26.12.2004

Liturgia - Prediche del Don
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Domenica 26 dicembre 2004

Sacra Famiglia (A) – P
Letture:
Sir 3,2-6.12-14
Salmo 127:
«Vita e benedizione
sulla casa che teme il Signore.»
Col 3,12-21
Mt 2,13-15.19-23

Domenica 26 dicembre 2004 (messa parrocchiale ore 10.30)

« Io vi confesso che non finisco di stupirmi di non stupirmi di Gesù, dei suoi metodi, dei mezzi con cui ha cercato di realizzare la salvezza, la redenzione. Già abbiamo visto, ieri, Gesù che nasce in una stalla. Potrei comprendere che non voglia nascere in un palazzo, ma… nasci almeno in una casa normale come fanno tutti! Nasce in una stalla. Quando è grande prende con sé un gruppo di persone abbastanza ignoranti: vanno i pescatori… e affida loro il regno di Dio. Perché non ha cercato di entrare in un club di filosofi, di pensatori che coi loro scritti, con la loro parola, avrebbero certamente dato lustro, anche, al messaggio che Egli annunciava e l’avrebbero propagato con più facilità? Perché non è nato in una famiglia ricca, in modo da avere amicizie tra i potenti, tra i politici che avrebbero potuto così favorire la divulgazione del regno di Dio sulla terra?

Ma soprattutto, quello che mi meraviglia di più è che Egli, quando è risuscitato non è apparso nei cortili del tempio di Gerusalemme, o nelle piazze di Gerusalemme, a dire a tutti: "Eccomi qua! Avevate detto: ‘se sei il figlio di Dio, scendi dalla croce e ti crederemo’? Sono qui!", in modo da smaccare un po’ i suoi nemici e rendere evidente il miracolo della risurrezione che, invece, è stato riservato sempre ai suoi discepoli. E’ vero che è stato qualche centinaio di persone che l’han visto (e, per fortuna nostra, han testimoniato fino alla morte che era vero quello che dicevano e che predicavano, quindi la nostra fede è fondata su questa testimonianza più alta che l’uomo può dare: quella della tortura, della prigionia e della morte), però rimangono un po’ strani questi disegni di nostro Signore.

E tra le stranezze di nostro Signore c’è anche quella della Sacra Famiglia che noi celebriamo quest’oggi. Perché Gesù ha vissuto in questa famiglia i nove decimi, se non i dieci undicesimi, della sua vita sulla terra. Sei venuto per salvare l’uomo, sei venuto per divulgare il vangelo, approfitta per andare anche in altri paesi oltre a Israele! Invece dedica più di trent’anni a vivere sconosciuto in una famiglia di un paese sconosciuto (Nazareth), e poi solo tre anni, tre anni e qualcosa, per predicare il suo vangelo. No, dico, per anni avrà imparato il mestiere del padre (perché tutti i figli allora imparavano il mestiere del padre), e quindi per molti anni avrà fatto degli usci, dei mobili, dei carri agricoli… non so, avrà fatto di queste cose qui che potevano benissimo farle altri uomini, insomma, e Lui dedicarsi alla sua missione. E invece no, rimane lì… in una famiglia…

Allora dobbiamo cogliere l’insegnamento che ci vuole dare il Signore Gesù: ci vuole insegnare la grande importanza che ha la famiglia. Quando Carlo Carretto, all’inizio degli anni cinquanta, intitolò un suo libro "Famiglia piccola chiesa", ci furono molti teologi che fecero una levata di scudi a dire "No, è inesatto questo. La prima cellula della chiesa è la parrocchia, poi ci sono le diocesi, eccetera…, non la famiglia". Il concilio ecumenico Vaticano II° ha ripreso questa espressione, l’ha applicata alla famiglia, dicendo che la famiglia è la prima cellula della chiesa di Dio. Infatti noi ci accorgiamo, adesso, che se i figli crescono in famiglie che non credono più, o perlomeno credono poco, non pregano, non parlano di Gesù in casa, non insegnano i valori cristiani… questi bimbi arriveranno al catechismo come si va… a una scuola, per imparare qualche nozione… e riceveranno i sacramenti come dei riti tradizionali che si "debbono" fare. Nulla più.

E’ la famiglia quella che educa veramente alla fede. E’ nella famiglia dove, anzitutto, bisogna pregare (come diceva Madre Teresa di Calcutta … Madre Teresa di Calcutta diceva: "Una famiglia che prega unita rimane unita". E’ un’espressione che il papa ha ripreso in un suo documento sulla famiglia). Bisogna che anzitutto mettiamo la preghiera.

Poi il lavoro: nella famiglia di Nazareth – avete notato, lo capiamo anche semplicemente dal brano evangelico letto quest’oggi – chi guida la famiglia è Giuseppe, è il papà; il papà che è illuminato spesso all’alto attraverso l’angelo di Dio, per cui il Padre eterno guida Lui la vita del suo Figlio sulla terra, però concretamente è Giuseppe che prende le decisioni: di andare in Egitto, di tornare in Israele, di andare a Nazareth … E Maria? E Maria medita tutto quello che capita. Nel dolore: il dolore dell’esilio, il dolore di tanti viaggi a destra e a manca …; ma anche vivendo in quella purezza interiore che ha fatto sì che diventasse la migliore maestra del suo Figlio, il quale – come annota Luca – cresceva in età, in sapienza e in grazia davanti a Dio e agli uomini.

Il Bambino Gesù? Beh, qui nel racconto evangelico di oggi è trasportato come un fagotto avanti e indietro, però dopo è soggetto. E’ vero che a dodici anni fa capire ai suoi genitori che Egli deve interessarsi delle cose del Padre suo, e parla in quel caso del Padre eterno, però poi va a Nazareth, rimane soggetto a loro fino a oltre trent’anni (se lo ricordino i ragazzi, oggi: fino a oltre trent’anni).

Il lavoro dovrebbe essere qualcosa che unisce. Cioè, capita troppo spesso, mi sembra di notare, s’intende io che non ho famiglia faccio presto a fare delle osservazioni su quelli che hanno famiglia, lo capisco, però mi sembra di notare che ci son molti ragazzi che hanno solo dei diritti in casa, e nessun dovere; e i genitori che si affrettano ad accontentare tutti i capricci dei ragazzi. In questo modo non si educa. Non si educa. E non crescono degli uomini maturi e dei cristiani veri.

Poi la necessità, anche, del perdono. Leggo da questo foglietto – la frase che dice San Paolo nella seconda lettura di oggi, tra le altre, è: "Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi" – e qui commenta: "Questa parola Paolo la indirizza ai cristiani della sua comunità perché avendo sperimentato il perdono di Dio essi sono capaci di perdonare a loro volta chi commette ingiustizia contro di loro. Ma l’amore batte in fondo ad ogni cuore umano e ognuno può attuare questa parola. La saggezza africana così si esprime: fa’ come la palma, le tirano sassi e lei lascia cadere datteri. Non basta quindi non rispondere ad un torto, a un’offesa. Ci è domandato di più: fare del bene a chi ci fa del male, come ricordano gli apostoli: ‘Non rendete male per male, né ingiuria per l’ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo’. Che fare allora? Alziamoci al mattino con una amnistia completa nel cuore, con quell’amore che tutto copre, che sa accogliere l’altro così come è, con i suoi limiti e le sue difficoltà, proprio come farebbe una madre con il proprio figlio che sbaglia: lo scusa sempre, lo perdona sempre, spera sempre in lui. Ricominciamo ogni volta, sapendo che Dio non solo perdona ma dimentica. E’ questa la misura che richiede anche a noi".

Poi Gesù, anche se non avesse fatto dell’amore umano un sacramento perché gli sposi abbiano la forza di quella solidarietà per tutta la vita (che non è semplice), se anche non avesse fatto un sacramento, ha inventato una mensa comune. Allora noi ci accorgiamo di un’altra cosa: che la chiesa stessa ha dei connotati familiari. Quando Gesù ci ha voluto parlare di Dio ci ha parlato del "Padre", e ha detto, una volta: "Nessuno di voi si faccia chiamare padre, perché unico è il vostro Padre, quello che è nei cieli, voi siete tutti fratelli"; e ha detto ancora: "Chi ascolta la mia parola e la mette in pratica è per me come fratello sorella e madre". Senza guardare alle molte volte che nel vecchio testamento e nel nuovo si parla dello sposalizio come del rapporto ideale tra Dio e il suo popolo (il vecchio testamento), tra Cristo e la chiesa (nel nuovo).

A questo riguardo mi son sempre piaciute molto, sono commoventi, le parole che Giovanni Battista, in prigione, avvicinato da suoi discepoli che gli dicono: "Guarda che non viene quasi più nessuno a farsi battezzare da noi, tutti vanno da Gesù il Nazareno e dai suoi discepoli …", come risponde Giovanni?: "Chi ha la sposa è lo sposo. L’amico dello sposo, però, che sente la voce dello sposo, sa che le nozze sono prossime. Ora la mia gioia è completa. E’ necessario che Egli cresca e che io diminuisca". Bella questa umiltà di Giovanni Battista, che paragona sé stesso all’amico dello sposo. Ma lo sposo vero è Gesù, che ha sposato l’umanità. Vedete quante volte ci sono queste annotazioni che prendono ad esempio, a immagine, la famiglia e i termini della vita familiare.

E poi, come dico, c’è questa mensa comune che ha creato per noi. Gli atti degli apostoli che ci ricordano la prima comunità cristiana, quella che rimane un emblema per tutte le comunità cristiane di tutti i tempi. Dice che si trovavano tutti i cristiani insieme a celebrare l’eucaristia, ad ascoltare la parola degli apostoli, a pregare e cantare inni, a portare i beni che avevano, e li deponevano ai piedi degli apostoli perché li distribuissero a tutti secondo il bisogno. Ecco la vera comunità cristiana: una comunità che è famiglia, dove ognuno dà quello che può e riceve per quello di cui ha bisogno. Questa è la famiglia. La famiglia vera, la famiglia cristiana, è così.

Preghiamo perché siano così tutte le nostre famiglie, e nella fede e nell’amore trovino la soluzione dei loro problemi. Così sia.

Sia lodato Gesù Cristo. »