Domenica 20 febbraio 2005
| II domenica di quaresima (A) – II |
| S. Ulrico |
| Letture: |
| Gn 12,1-4a |
| Salmo 32: «Donaci, Signore, la tua grazia: in te speriamo.» |
| 2Tm 1,8b-10 |
| Mt 17,1-9 |
Domenica 20 febbraio 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Noi meditiamo quasi esclusivamente sulla prima lettura. Voi ragazzi avete il messalino davanti? Prendetelo, se l’avete comodo, se no state ad ascoltare che è uguale, non andate là in fondo a prendere il messalino.
La prima lettura di chi ha parlato? … Ah, non lo sapete? … Sono a pagina centosei … "Abram" (risposta di un bambino – n.d.r.) Eh? Di Abramo. Abram che dopo dal Signore sarà poi chiamato Abramo. Abram vorrebbe dire "grande padre": Abramo, padre di molti, perché, appunto, come dice qui il testo "In lui si diranno benedette tutte le famiglie della terra", cioè tutti gli uomini, tutte le genti, tutte le nazioni.
Di che cosa parla di Abramo? Della sua vocazione. Della sua vocazione. Cosa vuol dire vocazione? … "La sua chiamata" (risposta di un bambino – n.d.r.). Della sua chiamata, bravo (Sebastiano sai di latino), della sua chiamata. Dio chiama Abramo. Senza tanti preamboli. Guardate, nei primi undici capitoli della bibbia, l’autore sacro aveva parlato della situazione di peccato in cui si trovava l’umanità: il peccato di Adamo ed Eva che è stato un peccato di individualismo, di egoismo, volere scegliere da sé quello che è bene e quello che è male; il peccato di Caino, che è stato un peccato di invidia e di violenza; il peccato degli uomini al tempo del diluvio universale, che era un abuso specialmente dell’istinto sessuale, gli uomini prendevano per moglie tutte quelle che volevano… molte e… quindi un abuso, proprio, il libero amore, diciamo così, quello che poi sarà chiamato libero amore; e, appena prima della chiamata di Abramo, la torre di Babele con cui gli uomini cercavano di raggiungere il cielo, cioè di raggiungere la grandezza di Dio con le proprie forze: la superbia.
Ecco è una situazione di peccato quella dell’uomo, e allora Dio interviene. Col capitolo dodici (siamo ai primi versetti del capitolo dodici della Genesi) comincia la storia della salvezza, cioè nella storia dell’uomo si innesta Dio. Siamo a circa quattromila anni fa. Iddio interviene e chiama questo uomo: Abramo.
Perché lo chiama? … "Perché gli dice che deve andare via" (risposta di un bambino – n.d.r.). Deve andare via, ma deve andare via perché deve compiere una missione: "in lui tutte le genti saranno benedette". Abramo voi sapete che è il capostipite… di che razza, di che popolo? … "Ebrei" (risposta di un bambino – n.d.r.). Gli Ebrei, ed è anche considerato il padre dei credenti, quindi venerato come capo spirituale, diciamo… no… l’origine, delle altre due religioni oltre quella ebraica: la cristiana e la musulmana; tutti veneriamo Abramo come padre della fede. Quindi è una grande vocazione quella di Abramo, eh?
Beh, a noi cosa interessa la vocazione di Abramo? Noi siamo chiamati – anche noi – da Dio? La vocazione è una cosa che riguarda solo Abramo o i grandi personaggi nella storia della salvezza, o riguarda anche tutti noi? Vi leggo una frase che c’è nella seconda lettura di oggi: "Egli infatti…" – Dio – "… ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia". Allora, tutti siamo chiamati? … "Sì" (risposta di un bambino – n.d.r.). Sì, tutti siamo chiamati; tutti abbiamo la nostra vocazione. Certo, ci sono delle vocazioni più importanti e di quelle meno importanti, però tutti siamo chiamati da Dio. Tutti siamo chiamati, se non altro, ad essere santi; però diventiamo santi se realizziamo la nostra vocazione.
San Paolo, nel capitolo dodici della prima lettera ai Corinzi, spiega questo con l’esempio del corpo e dice che noi siamo come il corpo di Cristo: come nel corpo ci sono varie membra, così nella chiesa ci sono varie funzioni, vari ruoli da compiere; e come nel corpo non tutto può essere occhio, non tutto può essere mano, non tutto può essere cuore, non tutto può essere sangue… altrettanto nella chiesa di Dio ci sono varie funzioni, vari ruoli da compiere. Può l’occhio dire alla mano: "Tu non centri, tu non ci vedi niente, tu non fai parte del corpo"? No. Tutti siamo necessari. Il nostro corpo è formato di circa centomila miliardi di cellule. Le cellule, che sono già come una piccola specie di industria automatizzata, quindi già completa in sé stessa, compiono il loro ruolo e fanno sì che tutto l’organismo stia bene.
Se tutte le cellule stanno bene, tutto l’organismo sta bene; quindi da un lato noi troviamo la nostra felicità personale a realizzare la nostra vocazione, dall’altro aiutiamo tutti gli altri, specialmente nella chiesa, a stare bene, a realizzare il corpo di Cristo, il santo corpo di Cristo, la santa chiesa.
Proviamo a nominare qualcuna di queste vocazioni che ci sono adesso? … Io cosa faccio? … "Il prete" (risposta di un bambino – n.d.r.). Il prete. Il prete è una vocazione? Sì. Mi diceva monsignor Bonacini, che è stato anche parroco a Correggio – qualcuno tra i più vecchi lo ricorderà – che quando studiava in seminario a Roma c’era un suo compagno che si chiamava Erborio (un nome un po’ strano, Erborio) e aveva comprato un berretto, sapete quei berretti che portano in testa delle volte i preti o i vescovi, no? I preti l’hanno nero, i vescovi l’hanno tutto rosso; e lui aveva comprato quello da vescovo, e lo teneva sul suo tavolo e poi diceva a sé stesso ogni tanto: "Erborio lo vuoi? Studia e prega!". Cioè, se vuoi diventare vescovo devi studiare e pregare. Si vede che sentiva la vocazione da vescovo. E, di fatto, è diventato poi vescovo, e anche un bravo, un santo vescovo, il bello è qui, eh? Quindi, ecco, la sua vocazione era quella.
Ma poi ci sono altre vocazioni. C’è chi va in un convento… ad esempio le suore cappuccine, per fare l’apostolato della preghiera: loro passano la vita pregando per tutti noi e per tutta la chiesa, per tutto il mondo; ci sono quelli che soffrono e fanno l’apostolato della sofferenza; ci sono quelli che assistono quelli che soffrono: i medici, i paramedici, volontari vari, e questi esercitano la carità in questo modo; poi ci sono gli insegnanti; poi ci sono i genitori, c’è chi ha la vocazione di fare il genitore, no? Tutti abbiamo la nostra vocazione. La vostra vocazione ragazzi, adesso, qual è? Quella di prepararvi alla vita e di studiare a modo che cosa Dio vuole da voi. Quindi bisogna che preghiate il Signore che vi illumini, che ve lo faccia capire.
E poi, dopo, da che cosa capiamo la nostra vocazione? … Beh, intanto da quello che desideriamo. Cioè, io desideravo già da piccolo fare il prete. Pensate che predicavo già che avevo sei–sette anni, e le mie sorelle erano tutte lì davanti, con un fazzoletto in testa, tutte compunte – in casa, naturalmente, no? – che ascoltavano la mia predica. Quindi, intanto c’è il desiderio profondo; poi il Signore ci da le capacità di cui abbiam bisogno per svolgere bene quel ruolo che dovremo svolgere nella vita. Delle volte ci dà anche dei segni straordinari. Non dobbiamo aspettarci sempre questi segni straordinari come è avvenuto per Abramo, come è avvenuto per Pietro, Giacomo e Giovanni che sono saliti sul monte – avete sentito quest’oggi dal vangelo – e là han visto Gesù trasfigurato; ma voi capite: Pietro, Giacomo e Giovanni dovevan diventare i principali apostoli del Signore, quindi per forza il Signore li ha trattati in un modo speciale, no? Però delle volte i segni li dà anche a noi, sapete? Li dà anche a noi. Quindi noi comprendiamo…
Quello che dobbiamo non fare è quello che dice San Pietro a Gesù. Cosa dice San Pietro a Gesù sul monte? … "E’ bello…" – dite pur forte – "E’ bello per noi stare qui". Cioè, godeva talmente della visione del Cristo trasfigurato, Mosè ed Elia vicini a lui, era tanto contento che avrebbe voluto continuare sempre così. Il Signore ci dà le gioie per seguire lui però soprattutto chiede dell’impegno. Chiede dell’impegno, sì.
C’era un bambino – lo chiameremo Eustichio, tanto per non confonderlo con nessuno, eh? Eustichio era il fratello di Eustachio, sapete, quello delle trombe, eh? – aveva grande passione per la matematica, per la fisica, per le applicazioni tecniche, per l’educazione fisica, però storia, geografica, le lettere, non gli interessavano, non gli interessavano. E allora che cosa faceva? Dopo il pranzo, venuti a casa dalla scuola, vero, diceva: "Io vado un po’ a giocare lì giù, perché dopo tante ore di scuola io sono stanco, bisogna che vada un po’ a giocare", e andava a giocare al pallone. Poi veniva su e studiava bene la matematica, e studiava tutte queste cose; arrivato sotto sera diceva: "Basta, io sono stanco. Adesso guardo un po’ la televisione. Studierò poi l’italiano dopo cena". Dopo cena era stanco e andava a letto. Andava a letto sperando che andasse bene poi a scuola. Invece cosa è successo? Che un mattino a scuola l’insegnante di lettere lo chiama e gli chiede anzitutto geografia:
– "Mi sai dire qual è la capitale del Madagascar?"
Voi lo sapete qual è la capitale del Madagascar? No. All’ora l’insegnante ha cominciato a suggerirgli qualcosa.
– "An…"
– "Ancona!"
– "No, Ancona è una città italiana, il capoluogo delle Marche. La capitale del Madagascar: Anta…"
– "Antartide!"
– "Ma Antartide è un continente, non è una città! Antana…"
Stava lì…
– "Antanana…"
– "Ah, Antananà! Sì, Antananà."
– "Antananari…"
– "Antananarì! Sì è Antananrì."
– "Antananarivo! E’ la capitale…"
– "E, lo sapevo, l’avevo lì sulla punta della lingua."
– "Tira fuori la lingua. … No, non c’è niente lì sopra la lingua."
Allora vuol dire che non lo sapeva.
– "Passiamo alla storia. Mi parli di Carlo Magno? Perché si chiamava Carlo Magno?"
– "E, forse perché magnava… perché era un mangione."
– "Ah! Andiamo all’italiano: Dante Alighieri. Chi è Dante Alighieri, cosa ha fatto Dante Alighieri."
– "E’ quello che ha scritto la Divina commedia."
– "Ah, bravo! E cos’è la Divina commedia? E’ una commedia come quelle che ha scritto… Goldoni, Molière, Shakespeare… così…?"
– "Sì, è una commedia!…"
– "Mmm, vai al posto. Quattro più. Ti do il più perché hai saputo dire che Dante Alighieri ha scritto la Divina commedia (non ci vuole mica molto ad arrivare fino lì, però…), se no ti davo quattro."
Secondo voi Eustichio era contento dopo? … "No" (risposta di un bambino – n.d.r.). No. Vedete? Se avesse studiato un po’ di più, dopo era più contento. E succede sempre così nella vita. Io credo che se lo chiedessi ai grandi… tutti siam pentiti di non avere fatto tutto quello che potevamo fare, perché varremmo di più; e sarebbe una soddisfazione per noi e sarebbe una capacità maggiore di aiutare gli altri.
Allora abbiamo parlato della vocazione di Abramo, eh? Però io bisogna che aggiunga qualcos’altro.
Per Abramo è stato facile seguire la sua vocazione? … "No" (risposta di un bambino – n.d.r.). Guardate, aveva settantacinque anni quando è stato chiamato, cioè gli anni che ho io. Se mi dicessero: "Guarda, prenditi su e va’ in Congo perché là c’è bisogno di te", beh, farei molta fatica. Certo che se mi apparisse proprio Domine Dio… può darsi che forse… […] non so, però farei molta fatica. Farei fatica anche se mi dicesse semplicemente: "Prenditi su da Mandriolo e va’ parroco a Carù" – Carù è un paese della nostra montagna, esiste davvero, però… – farei fatica; perché a settantacinque anni lasciare la propria casa, la propria patria, il proprio paese… E poi è andato senza sapere… dice il testo dopo che andava senza sapere dov’era diretto! San Paolo, addirittura, nella lettera ai Romani dice che "sperò contro ogni speranza", cioè contro ogni logica di speranza, insomma, no? E ha ubbidito.
Dio, però, gli aveva promesso due cose che qui esplicitamente non ci sono. Dice: "In te, nella tua discendenza saranno benedette…", però gli aveva promesso: una discendenza – era senza figli – cioè gli aveva promesso una discendenza, e gli aveva promesso una terra; quindi pur essendo ricco Abramo – pensate che aveva migliaia e migliaia di ovini, di cammelli, eccetera… aveva trecento dipendenti, trecento servitori, quindi era ricco, no? Ma, una ragione di più per stare a casa sua tranquillo, e basta; invece no, va – va per avere una terra, per avere un figlio, un discendente, sebbene a settantacinque anni era già difficile avere un figlio. Il figlio sapete quando lo ha avuto? A cento anni! E sua moglie ne aveva novanta, quindi proprio fuori completamente dall’ordine della natura, però ha sempre creduto in Dio e ha sempre aspettato. E la terra sapete quando l’ha avuta? Quattrocentotrenta anni dopo! Lui era già morto, lui, i suoi figli, i suoi nipoti… cioè i discendenti di Abramo l’hanno avuta quattrocentotrenta anni dopo.
Dio ha mantenuto le sue promesse, ma le mantiene facendo soffrire, facendo aspettare parecchio, delle volte, eh? E Abramo perché è grande, allora? Non solo perché è stato chiamato da Dio, ma perché ha avuto… cosa ha avuto in Dio? … fe… fe–de, fe–de, grande fede, infatti è chiamato il padre dei credenti. Ha avuto fede nella parola di Dio! Una fede cieca, radicale, assoluta; ha sempre creduto a quello che Dio gli chiedeva. Una fede… una fede che diventa poi anche obbedienza; perché "obbedienza", dal latino è "ob audire", cioè "udire per", udire per mettere in pratica quello che ha sentito, eh? Quindi non si ferma solo ad ascoltare, ma mette in pratica quello che ha sentito; questa è la fede vera: l’obbedienza della fede.
Allora, noi bisogna che una volta ancora facciamo un po’ di esame di coscienza: se ascoltiamo la parola di Dio, come la ascoltiamo e come la pratichiamo. Vi leggo un breve pensiero da questa lettera apostolica "Mane nobiscum Domine", che è la lettera mandata dal papa in occasione dell’anno eucaristico che stiamo celebrando; e dice, a riguardo della liturgia della parola:
"A quarant’anni dal Concilio, l’Anno dell’Eucaristia può costituire un’importante occasione perché le comunità cristiane facciano una verifica su questo punto. Non basta infatti che i brani biblici siano proclamati in una lingua comprensibile, se la proclamazione non avviene con quella cura, quella preparazione previa, quell’ascolto devoto, quel silenzio meditativo, che sono necessari perché la Parola di Dio tocchi la vita e la illumini".
Il Signore ci aiuti in questa quaresima a leggere, meditare e praticare di più la parola di Dio. Così sia.
Sia lodato Gesù Cristo. »
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