Il lutto si addice ad Elettra
IL RITORNO Dopo un breve preludio del giardiniere Seth che introduce in modi realistici l’atmosfera ermetica di quel mondo, facciamo subito la conoscenza di Christine, donna quarantenne, ma in fiore, piena di sottile grazia animalesca. Sua figlia Lavinia è il ritratto irrigidito e sgraziato della madre, come se Christine avesse tenuto per sè tutta la femminilità. E il piccolo coro che circonda Seth fa i suoi commenti su di loro. Giunge la notizia della fine della guerra: Ezra Mannon torna a casa. Durante la sua assenza Christine è diventata l’amante di un capitano di mare, Adam Brant. Lavinia l’ha spiata, l’ha seguita e ha ottenuto da lei un’orgogliosa confessione del suo amore; ora sa che Christine e Brant hanno premeditato l’uccisione del generale Mannon. Vuole avvisarlo, ma il padre è come stordito dal piacere di tornare a casa ed è sempre più attratto dalla moglie. La sera stessa del suo ritorno Christine trova il modo di ferirlo, al momento opportuno, con la rivelazione del suo amore per Brant.
L’AGGUATO Il piccolo coro della provincia commenta i funebri avvenimenti e scruta il volto impassibile di Lavinia. Ma questa è ormai tesa verso un altro obiettivo: il fratello Orin. Sia la madre che la sorella, al suo ritorno, l’influenzano, se lo contendono.
L’INCUBO La terza parte è, come in Eschilo, la lunga avventura del rimorso di Orin. Lavinia è diventata del tutto uguale alla madre; Orin si fà ogni giorno più simile a Ezra. I due hanno trascorso qualche tempo in un’isola dei mari del Sud e un giorno Orin ha visto chiaro in se stesso, quando ha provato per Lavinia la stessa gelosia che provava per la madre, quando si accorge che è accaduto qualcosa che ha fatto di Lavinia una donna.
NOTE DI REGIANel lutto tornano i temi di O’Neill: la violenza del sentimento e delle passioni, la ricerca ossessiva della felicità, la pazzia... Questi motivi l’autore li ha calati nel quadro di una famiglia puritana dell’alta borghesia del Nord America del secolo scorso e li ha trattati con forme che nascondono la violenza sotto accumulazioni di esasperata verbosità, tutto ciò fa della tragedia un’opera dilatata sul piano della durata e della stringatezza del linguaggio; per di più la cornice puritana che sottolinea i temi morali s’inserisce blandamente nell’America Way of life di oggi; e in settori sempre più limitati. Sì dunque alla violenta nevrosi dei personaggi, no alla prolissità e alla lentezza, no assolutamente no alla tentazione di assumere l’opera senza storicizzarla. La collocazione in prospettiva dell’opera vista come remota rispetto all’oggi è sottolineata dall’invenzione di Seth moderno; egli indroduce col fare dell’imbonitore un gruppo di turisti (quindi il pubblico) nel giardino deserto di casa Mannon, già tempio, in epoche trascorse, di violenti conflitti. La tragedia dei Mannon non è immediatamente vissuta, ma evocata dalle parole di Seth, custode di una cupa leggenda densa di struggimenti. In questa evocazione ad opera del pittoresco e fantasioso giullare, discendente non solo ideale del Seth della tragedia, in tale evocazione, dunque, operata da una mente irrazionale e mitizzante si stempera il lunguaggio corretto dell’opera a favore di quanto di mosso e violento tale linguaggio nasconde; in tale evocazione, infine, si esorcizza il senso stesso dell’azione riproposta. ARRIGO VEZZANI NOTE DI SCENOGRAFIASeguire rigorosamente le minuziose e precisissime didascalie di O’Neill nella ricostruzione dell’ambiente di questa mitica vicenda, è parsa un’impresa tanto ardua quanto inutile e insignificante sul piano del testo. Questi personaggi - escluso ovviamente il coro che funge da cornice e da spettatore del dramma - parlano, soffrono, gioiscono, amano, odiano in uno spazio chiuso senza via d’uscita o di scampo, vittima di una sorta di nemesi perpetua, prigionieri del loro odio, di un passato che, anzichè dileguarsi, incombe sempre più cupo e mostruoso, fino a schiacciare anche l’ultima superstite Lavinia, che invano ha cercato di uscire dalla morsa. Con l’ausilio di questa nota registica, l’impianto scenografico che ho progettato e che Adolfo Ghidoni e Gianni Rustichelli hanno realizzato, vuole non soltanto descrivere succintamente l’ambiente reale della vicenda ma soprattutto esprimere una situazione interiore permanente di rimorso e di oppressione. I costumi, qualche pezzo d’arredamento, unitamente all’eco di Spirituals sono gli unici elementi essenziali ad individuare il momento storico dell’azione.
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