per cristiani. Certo, lì per lì sì, perché nessuno di noi desidera la persecuzione e tantomeno la morte, però l’esperienza ci dice che proprio in queste occasioni il vangelo rifiorisce. Tertulliano all’inizio del terzo secolo – quindi circa milleottocento anni fa – aveva espresso questa idea con una frase che è rimasta memorabile: "Sanguis martyrum semen cristianorum est" (il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani).

Anche oggi, qui da noi, nell’occidente, diciamo, con una parola abbastanza vaga, però che dice la realtà in cui viviamo noi, c’è molta avversione da parte della cultura contemporanea verso la fede, però non c’è una vera e propria persecuzione. Il cristianesimo è in calo, almeno come partecipazione religiosa, è in calo; non possiamo dire niente a riguardo della fede perché la fede è una realtà interiore che sfugge alle statistiche, però come partecipazione alle pratiche religiose il cristianesimo, qui da noi, è in calo. Dov’è in crescita? Nei paesi poveri. Nei paesi poveri, dove i missionari e tanti volontari si danno da fare per procurare cibo, vestito, alloggio, salute, istruzione, a quelle popolazioni, e dove tante volte anche sono perseguitati dal potere politico di quei luoghi, quindi abbiamo abbastanza spesso, comunque tutti gli anni, dei martiri, lì il cristianesimo è in aumento, sta fiorendo, sta dando frutti notevoli.

Ma voi guardate anche la nostra situazione. Ad esempio adesso c’è il referendum per la procreazione medicalmente assistita, contro la legge 40. Non è vero che questo ci ha indotto, intanto, a chiarire a noi stessi le idee? E poi forse a farle propaganda, perlomeno tra amici, parenti... Cioè, tante volte è proprio l’opposizione che mette i cristiani nella situazione di fare propaganda per le loro idee. Quindi, ringraziamo Dio se delle volte la sofferenza personale ci induce a maggiore riflessione e spiritualità, e se le persecuzioni, le emarginazioni, gli insulti, che vengono da fuori inducono più facilmente i cristiani a rendere ragione della speranza che è in loro.

Ma poi un’altra osservazione che io faccio al riguardo è questa: Filippo – il diacono di cui parla la lettura di oggi – per sei anni ha frequentato la catechesi degli apostoli, che gli apostoli tenevano normalmente sotto il portico di Salomone nel tempio di Gerusalemme, a tutti i cristiani, a tutti coloro che volevano sentire. Questa catechesi, durata sei anni, oltre la vita di comunità: l’Eucaristia che celebravano nelle case, la preghiera insieme, il pasto in comune, l’essere un cuor solo, un’anima sola, l’ha preparato ad essere capace di testimoniare, predicare e testimoniare il vangelo, anche in Samaria. Anche noi dobbiamo prepararci così; non possiamo essere pronti a testimoniare Cristo se prima non ci siamo innamorati di lui; se prima non l’abbiamo conosciuto bene; se prima non abbiamo fatto esperienza del suo amore, e della preziosità della sua grazia; se prima non abbiamo capito che lui solo è la risposta a tutti i quesiti dell’animo e del cuore umano.

San Pietro, nella seconda lettura di oggi, lo dice chiaramente: "Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi." – noi dobbiamo essere pronti, e dobbiam prepararci per essere pronti – "Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto"; mi piace quest’inciso, cioè noi non dobbiamo mai avere la presunzione di imporre agli altri il nostro credo, anche se sappiamo essere quello vero; dobbiamo però sempre avere il coraggio di proporlo, questo sì; e questo tante volte ci manca.

Ma poi veniamo alla seconda parte della lettura di oggi, della prima lettura. La seconda parte è il testo più esplicito, più chiaro, di tutto il nuovo testamento sul sacramento della cresima (l’avrete forse notato anche voi). Lo rileggo: "Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni. Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo".

Vedete che anche allora facevano più o meno quello che facciamo oggi: oggi cosa fanno i preti e i parroci? Istruiscono nella fede i ragazzi (normalmente oggi ricevono la cresima da ragazzi, ma anche gli adulti quando si tratta di adulti), li battezzano, e poi, quando ritengono che sono pronti, mandano a chiamare il vescovo il quale viene, impone le mani, invoca lo Spirito Santo e conferisce il sacramento della cresima. Così han fatto gli apostoli allora. Cioè, Filippo li ha istruiti nel vangelo, li ha battezzati, poi son venuti gli apostoli a invocare lo Spirito Santo su di loro. Veramente lo Spirito Santo noi lo riceviamo in tutti i sacramenti, non è che sia solo la cresima che ci dà lo Spirito Santo, ma nella cresima riceviamo un dono particolare dello Spirito Santo.

Ieri sera noi abbiamo parlato, commentando il vangelo, dello Spirito che è paraclito – consolatore, paraclito, meglio – e Spirito di verità; oggi vi ricordo quello che ci dice San Paolo nella prima ai Corinzi, nel capitolo dodicesimo: che lo Spirito attrezza ciascuno di noi con dei doni particolari perché siamo in grado di svolgere il nostro ruolo nella chiesa e nel mondo. San Paolo in quell’occasione fa l’esempio del corpo e dice: "Come nel corpo non tutto è occhio, non tutto è piede..., non tutto è cuore, non tutto è udito..., altrettanto avviene nel corpo di Cristo che è la chiesa". Ci sono delle parti più o meno importanti – questo sì – però ciascuno ha un ruolo da compiere.

Ecco, nella cresima ci viene data la vocazione a testimoniare il vangelo di Cristo, e lo Spirito Santo ci attrezza, come ho detto prima, dandoci quei doni particolari che fanno sì che uno possa poi rendere testimonianza; perché – voi capite – altro è fare il prete, altro è fare la monaca, altro è fare il missionario, altro è fare il medico o paramedico, altro è fare l’insegnante, l’educatore, altro sposarsi, fare i genitori...., ci sono... senza contare quelli che hanno dei carismi straordinari, veramente, che si impongono in qualche modo anche alla considerazione di tutti. Ciascuno di noi ha un modo diverso di rendere testimonianza al vangelo di Cristo; tutti siamo chiamati a rendere questa testimonianza, però c’è modo e modo di rendere questa testimonianza.

Gesù Cristo, nella conversazione con gli apostoli, tenuta nell’ultima cena, in occasione dell’ultima cena, di cui abbiamo letto una parte, una piccola parte, nel vangelo di oggi, ma più avanti, in questa conversazione dice che lo Spirito Santo renderà testimonianza a lui, e aggiunge: "Anche voi mi renderete testimonianza"; e, come ho ricordato prima, il giorno dell’ascensione dice: "Riceverete forza dallo Spirito, dall’alto, e mi renderete testimonianza a Gerusalemme, nella Giudea, in Samaria e fino agli estremi confini della terra".

Ecco, noi siamo chiamati a dare questa testimonianza a Cristo, ciascuno in un modo tutto personale, secondo i carismi e i doni ricevuti, secondo il ruolo, secondo la sua vocazione, ma tutti siamo chiamati a rendere testimonianza al vangelo di Cristo.

Sia lodato Gesù Cristo. »



 

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