Il discorso della montagna
azione scenica, ispirata al Nuovo Testamento, ideata e coordinata da Giorgio Grisendi
Tratto dal bollettino parrocchiale NOTE PER L’ALLESTIMENTO SCENICO DA "IL DISCORSO della MONTAGNA" Uno spettacolo...? Un’azione sacra...? Una preghiera comunitaria...? può essere tutto questo, senza che nessuna delle definizioni sia esaustiva del significato del lavoro. Ognuno, attore o spettatore che sia, vivrà l’esperienza come crederà. Certo l’ottica interpretativa è molteplice a seconda che si vorrà cogliere particolarmente la pur stilizzata ricostruzione storica di situazioni e personaggi, il meccanismo scenico e l’aspetto figurativo o l’occasione per una riflessione collettiva: il lavoro è tale che ognuno può scegliere la propria chiave di lettura a seconda della sua sensibilità. Il filo conduttore della rappresentazione sono le beatitudini, che del discorso pronunciato da Gesù sulla montagna, costituiscono il momento più alto e sconvolgente e racchiudono l’essenza della Buona Novella. E subito viene alla mente l’immagine dell’umanità di ogni tempo idealmente raccolta su quel pendio che ascolta cose mai sentite, assurde secondo la sapienza del mondo. Da questo momento la regola del buon senso comune è capovolta. Poi quei laconici versetti all’apparenza così astratti e generici prendono corpo e vita, e allora ecco germinare figure e scene altrettanto note disegnate fin dall’eternità con amore dalla fantasia di Dio per gli uomini: il pianto dei pubblicani in fondo al tempio, il debitore ingrato, il samaritano... Ora eccoli sulla scena questi personaggi ad esplicitare il senso delle Beatitudini. Giustamente non sempre e non tutte le parabole possono assolvere a questa funzione, perchè diverso è il contesto in cui di volta in volta si vengono a trovare, ma spesso basta smontarle, entrarvi dentro visitarle nel loro svolgersi per poter udire inaspettatamente di lontano: beati coloro.... Indubbiamente in queste storie, proprio perchè eterne e universali, si ritroverebbero tanti problemi della nostra attuale realtà, ma acconsentire alla tentazione immediata di trasporle nello spazio e nel tempo per avvicinarle a noi vorrebbe anche dire rimpicciolirle e limitarle nel loro ampio e profondo significato. Meglio lasciarle intatte, evocarle nel loro linguaggio arcaico e meravigliosamente poetico, lasciando che suggeriscano ad ognuno ciò che devono suggerire. E a presentarle non possono essere altro che bambini, forse i soli in grado di trasmettere con proprietà l’evidenza del bene e del male, perchè posseggono la limpidezza di cuore indispensabile per testimoniarla. All’adulto spetta confrontarsi, commentare, tirare la somma, ma prima di tutto contemplare, immedesimarsi, rivivere!! GIORGIO GRISENDI |
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