Sabato 27 novembre 2004
| I domenica di Avvento (A) – II |
| S. Giacomo F. |
| Letture: |
| Is 2,1-5 |
| Salmo 121: «Andiamo con gioia incontro al Signore.» |
| Rm 13,11-14 |
| Mt 24,37-44 |
Sabato 27 novembre 2004 (messa parrocchiale ore 19.00)
« Sono vecchio, penso che mi permetterete di stare a sedere. In questo mi assomiglio un po’ al papa…
Voi certamente avrete notato che nelle ultime domeniche di un anno liturgico – normalmente non nell’ultima perché celebra la solennità di Cristo Re, ma nella penultima, come è stato quest’anno – si legge lo stesso vangelo che si legge poi nella prima domenica di Avvento. L’A l’abbiamo letto nel vangelo di Luca, qui nel vangelo di Matteo perché il nuovo ciclo prevede il vangelo di Matteo, quest’anno, però è sempre il discorso cosiddetto escatologico di Gesù. Veramente questo discorso Gesù l’ha fatto per rispondere – vi ricordate? – alle due domande che avevano fatto gli apostoli. Gesù aveva detto, a riguardo del bel tempio, che non sarebbe rimasta pietra su pietra di quello che vedeva; e allora gli apostoli, preoccupati, domandano: "Ma quando avverrà questo? E quale sarà il segno che ciò sta per accedere?", queste le due domande che formulano gli apostoli.
Gesù, quindi, con quel discorso, è probabile che voglia rispondere semplicemente a queste due domande, e ancora meglio, più che alla prima – perché a riguardo del tempo, del dove e del come non rivela molto, dice che tutto è insicuro, lo dice anche qui, "nell’ora in cui voi non pensate il Figlio dell’uomo verrà", no? Quindi non dice molto come risposta alla prima domanda – invece dice dei segni premonitori. Premonitori di che cosa? Io penso della caduta di Gerusalemme e della distruzione del tempio di Gerusalemme.
Però non è improbabile – date le parole che Gesù usa, che nella prospettiva della fine di Gerusalemme e del tempio di Gerusalemme, quindi la fine definitiva di un determinato periodo nella storia della salvezza, la storia del primo popolo liberato, il popolo ebreo, la religione mosaica non avrà più sacrifici dal quel momento, quando cadrà il tempio di Gerusalemme, continuano a trovarsi nelle sinagoghe a pregare, a cantare i salmi, a studiare la bibbia, però il sacrificio non c’è più – quindi nella prospettiva di questa fine del primo popolo di Dio è probabile che il Signore veda anche la fine di questo eone, di questa era attuale, quando ci sarà la parusìa (parusìa è una parola greca che tradotta in italiano è avvento: l’avvento del Signore, la venuta del Signore, il ritorno di Gesù, come giudice, quindi il giudizio universale, la resurrezione dei corpi, la vita eterna… quegli eventi). E’ probabile nel senso che Gesù stesso, anche solo se guardiamo il breve brano del vangelo che noi abbiamo letto (dico breve perché il discorso escatologico in Matteo copre due capitoli: il ventiquattro e il venticinque e qui è soltanto riportato un piccolo pezzo del ventiquattro), dice: "Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo", e, poco più avanti, dice: "Vigilate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà", e alla fine del brano che abbiamo letto: "Nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà".
Quindi è probabile che, come dico, nella prospettiva della fine di Gerusalemme e del popolo ebraico, o meglio, della religione ebraica, veda anche la fine, ci parli anche della fine di questo mondo attuale.
Dice, quindi, due cose Gesù.
Primo. Che il quando è molto insicuro, tant’è che, addirittura, fa l’esempio del ladro di notte: "Questo considerate. Se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa". A noi urta un po’ questa immagine, questo esempio, questo paragone tra il Figlio dell’uomo e un ladro, però Gesù lo usa… ad esempio nel libro dell’Apocalisse, Gesù stesso dice alla chiesa di Sarti, nell’Asia minore: "Ravvediti, ascolta la parola e mettila in pratica perché se no io verrò da te come un ladro di notte, nel giorno che tu non pensi". Perché usa questa immagine Gesù? Per dirci che la sua venuta e il nostro incontro con lui possono essere improvvisi, imprevisti, e noi dobbiamo trovarci pronti. Non è per incuterci paura, timore, spavento, metterci nell’angoscia. Vuole che ci troviamo pronti. Prima cosa.
Seconda cosa. Ci dice che quest’incontro ci sarà, questo è sicuro: "Nell’ora in cui voi non immaginate il Figlio dell’uomo verrà", quindi l’incontro con il Signore ci sarà. Se l’incertezza del "quando" ci deve rendere vigilanti ("vegliate dunque, siate pronti"), la certezza dell’incontro con Gesù ci dovrebbe rendere fedeli, fedeli a lui. Infatti, alla fine del discorso dirà che costoro, quelli che, appunto, non saranno trovati osservanti e pronti al suo ritorno, avranno la sorte degli ipocriti, e scenderanno dov’è pianto e stridore di denti. Vedete? La sorte degli ipocriti. Perché non sono stati fedeli alla fede che professavano, e quindi scenderanno dove ci sarà un pianto da disperati e da arrabbiati, questo vuol dire "pianto e stridore di denti".
Noi però dobbiamo trovarci pronti. Dobbiamo trovarci pronti e il primo pericolo e quello di… prendere la vita attuale con molta leggerezza, come han fatto al tempo di Noè, è Gesù stesso che fa questo paragone: "Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo". Ai tempi di Noè cosa facevano? Hanno creduto a Noè che li sollecitava a ravvedersi, a convertirsi? Non hanno creduto a lui, anzi l’hanno irriso, perché stava costruendo un barcone enorme sulla terra. Se l’avesse costruita su un fiume o nel mare era qualcosa di intelligente, di logico; poteva essere qualcosa di logico, ma lì era proprio una cosa illogica che stava facendo, sicché quando è arrivato il diluvio, si sono trovati impreparati: hanno mangiato, bevuto, si sono sposati, hanno mercanteggiato, hanno fatto i loro interessi, però sempre in una visione molto terrena, molto terrestre.
Colui il quale, invece, attende il Signore ha, appunto, questa caratteristica: la "attesa". Attendere vuol dire "tendere a", "tendere verso". Verso che cosa? Verso Dio. Se l’animo nostro, cioè, è fisso in Dio, se noi desideriamo ardentemente trovarci con il nostro Signore, il nostro Salvatore, allora continueremo a fare i lavori che fanno tutti quanti: due si trovano a lavorare nei campi, due a lavorare alla mola… uno è preso, l’altro è lasciato. Cosa vuol dire questo? Che ci sarà chi è pronto, e verrà preso nel regno di Dio, e chi verrà lasciato perché aveva una prospettiva molto… terrena, e quindi poi materialistica praticamente; mentre chi ha atteso con tutto il proprio cuore a Dio avrà il premio della vita eterna.
C’è anche un’altra cosa che sta succedendo, secondo me, oggi. Non so… può darsi che ieri fosse ancora peggiore (ieri per dire poco tempo fa), però anche adesso c’è, ed è la paura della morte: il sottrarre a noi stessi, e a nostri figli, e ai nostri vecchi, il pensiero della morte. Perché dico questo? Perché in realtà, poi, il nostro primo incontro con il Signore è proprio quello che avverrà dopo la morte. La lettera agli Ebrei dice: "E’ stabilito che l’uomo muoia una sola volta, dopo di che ci sarà subito il giudizio". Questo giudizio per quella persona i teologi l’hanno chiamato giudizio particolare per distinguerlo da quello universale che ci sarà, appunto, alla fine di questo tempo, di questo eone, e che riguarderà tutta la storia umana.
Allora il nostro primo incontro è lì; ha ragione San Paolo di dire: "La nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti", perché man mano che ci avviciniamo alla morte – e tutti ci avviciniamo alla morte – ci avviciniamo al momento dell’incontro con Gesù. Diceva Sant’Agostino ai suoi cristiani: ma cos’è questa paura della morte che avete? Avete creduto in Gesù, vi siete fidati di lui, avete avuto fiducia, lo avete amato, sia pure in modo alterno, con degli alti e bassi cioè, con dei limiti, con dei difetti, però l’avete amato, avete cercato lui, e adesso avete paura della morte? Avete paura d’incontrarvi col vostro Salvatore che è morto in croce per voi? Col vostro Papà che vi ha adottati come figli e vi vuole nella sua casa paterna? Ma è una cosa assurda!, diceva Sant’Agostino, e credo di poter ripetere le parole di Sant’Agostino anche a me e a voi che siamo qui.
Quali sono i sintomi dell’allontanamento del pensiero della morte che io trovo?
Primo. Non si muore più in casa, normalmente si muore all’ospedale, e si tiene nascosta la morte specialmente ai bimbi. Mi diceva una signora, che voleva portare il suo bambino a vedere la salma del nonno che era appena morto, una sua amica l’apostrofò così: "Ma cosa fai? Ma cosa ti sovviene? Ma sei matta? Ma porti un bambino a vedere un morto? Ma sai che trauma avrà?". Lei gliel’ha portato lo stesso, però la mentalità comune mi sembra questa. Io ricordo quando è morto il mio papà che chiese lui stesso l’olio santo, e io glielo diedi, attorniato da tutti gli altri figli (eravamo dodici figli), e lui stesso volle il libro per seguire il rito e rispondere; dopo una giornata circa è morto, però tutti noi abbiamo detto: che morte edificante, da cristiano, ha fatto il nostro papà (si commuove – n.d.r.), perché realmente ci aveva dato l’esempio, come si muore da cristiani.
Oggi non è più così; anzi oggi c’è la tendenza – ecco un altro sintomo – a preferire una morte improvvisa che non una morte preparata. Una volta la chiesa ci faceva pregare: "A subitanea et improvvisa morte libera nos Domine" (liberaci da una morte improvvisa e imprevista); invece adesso uno muore nel suo letto nel sonno, o ha un infarto, un infartaccio che in due e due quattro lo porta al creatore, eh, molti dicono: che bella morte però che ha fatto! Se non altro non ha sofferto… Noi valutiamo poco il prepararsi alla morte.
Lo valutiamo così poco che normalmente teniamo nascosto – ecco, in questo forse un qualche passo avanti lo stiamo facendo in questi ultimissimi tempi – teniamo nascosta ai malati la loro situazione reale e, magari, ci premuriamo che parenti, amici, non vengano a trovarlo troppo… delle volte che non succeda che scappa detto loro del male incurabile che ha l’ammalato o delle poche speranze che ormai ci sono per lui; e allora lo teniamo all’oscuro: vedrai… fai questa cura… guarirai… eeeh sì… ritornerai…
Un altro sintomo che io vedo – non è sempre così, però mi sembra che sia un po’ anche in questa direzione – è il moltiplicarsi delle cremazioni dei corpi, delle salme. Una volta era caratteristica dei massoni fare cremare il proprio defunto; adesso non è più così, non è che sia una mancanza di fede, per carità, però mi sembra quasi un voler polverizzare anche il corpo del morto, in modo che non ci sia neanche più il bisogno di andare a piangere su una tomba, mettere un fiore, accendere un lumino, sussurrare una preghiera… ricordarci della morte!
In questo senso – e chiudo, perché vedo che sto andando per le lunghe – trovo deleterio anche il pensiero di certi predicatori, o delle volte anche teologi, esegeti della sacra scrittura che, non so come facciano, a negare l’inferno. Perché dico questo? Perché negando l’inferno, uno… cioè, se davvero, poi, tutti saremo salvi, tutti avremo la vita eterna… Beh, non interessa allora preoccuparsi molto di vivere bene, perché alla fine il Signore è buono ci avrà con sé e finito. Allora, questo è pericoloso. E’ pericoloso, perché io credo che invece il Signore abbia parlato dell’inferno proprio perché se non siamo convertiti dall’immensa prova di amore che ci ha dato – pensate solo alla croce, l’eucaristia che stiamo per celebrare – se non è l’amore, che sia perlomeno il timore a farci ravvedere e a prepararci a questo incontro col Padre e con lui che sarà il nostro giudice.
A questi predicatori – ma però lo dico anche a voi, perché delle volte anche noi potremmo essere inficiati da questo pensiero, no? – pensate che l’inferno è uno stato d’animo, non è un luogo; è dolore, odio, rabbia, disperazione, è questo. Difficilmente quindi si può credere che l’inferno ci sia, che non ci sia chi prova l’inferno, però mi auguro anch’io che il Signore abbia detto queste cose così tremende per scuoterci, quasi come quel papà che sgrida il figlio e gli promette che lo castigherà se torna a fare così, poi va a finire che non lo castiga mai; io voglio sperare che sia così, magari! Però non siamo mica sicuri. Il Signore, certo, ha parlato anche dell’inferno.
Sentite cosa dice al riguardo padre Lacordèr. Padre Lacordèr è stato un eccelso predicatore a Notre Dame de Paris, verso la metà dell’ottocento, e a un certo punto, in una sua predica – ve ne leggo un breve brano – dice: "Se fosse stata soltanto la giustizia a scavare l’abisso, ci sarebbe ancora rimedio, ma è stato anche l’amore, per questo non c’è più speranza. Quando si è condannati dalla giustizia si può ricorrere all’amore, ma quando si è condannati dall’amore a chi si farà ricorso? E’ la sorte dei dannati. L’amore che ha donato il suo sangue per loro, l’amore stesso li maledice. Che cosa pensate? Un Dio è venuto quaggiù per voi, ha preso la vostra natura, ha parlato la vostra lingua, ha toccato la vostra mano, ha guarito le vostre ferite, ha risuscitato i vostri morti. Che dico? Un Dio si è consegnato per voi ai lacci e alle ingiurie del tradimento, si è lasciato mettere a nudo sulla pubblica piazza fra ladri e prostitute, si è lasciato inchiodare a un legno, lacerare dalle verghe, coronare di spine; infine è morto per voi su una croce. E dopo tutto questo voi pensate che vi sarà permesso di bestemmiare e di ridere e di andare senza timore alle nozze di tutti i vostri vizi?
No, non illudetevi! L’amore non è un gioco. Non si è amati impunemente da un Dio. Non si è amati impunemente fino alla croce. Non è la giustizia che è senza misericordia, è l’amore. L’amore è la vita o la morte, e quando si tratta dell’amore di un Dio è la vita eterna o la morte eterna".
Sia lodato Gesù Cristo. »
Domenica 28 novembre 2004 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Voi avrete notato certamente, dato che quasi tutti noi non è la prima volta che celebriamo l’avvento del Signore, che in questo periodo di avvento abbiamo tre personaggi che soprattutto ci preparano a celebrare bene il Natale e l’Epifania del Signore e ci preparano anche al secondo avvento del Signore: la sua parusìa, il suo ritorno glorioso, quando ci sarà il giudizio universale, la resurrezione dei morti e, poi, le ultime cose che ci attendono, il paradiso e l’inferno. Questi personaggi che ci preparano durante l’Avvento sono soprattutto tre: Giovanni il Battista, Maria Santissima e il profeta Isaia.
Maria Santissima è la madre di Gesù, quindi è logica che sia uno di quei personaggi che ci prepara al Natale. Giovanni Battista è il precursore, ma Isaia? Perché Isaia? Isaia è stato un grande profeta-poeta, io credo il maggiore di Israele. E’ vissuto tra la seconda metà dell’ottavo secolo e l’inizio del settimo secolo avanti Cristo; è vissuto a Gerusalemme e ha svolto il suo ministero di profeta nel regno di Giuda, comunque (il regno del sud, tanto per intenderci, perché c’era anche il regno di Israele, più grande, più vasto, più popoloso, al nord), il regno di Giuda.
Per il regno di Giuda sono tempi – adesso senza stare a ricordare i vari avvenimenti storici – sono tempi duri sotto l’aspetto politico e sotto l’aspetto economico. Isaia con le sue profezie, coi suoi interventi, è capace di infondere fiducia, consolazione in quel popolo in modo che guardasse a Dio e alle sue promesse con sicurezza. Ma soprattutto Isaia – ecco perché lo leggiamo ancora noi, dopo duemilesettecento anni – è il profeta messianico per eccellenza, perché la fiducia che infonde negli Israeliti deriva soprattutto dalle profezie che egli fa sul regno di Dio futuro, sul messianesimo, sul Messia, dice delle cose così precise, alle volte, che il libro di Isaia è stato chiamato il quinto vangelo.
Il brano che noi abbiamo letto questa mattina come prima lettura è l’inizio del secondo capitolo di Isaia. Nel primo capitolo, Isaia aveva fatto una rampogna notevole nei riguardi degli Israeliti, degli abitanti del regno di Giuda e soprattutto di Gerusalemme. L’aveva messa – questa rampogna, questa sgridata – sulla bocca di Dio stesso il quale non sopportava più che si mettesse insieme violenza e sacrificio, feste religiose e disonestà. Potremmo riassumere il messaggio del primo capitolo con quelle parole che noi vi troviamo: "Togliete la malizia delle vostre azioni dalla mia vista, cessate di fare il male, imparate a fare il bene e ricercate la giustizia".
Poi ecco il messaggio che noi abbiamo letto come prima lettura oggi: è una profezia messianica, come voi certamente avrete notato. In essa mi sembra che il profeta Isaia dica tre cose.
Primo. La elevazione di Sion e del tempio di Gerusalemme su tutti gli altri monti della terra.
Secondo. Una processione, un pellegrinaggio di tutti i popoli della terra a Gerusalemme.
Terzo. Un periodo di pace universale e paradisiaca che caratterizzerà il regno di Dio, il Messia …
Guardiamo queste tre cose, eh? Poi termina con una breve esortazione al popolo della Giudea.
Questa elevazione certamente non è da intendere in senso letterale e geologico: comporterebbe l’elevazione di Sion al di sopra di tutti i monti della terra, comporterebbe un terremoto tremendo, e quindi non è da intendere in questo senso. E’ da intendere invece nel senso che la conoscenza e l’adorazione dell’unico Dio – era l’unico popolo che veramente professava il monoteismo, in confronto a tutti gli altri popoli attorno che erano ancora idolatri – la conoscenza dell’unico Dio e la saggezza della legge di Mosè avrebbe certamente illuminato tutti i popoli della terra; avrebbero capito gli altri popoli che lì c’era una conoscenza, una saggezza notevole. Infatti dice che "ad esso affluiranno tutte le genti, verranno molti popoli e diranno: ‘venite, saliamo sul monte del Signore, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri’".
Ecco allora anche questa processione di tutti i popoli della terra non è per andare al tempio di Gerusalemme a compiere delle azioni liturgiche, a esercitare il culto a Javhè, a fare dei sacrifici, a celebrare delle feste ebraiche; è piuttosto per andare ad ascoltare la parola di Dio, perché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Cioè, vogliono essere istruiti sulla parola di Dio, sulla rivelazione. Effetto di questa adesione dei popoli alla legge del Signore sarà una pace universale, cioè gli strumenti di guerra (le lance, le spade, gli strumenti che c’erano allora) si cambieranno, saranno cambiati in strumenti di lavoro e di produzione pacifica, e quindi di benessere per tutti, e di pace universale, una pace veramente paradisiaca, utopica tanto è grande.
Noi ora vediamo queste tre cose alla luce del nuovo testamento, perché noi viviamo in un’epoca in cui il Messia è già venuto, la salvezza operata dal Messia si sta già realizzando, anche se non è nella sua fase definitiva. E allora ecco la prima cosa: il monte Sion e il tempio del Signore si eleveranno su tutti gli altri popoli.
Prescindendo dal fatto dei monti, è su un alto monte che Gesù è trasfigurato e la voce del Padre dice: "Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo"; prescindendo dal fatto che è il discorso della montagna, quello delle beatitudini; che è su di un colle che egli muore; è da un colle, da un monte, il monte degli Ulivi che egli sale al cielo; prescindendo da questo fatto qui, Gesù si eleva al di sopra di tutti gli altri personaggi religiosi che ha avuto l’umanità. Prescindiamo dalla sua divinità, anche solo come uomo si eleva al di sopra di tutti, e noi dobbiamo ringraziare Iddio di avere avuto la fortuna, ma diciamo pure la grazia, di essere nati in un paese e in famiglie cristiane, perché abbiamo conosciuto Gesù. Gesù si eleva con la sua statura ben al di sopra di tutti gli altri personaggi religiosi; ha un equilibrio, una saggezza unica.
Voi l’avete notato certamente: la ricchezza del vangelo. E’ veramente il tesoro nascosto, è la perla preziosa. Dopo una vita passata a meditare quotidianamente il vangelo di Gesù, io vi trovo sempre dei tesori nuovi, e chiunque l’ascolta per la prima volta, anche un bimbo, anche uno inesperto, trova già pascolo per la sua anima, per la sua mente, per il suo cuore. E’ una caratteristica dei quattro vangeli. Allora Gesù è veramente colui che si eleva al di sopra di tutti! Come ha detto lui "io, come luce sono venuto nel mondo; chi segue me non avrà le tenebre, ma la luce della vita". Noi non dobbiamo avere paura a presentare Gesù agli altri; non facciamo violenza alla coscienza, alla libertà, alle convinzioni di altri se parliamo di Gesù, se comunichiamo a loro Gesù; è un atto di amore che noi facciamo nei loro riguardi.
Del resto anche il dialogo, se voi ci pensate bene, può esserci solo tra persone che sono profondamente convinti della loro idea, perché se noi invece mettiamo tutto sullo stesso… appiattiamo tutto, mettiamo sullo stesso livello e diciamo: "ogni religione è uguale", allora vuole dire che per noi la verità non esiste e sono tutte cose opinabili; quindi siamo già d’accordo in partenza, non è neanche necessario dialogare; bisogna che ciascuno abbia le proprie convinzioni pur rispettando le convinzioni dell’altro. Cioè, io cercherò di convincere il musulmano, tanto per dire, e il musulmano cercherà di convincere me; se siamo persone ragionevoli e rispettose, coglieremo certamente qualcosa di bene nell’uno e nell’altro. Poi speriamo di convincerli che la nostra fede, che il nostro Gesù vale più di tutti, perché se lo mettiamo sullo stesso livello, allora vuol dire che Gesù non è più per noi né il figlio di Dio, né il nostro salvatore.
Purtroppo direi che il dialogo ecumenico e il dialogo inter-religioso, così come il fatto che il papa abbia chiesto perdono a tutti i popoli del male che anche i cristiani hanno loro fatto (senza contare che è infinitamente maggiore il male che i cristiani hanno ricevuto da altri), però questo fatto qui ha indotto a credere: ma beh, allora tutte le religioni sono uguali. Hanno fatto un’inchiesta recentemente a Roma. Roma è la sede del papato, è il centro del cattolicesimo. Il trentaquattro percento delle persone che ha risposto ha detto che per loro ogni religione è uguale all’altra; cambiano i riti, cambiano le feste, ma ogni religione vale l’altra. Ecco l’errore. Invece Gesù si eleva al di sopra, e noi dobbiamo essere orgogliosi di essere cristiani.
Passiamo al secondo punto. E allora tutti i popoli verranno. Tutti i popoli verranno… Sì, dobbiamo dire che le idee cristiane, non dico la fede, ma le idee cristiane stanno prendendo piede notevolmente nel mondo. Io mi ricordo, ad esempio, cominciando un po’ da lontano, che quando si è costituito l’ONU e hanno voluto definire i diritti della persona umana, hanno preso come documenti i discorsi di Pio dodicesimo, i discorsi natalizi di Pio dodicesimo, durante la seconda guerra mondiale. Vi ricordo che quando l’ONU ha voluto celebrare il venticinquesimo e il quarantesimo della sua istituzione ha chiamato Paolo VI° e Giovanni Paolo II°. Non ha chiamato altre personalità religiose, altri capi religiosi; non ha chiamato i grandi manager politici o della finanza mondiale; ha chiamato il papa.
La Francia adesso è in questa situazione: che il quarantasette percento fa ancora battezzare i propri figli, il che vuol dire che c’è oltre il cinquanta percento dei Francesi che non fa più battezzare i propri figli. Han fatto un’inchiesta in Francia: qual è la maggiore personalità del mondo? Il sessantatré percento, quindi quasi i due terzi, ha risposto "Giovanni Paolo secondo", il papa di Roma. Qualcuno ha detto anche Kofi Annan, qualcuno Chirac, qualcuno Bush… ma tutti gli altri prendono un terzo dei voti, i due terzi li ha presi il papa di Roma, perché è la maggiore autorità morale che esista al mondo.
Sono cadute le ideologie di destra e di sinistra, il liberismo puro e il marxismo. Avete notato che molti popoli, anche non cristiani, prendono come direttiva per la loro costituzione, per le loro leggi, la dottrina sociale della chiesa. Si stanno accorgendo che la dottrina sociale della chiesa era la dottrina più equilibrata anche per risolvere i problemi economici, sociali e politici degli uomini. C’è veramente questa affluenza, e noi speriamo che continui e si rinsaldi, perché siamo anche certi che aderendo a queste idee si ritroverà la pace universale.
Ecco il terzo punto: la pace universale. Non mi sembra proprio che ci siamo giunti. Mi sembra che siamo in periodo di grandi violenze, guerre, terrorismo, guerriglie, lotte notevoli. E’ vero, dopo la seconda guerra mondiale si è cercato, sia dal lato civile che dal lato religioso, di fare qualcosa in questo senso, di camminare verso una pace universale: la stessa istituzione dell’ONU, l’accordo sul disarmo nucleare, il fatto di avere stabilito che il tribunale dell’Aia può intervenire anche nei fatti interni di uno stato se si accorge che chi comanda sta commettendo un eccidio etnico. Sono tutti fatti che, indubbiamente, sono positivi: il fatto di cercare alle volte dei patteggiamenti, con l’aiuto dell’ONU, tra popoli che si combattono. Nel campo strettamente religioso, nostro, diciamo, della chiesa, io vi ricordo la grande enciclica "Pacem in terris" di Giovanni XXIII°: voi sapete che all’ONU hanno voluto che fosse letta e commentata da un vaticanista questa enciclica davanti all’assemblea generale dell’ONU; e dopo la "Pacem in terris" io vi ricordo il capitolo cinque della "Gaudium et spes", il documento conciliare che parla della chiesa nel mondo contemporaneo: quel capitolo cinque è tutto indirizzato a dare delle direttive perché ci sia questa pace universale.
In Germania hanno dato recentemente un premio, un oscar per la pace a uno scrittore tedesco – Von Weizacker – il quale, tra le altre cose, ha affermato: "In un’epoca tecnologica come la nostra, o troviamo la situazione per una sopravvivenza pacifica tra tutti i popoli o non ci sarà sopravvivenza alcuna", e secondo me dice una cosa esatta, perché noi ci accorgiamo che siamo veramente di fronte a delle espressioni di violenza, a delle iniziative di guerra e di terrorismo, che ci lasciano molto perplessi sul futuro nostro e dell’umanità.
Indubbiamente la chiesa ha fatto qualcosa, ha istituito, ha fatto un istituto "Justitia et pax" che cerca di provvedere, insieme alle altre chiese cristiane, che si dicono cristiane, e ha istituito il "Sodepax" che cerca di provvedere a togliere la miseria e a guarire le malattie, riconoscendo che in questa miseria e nelle malattie, c’è molto ragione delle guerre, delle guerriglie, dei malcontenti che ci sono nel mondo.
E noi cosa facciamo? Perché abbiam parlato di alti livelli… A più basso livello dobbiamo dire che, dopo il concilio Vaticano II°, è stata istituita la Caritas. La Caritas, oggi, è addirittura richiesta il più delle volte, ma perlomeno accettata in quasi tutti i paesi del mondo; e anche molte altre forme di volontariato, sia cattolico, sia laico (tra virgolette), credo che traggano la loro ispirazione dai principi del vangelo, di rispetto alla persona e di solidarietà tra tutti gli uomini. Però dobbiamo guardare a noi stessi. Guardando a noi stessi (mi sembra che l’orologio vada avanti… posso continuare appena due o tre minuti? Eh?), guardando a noi stessi, vorrei anzitutto ricordare che l’Apocalisse, che vede la realizzazione piena di questa profezia di Isaia, dice che la Gerusalemme celeste scenderà dal cielo, cioè la nuova città scende dal cielo, è dono di Dio, e il papa ci insegna a pregare per la pace, perché la pace, come conversione del cuore, è certamente anzitutto dono di Dio.
Vorrei però anche aggiungere subito che non dobbiamo cercare solo la pace del cuore, o, se volete, al limite… "io vado d’accordo col mio coniuge, i miei figli, sto bene così, al massimo, se casca il mondo, mi farà da una parte perché non mi caschi addosso". Non è sufficiente questa mentalità: bisogna che noi cerchiamo anche la pace fra gli uomini, bisogna che noi ci diamo da fare in questo senso; e ci sono molte opere che, appunto, le associazioni del volontariato fanno: dall’adozione dei bimbi, dall’attenzione perché non ci siano violenze nei riguardi dei bimbi e delle donne, dal combattere l’AIDS e tante malattie, la malaria, tubercolosi, là dove mietono ancora tante vittime, dal combattimento della miseria… Noi dobbiamo fare, noi dobbiamo darci da fare. Capisco che ciascuno dirà: "Ma io, nel mio piccolo, che cosa posso fare per la pace universale? Mi sento assolutamente incapace, e anche inesperto, magari", però tutti noi, se vogliamo, possiamo fare molto di più di quello che non stiamo facendo.
Vi ricordo che la profezia di Isaia termina con le parole: "Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore". Cioè, dopo aver fatto la profezia sul messianesimo futuro, Isaia invita i Giudei a camminare, allora, nella luce del Signore; perché come faranno gli altri popoli a camminare nella luce del Signore se noi per primi non camminiamo nella luce del Signore? Gesù ha detto ai suoi apostoli: "Voi siete la luce del mondo. Non si accende una lucerna per porla sotto il maggio, né si può nascondere una città posta sopra un monte". Ecco la città sopra il monte: siamo noi, la chiesa di Cristo, Cristo e i suoi discepoli, siamo noi, noi dobbiamo illuminare gli altri. Stiamo per celebrare l’Eucaristia, è anche l’anno eucaristico quest’anno – cominciato nell’ottobre scorso e finirà nell’ottobre prossimo, nel 2005 – ebbene io vi leggo un pensiero preso, appunto, dalla lettera apostolica che il papa ha inviato, per indire questo anno eucaristico, che è intitolato con le parole latine "Mane nobiscum Domine". Dice a un certo punto:
"Il cristiano che partecipa all’Eucaristia apprende da essa a farsi promotore di comunione, di pace, di solidarietà in tutte le circostanze della vita. L’immagine lacerata del nostro mondo, che ha iniziato il nuovo Millennio con lo spettro del terrorismo e la tragedia della guerra, chiama più che mai i cristiani a vivere l’Eucaristia come una grande scuola di pace, dove si formano uomini e donne che, a vari livelli di responsabilità nella vita sociale, culturale, politica, si fanno tessitori di dialogo e di comunione. Nell’Eucaristia il nostro Dio ha manifestato la forma estrema dell’amore, rovesciando tutti i criteri di dominio che reggono troppo spesso i rapporti umani ed affermando in modo radicale il criterio del servizio: se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti. Non a caso, nel Vangelo di Giovanni non troviamo il racconto dell’istituzione eucaristica, ma quello della lavanda dei piedi: chinandosi a lavare i piedi dei suoi discepoli, Gesù spiega in modo inequivocabile il senso dell’Eucaristia. È questo il criterio in base al quale sarà comprovata l’autenticità delle nostre celebrazioni eucaristiche". Così sia.
Sia lodato Gesù Cristo. »
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