Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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2.1.2005

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Domenica 2 gennaio 2005

II domenica dopo Natale (A) – II
Letture:
Sir 24,1-4.8-12
Salmo 147:
«Il Verbo si è fatto carne
e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.»
Ef 1,3-6.15-18
Gv 1,1-18

Domenica 2 gennaio 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)

« Questa domenica si può dire che nelle feste natalizie, che vanno dal Natale al Battesimo di Gesù, è l’infima festa, la più piccola, eppure la liturgia ci ha fatto leggere due tra le più belle pagine di tutta la sacra scrittura: il prologo della lettera di San Paolo agli Efesini e il prologo del vangelo di Giovanni.

Io però parto dalla prima lettura che è tratta dal libro del Siracide. Il Siracide – un uomo saggio di Israele – scrive queste cose circa duecento anni avanti Cristo e, personificando la sapienza (che di per sé noi la pensiamo come una qualità divina e non come una persona, no?), personificando la sapienza, mette sulla sua bocca quelle espressioni che noi abbiamo letto.

Io parto ancora da più lontano, perché prima della sapienza divina dobbiamo ricordare che c’è anche una sapienza umana; allora leggo dalla prima ai Corinzi: "E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini"; e più avanti dice ancora San Paolo: "Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio". Allora c’è anche una sapienza mondana, o carnale, che non è sapienza divina, anzi, San Paolo ci dice con chiarezza che la stoltezza di Dio è più sapiente della sapienza degli uomini.

Qual è questa sapienza degli uomini? E’ anzitutto quella di pretendere di conoscere e comprendere tutta la verità e si ritiene vero solo quello che si riesce a conoscere e capire. Questa è la prima forma di stoltezza, che è espressione di boria, di superbia, da parte dell’uomo che è una creatura. Ma poi c’è anche un’altra sapienza umana (quando San Paolo dice "sapienza della carne" intende dire sapienza naturale, insomma, e tante volte non è una cosa sbagliata; può essere disonesta se i mezzi sono disonesti): è quella astuzia, quella furbizia, quella diplomazia con cui tante volte noi uomini cerchiamo di fare i nostri affari, di raggiungere posizioni di potere o di prestigio… ecco anche questa è sapienza umana; è sapienza naturale, terra–terra.

Contro questa sapienza c’è la sapienza di Dio. La sapienza di Dio ve la leggo da un discorso di Mosè al popolo quando sta per entrare nella terra promessa (Deuteronomio 4:5 – n.d.r.). "Vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore mio Dio mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso. Le osserverete dunque e le metterete in pratica perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente. Infatti qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E qual grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislatura che io oggi vi espongo?"; e poco più avanti dice ancora: "O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri occhi? Tu sei diventato spettatore di queste cose, perché tu sappia che il Signore è Dio e che non ve n’è altri fuori di lui. Dal cielo ti ha fatto udire la sua voce per educarti".

Quando il libro del Siracide ci dice che la sapienza ricevuta da Dio ha quest’ordine: "Fissa la tenda in Giacobbe, prendi in eredità Israele", cosa vuole dire? Che la sapienza divina si è manifestata soprattutto in Israele, e credo che quelle due cose che abbiamo letto or ora nel discorso di Mosè sono… l’espressione forse massima della sapienza di Israele (non sono certamente l’unica), cioè: il monoteismo e la legge morale che Israele ha insegnato a tutti i popoli.

Il monoteismo: che c’è un solo Dio, un unico Dio il quale è infinito; è l’Essere da cui prendono esistenza e vita tutte le cose che esistono nell’universo. E’ unico Iddio. Non ci sono più dei, come si credeva da parte di tutti gli altri popoli nell’antichità. E nello stesso tempo ha insegnato la legge morale. Il decalogo è oggi studiato non solo dall’ebraismo, ma dal cristianesimo, dall’islam, dal buddismo, dal taoismo… e forse tante altre forme religiose, perché si è riconosciuto da parte degli uomini, da parte dei capi religiosi, che realmente la moralità è il fondamento della vita umana, perché ci insegna la libertà, la responsabilità e la socialità, e quindi è il fondamento. Questa è la sapienza di Israele che è stata insegnata a noi.

Però i primi cristiani, da queste espressioni che abbiamo letto nella prima lettura di oggi e da altre che si trovano nel libro della Sapienza – un altro libro sapienziale, appunto, del vecchio testamento – hanno tratto una conclusione: quella sapienza che è uscita dalla bocca dell’Altissimo, che esisteva già prima che Dio creasse i secoli e il mondo e che per tutta l’eternità non verrà mai meno e che ha posto la sua "tenda in Giacobbe" (in Israele), non è il Verbo di Dio? Il Verbo di Dio, infatti, prima di essere parola è pensiero di Dio, è la sapienza, quindi, di Dio.

Dal nuovo testamento, dalla rivelazione di Gesù veniamo a sapere che c’è un Figlio nel seno del Padre e che quel Figlio è lo stesso pensiero, la stessa parola, la stessa sapienza del Padre. Il quale (Figlio) è venuto tra noi: "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi", abbiamo letto nel vangelo. "Venne ad abitare" è una traduzione che esprime bene il pensiero del greco da cui deriva; nel greco però sarebbe così: "e pose la sua tenda in mezzo a noi".

Anche nei vetri che abbiamo messo nella bussola, là in fondo, io ho fatto mettere queste parole anche se sono state scambiate: "il Verbo si è fatto carne", là avrebbe dovuto essere espressa la Madonna, cioè nel seno di Maria, l’annunciazione (che è il titolo della chiesa), "il Verbo si è fatto carne e pose la sua tenda fra noi", lì avrebbe dovuto esserci l’emblema eucaristico, anche perché in latino "tenda" si dice "tabernacolum", "ha posto il suo tabernacolo tra noi".

Allora, la sapienza degli Ebrei è diventata, nel nuovo testamento, il Figlio di Dio che si è incarnato e ha posto il suo tabernacolo, la sua tenda, fra noi. Qual è questa sapienza? Ce l’ha insegnata San Paolo nella prima ai Corinzi che abbiamo letto prima: è la sapienza della croce, che è stoltezza per i pagani, scandalo per gli Ebrei. Infatti dice che venne tra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto. Perché la sapienza che ci insegna Gesù è la sapienza dell’amore; e l’amore richiede umiltà, abnegazione, disponibilità, generosità, e non sono cose sempre facili da avere. Ecco perché molti non l’hanno ricevuto. Eppure ci ha insegnato che questo è il senso vero della vita. E se noi lo accogliamo, a quelli che l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, anzi, San Paolo, proprio questa mattina, nella seconda lettura, ci ricorda che già prima della creazione del mondo Iddio ci aveva scelti per essere santi e immacolati nell’amore, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi. Ci ha scelti per questo, perché noi fossimo a gloria della Sua grazia.

Noi nel vangelo abbiamo letto che abbiamo visto la Sua "gloria come di unigenito dal Padre", ma abbiamo anche letto che "dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia"; e se noi, allora, seguiamo Cristo sulla via della croce, se volete chiamarla così, sulla via dell’amore, allora saremo non solo degni di essere chiamati figli di Dio ma godremo la gloria di Dio. Ecco perché San Paolo, nel brano che abbiamo letto stamattina, nel prologo agli Efesini, dice: "ricordandovi nelle mie preghiere, perché il Dio del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi".

E’ la preghiera che facciamo al Signore questa mattina: di conoscerne la sapienza che ci viene da Cristo. Cristo si è fatto per noi sapienza, redenzione e santificazione, dice San Paolo nella prima ai Corinzi. Che lo sia anche per noi.

Sia lodato Gesù Cristo. »



 

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