Sabato 1° gennaio 2005
| Maria Ss. Madre di Dio (A) – P |
| Letture: |
| Nm 6,22-27 |
| Salmo 66: «Dio ci benedica con la luce del suo volto.» |
| Gal 4,4-7 |
| Lc 2,16-21 |
Sabato 1° gennaio 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Nel porgere a voi questa riflessione mi riferisco alla prima lettura (che, tra l’altro, è la prima lettura dell’anno!) e al messaggio del papa per la giornata mondiale della pace, che dice, prendendo una frase da San Paolo, "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male".
Direi che il "mercato" delle benedizioni e delle maledizioni, delle fatture, dei malefici, dei malocchi, delle magie varie, è un mercato che è ritornato abbastanza fiorente anche qui da noi. Certo, mai come ai tempi di Mosè e di quando fu scritto il libro dei numeri. Allora si credeva veramente alla parola e all’efficacia della parola, per cui se uno benediceva, l’altro veniva benedetto; se malediceva, si augurava il male, gli veniva del male. Questa parola poi aveva una particolare efficacia se era pronunciata da certe persone che sembravano dotate di poteri sovrumani e se pronunciavano queste parole magari in un contesto di gesti, di riti, un po’ misteriosi.
Certo la parola di Dio era assolutamente efficace, e quindi se Dio benediceva, uno veniva benedetto; se malediceva, veniva maledetto. Anche se dobbiamo dire che nella bibbia si trovano moltissime benedizioni di Dio; pochissime maledizioni. E anche le maledizioni sono da intendere bene: non è tanto Dio che maledice e il male, quindi, deriva all’uomo dalla maledizione di Dio; piuttosto Iddio mette in guardia che, se qualcuno fa il male, questo male gli ricade sopra, come dice il libro del Siracide, ecco.
La benedizione, poi, presso gli Ebrei era essenzialmente quasi sempre un augurio di "shalom": un augurio di pace. Anche nel testo dei numeri che abbiamo letto, per tre volte si nomina Jahvè, un nome ineffabile che solo i sacerdoti potevano pronunciare, e per pronunciare delle benedizioni; non potevano nominarlo per pronunciare delle maledizioni in nome di Dio. E cosa dice il testo?: "Ti benedica il Signore e ti protegga". Lo dicono tre volte e ci sono sempre due cose dette in ogni benedizione: "ti benedica" e "ti protegga". "Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace". Era la benedizione tipica che i sacerdoti ebrei pronunciavano sul popolo tutte le sere; al termine delle liturgie nel tempio il sacerdote veniva fuori dal santuario e, sul popolo radunato nel cortile del tempio, pronunciavano questa formula di benedizione. Quello che auguravano, però, anche a riguardo della pace era: sì, sì, la pace delle armi, ma soprattutto era il benessere, i buoni raccolti, la salute... tutti questi valori che..., che sono veri valori, perché anche noi continuiamo a valutarli molto questi, però sono valori molto temporali, terra–terra, riguardanti la nostra vita naturale.
Sono diverse, invece, le benedizioni che noi troviamo nel nuovo testamento. Voi ricorderete le parole di Zaccaria, il papà di Giovanni Battista, che dice: "Benedetto sia Iddio di Israele che ha visitato e redento il suo popolo", e ancora più forse ricorderete l’inizio della lettera agli Efesini: "Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale in Cristo". Ecco, mi fermo qui per dire che le benedizioni che noi troviamo nel nuovo testamento riguardano la nostra salvezza dal peccato e dalla morte, la nostra redenzione definitiva; riguardano una benedizione spirituale, cioè una benedizione nello spirito, che ci ha resi figli adottivi di Dio; riguardano, quindi, una vita soprannaturale ed eterna. Questa è la benedizione che Gesù stesso ci ha portato.
Se, da un lato, con le benedizioni si augura che Dio benedica noi, anche noi siamo chiamati a benedire Dio, a benedire Dio di tutto il bene che ci fa, di tutto quello che di bene ha messo nella nostra vita, ricordando, anche, tra l’altro, ripeto in questa occasione, che quello che ci dà ha una sua consistenza, una sua sussistenza; quello che non ci dà, tante volte, non ha una sua consistenza (supponiamo: la vita è qualcosa che esiste; la morte non è qualcosa che ha una sua consistenza metafisica, è la cessazione della vita, la morte non esiste mica); e ricordando, altresì, che è Lui il padrone, è Lui il Signore. Tutto è dono suo. Che ci dia poco, che ci dia tanto, noi dobbiamo ringraziarlo di quello che Lui ci dà, e non lamentarci di quello che non ci dà, di quello che eventualmente ci manca.
La benedizione nostra verso Dio, se noi, cioè, abbiamo l’animo grato verso Dio per il bene che ci ha fatto e ci fa e continua a farci (se non altro la continuazione della nostra vita, con tutto quello che accompagna la nostra vita, perché tutto coopera al bene di coloro che amano Dio, anche quelle cose che delle volte un po’ ci urtano), se noi benediciamo Dio dobbiamo benedire anche gli uomini, che sono figli di Dio, quindi fratelli nostri in Gesù Cristo. Ecco allora il senso, anche, del messaggio del papa, e mi rivolgo a questo... riportando alcuni pensieri che troviamo in questo messaggio. Parte, appunto, dalla frase che noi troviamo nella lettera ai Romani, al capitolo dodici, "Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male". San Paolo, appena prima, aveva detto: "Non rendere a nessuno male per male", e ancora, la frase immediatamente antecedente a quella usata dal papa: "Se il tuo nemico ha fame dagli da mangiare; se ha sete dagli da bere".
Vedete che San Paolo è proprio nella linea di Gesù Cristo, no? Che ci dice: "Amate i vostri nemici... fate del bene a quelli che vi perseguitano", che dice... "Se uno è molesto con te... ti vuole togliere il mantello, cedigli anche la tunica... Se uno ti dà una schiaffo sulla guancia voltagli anche l’altra...". Cioè, la non–violenza, di cui è stato grande campione il Mahatma Gandhi nel secolo scorso, era già stata predicata da Gesù Cristo: "Non rispondere al male con il male". Ma agire bene. Agire bene vuol dire... vuol dire... tardare ad avere gli effetti di questa bontà, ma averli con certezza. Usare la violenza, rispondere al male con il male, non fa altro che innescare una catena di male, e basta, e non risolvere i problemi.
Lo dice anche il papa ad un certo punto, dice: "La violenza è una menzogna poiché è contraria alla verità della nostra fede, alla verità della nostra umanità; la violenza distrugge ciò che sostiene di difendere: la dignità, la vita, la libertà degli esseri umani". Io aggiungo, a questo proposito, semplicemente una cosetta che dobbiamo precisare, secondo me: non usare violenza non vuol mica dire essere degli imbelli, dei codardi; noi dobbiamo vincere il male "con il bene", ma dobbiamo vincerlo il male; non dobbiamo lasciarlo divulgare e propagare e fare, senza muovere un dito, senza dir niente. Il Mahatma Gandhi, che ho ricordato prima, che cosa ha fatto? È riuscito a convincere gli Indiani ad opporsi agli Inglesi con mezzi pacifici: arrivavano le navi inglesi nei porti indiani? Nessuno degli scaricatori di porto andava a scaricare; pativano la fame, qualcuno è anche morto, perché non aveva più il lavoro..., però si sono rifiutati; nessuno comprava più i prodotti inglesi... sono andati avanti così due o tre anni e poi l’Inghilterra ha dovuto cedere e ha dato l’indipendenza nazionale all’India che non è stata più colonia inglese. Noi dobbiamo reagire così, con mezzi pacifici – e ce ne sono tanti – al male che si propaga nel mondo.
"Noi dobbiamo" – ancora un altro concetto che spiega il papa – "il bene comune". A riguardo del bene comune la "Gaudium et spes" – documento del concilio Vaticano II° – dice: "s’intende l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente". Questo è il bene comune: quello che fa sì che ciascuno si possa realizzare; ciascuna persona fisica e ciascun gruppo, ciascuna comunità. Se no, è egoismo: se uno guarda solo sé stesso, o alla propria famiglia, e non va al di là – diciamo così – dei muri della propria casa, allora non guarda più al bene comune ma guarda al bene di sé stesso, è un egoista. E per il bene comune – dice il papa – "siamo tutti impegnati".
La "Gaudium et spes", sempre per riportare anche un documento conciliare (il concilio non l’abbiamo ancora realizzato, eh, bene; qualcosa è stato fatto, ma poco ancora in confronto alle tante idee che sono contenute in documenti conciliari), "Dall’interdipendenza, ogni giorno più stretta e, poco alla volta, estesa al mondo intero, deriva che il bene comune diventa oggi sempre più universale ed implica diritti e doveri che interessano l’intero genere umano. Pertanto ogni comunità deve tener conto delle necessità e delle legittime aspirazioni delle altre comunità, anzi del bene comune di tutta la famiglia umana". È a questo che dobbiamo metterci nella testa che siamo incamminati.
Sotto questo aspetto, mi è piaciuto l’articolo che ieri è apparso su "Avvenire" del cardinal Tonini il quale vede nello tsunami (il grande evento della settimana, no?), vede un atto provvidenziale di Dio: dato che noi andiamo così a rilento a capire la necessità di solidarietà, di aiuto, di fraternità verso chi ha bisogno, ha fatto succedere una cosa che adesso mobilita tutti i governi, tutti i popoli, perché capiscano che tutti debbono intervenire. Che serva davvero a fare intervenire intanto per questa gravissima necessità di tanti popoli, ma che serva, poi..., si continui ad operare per la collaborazione, per la solidarietà, per la fraternità universale dei popoli.
Noi abbiamo lasciato morire, uccidere, ad esempio, nel Sudan, oltre due milioni e mezzo di cristiani. Chi di noi ha mandato qualcosa... ci son stati i missionari che sono andati, i missionari hanno operato eroicamente, qualcuno ci ha rimesso la vita, oltre a loro anche dei fedeli, appunto, oltre due milioni e mezzo di morti non sono una bazzeccola... però io non ho mai mandato niente. Voi avete mandato qualcosa? ... Sì? (eh, vedo che uno ha... china la testa...) Bene, però io credo che la maggior parte di noi non si sia interessata. Piange su queste cose... magari pronuncia una preghierina al Signore... tutto lì, e non facciamo nulla.
Allora noi dobbiamo imparare, anche dalla disgrazia che è capitata in questi giorni, ad essere più solidali, a rinunciare più facilmente ai nostri capricci, al di più. Il Signore non vuole che rinunciamo alla nostra vita per quella degli altri, però che rinunciamo a tutto quello che sono fronzoli, della nostra vita, per aiutare coloro che sono nel bisogno. Tenendo presente, però, che "bene comune" non è soltanto un benessere diffuso, un benessere economico, diciamo così, diffuso, ecco, non è solo quello. È tutto un valore di libertà, di dignità, che noi dobbiamo propagare nel mondo. Praticamente è quello che, da anni, predica padre Gheddo: noi dobbiamo evangelizzare il mondo. Il vangelo sarà il fermento che darà la vera civiltà all’umanità.
E allora, chiudo – perché vedo che poi il tempo passa – con le parole del papa (leggo l’ultimissima parte di questo documento): "In quest’anno dedicato all’Eucaristia, i figli della chiesa trovino nel sommo sacramento dell’amore la sorgente di ogni comunione; della comunione con Gesù Redentore, e in Lui con ogni essere umano. È in virtù della morte e risurrezione di Cristo, rese sacramentalmente presenti in ogni celebrazione eucaristica, che siamo salvati dal male e resi capaci di fare il bene. È in virtù della vita nuova di cui Egli ci ha fatto dono che possiamo riconoscerci fratelli al di là di ogni differenza di lingua, di nazionalità, di cultura. In una parola, è in virtù della partecipazione allo stesso pane, allo stesso calice, che possiamo sentirci famiglia di Dio, e insieme recare uno specifico ed efficace contributo all’edificazione di un mondo fondato sui valori della giustizia, della libertà e della pace". Così sia.
Sia lodato Gesù Cristo. »
| < Prec. | Succ. > |
|---|






