CITTA` DI CORREGGIO TEATROB. ASIOLI DOMENICA 8 APRILE - ORE 20,30
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compagnia di prosa (g.t. mandriolo) diretta da arrigo vezzani
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LA REGINA E GLI INSORTI
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di ugo betti
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trasposizione per la scena in due parti a cura di arrigo vezzani
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argia
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sara liuzzo
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elisabetta
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emanuela selvitella
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amos
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silvio panini
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biante
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marco chiari
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raim
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adolfo ghidoni
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l’usciere
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riccardo rovatti
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maupa
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mauro semellini
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l’ingegnere
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marco chiari
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gente del viaggio
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loredana averci
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poi i testimoni
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corrado bassoli graziella grisendi donatella zini
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REGIA
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ARRIGO VEZZANI
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scena e luci
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giorgio grisendi
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costumi gentilmente forniti dalla sig.ra maria grazia odorici / effetti sonori: silvio panini / realizzazione scena: giorgio grisendi / fonico-elettricista: lorenzo menozzi / macchinisti: gaetano liuzzo, cesare panini.
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Ma che senso ha la parola diritto quando s’è distrutto e cancellato il senso della parola pietà?
(G. Testori)
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L’ARGOMENTO
L’azione si svolge ai giorni nostri, durante una rivoluzione, in un paese non identificato. Lungo una strada che conduce alla frontiera un gruppo di fuggiaschi è fermato ad un posto di blocco. Fra questi Argia, donna di vita, in fuga per raggiungere Raim, aggregato alle truppe rivoluzionarie, ed Elisabetta, la Regina che viaggia sotto false spoglie, per sottrarsi alla cattura in quanto a conoscenza dei nomi e dei fatti decisivi per vanificare la rivolta. Un tempo Regina, ella non è però, ora, che una creatura miserevole e spaurita, schiacciata dal terrore, tenuta in vita da un cieco istinto, smarrita di fronte agli eventi e di fronte a se stessa. Per una sorte d’impulso Argia accetta di aiutarla a fuggire, convinta inizialmente dalla prospettiva di un sordido tornaconto, esaltata, poi, addirittura dallo scherzo di fingersi lei la Regina e dal gioco di sfidare, in quanto tale, lei, reietta per altri versi, la autorità. Argia, dunque, viene processata come se fosse la Regina e la cosa pare alla donna un’irridente beffa ai suoi accusatori; ma presto, inevitabilmente, fatalmente diremmo, nell’investirsi della prostituta di responsabilità non sue, nel doversi misurare con gli insorti, travolti dai limiti e dagli eccessi della loro condizione, s’insinua una possibilità: l’occasione di fondare finalmente le premesse di un autentico riscatto da una vita finora meschina, di dar vita all’autentica dignità (ovvero la coscienza di se stessa, come scrisse Betti) e per accettare le conseguenze del proprio atto di scelta.
La regina e gli insorti (1949) è stata rappresentata in prima assoluta il 5 gennaio 1951 al Teatro Eliseo di Roma dalla Compagnia Pagnani-Cervi, per la regia di Alessandro Blasetti. Successivamente l’opera ha avuto per protagoniste la grande Edwige Feuillère e in Italia Elena Zareschi ed Edmonda Aldini.
LA CRITICA
Alessandro Blasetti (dalla prefazione al dramma): L’opera mi ha colpito e commosso come un grido disperato e sincero; come una coraggiosa confessione, come una leale autoaccusa che l’autore esprime, per me, all’evidenza attraverso i suoi personaggi; e come, ad un tempo, un’affannosa ricerca di salvezza morale che egli compie per gli altri e per se stesso. Betti accusa la sua viltà umana e quella di tutti noi in quella della regina: ma non la condanna, le rivolge la pietà di Argia, dello stesso personaggio di cui si è servito per accusarla. Betti accusa la ignobilità, la degradazione morale della vita stessa, di noi tutti, in quella di Argia, ma non la condanna: ne cerca piuttosto il riscatto immuminando una parola altrettanto frequentemente spesa quanto raramente intesa nella sua impareggiabile forza umana: dignità. Dignità che non è orgoglio, non è ambizione, non è presunzione, non è violenza, mentre tanto spesso è un po’ di tutto questo e non è niente, che tanto spesso viene ripetuta contro gli altri mentre va conquistata contro noi stessi.
Achille Fiocco: La riscoperta della dignità umana trova il suo complemento nella rivendicazione dell’unità della coscienza e della responsabilità individuale.
Raul Radice: Le opere di Betti esprimono un mondo inaccettabile, rimuovono una materia torbida nella quale uomini e donne, a ben guardare, agiscono sotto l’incubo del processo e il presagio della condanna. Si deve dire che l’attesa del castigo (o del premio) ha suggerito a Betti alcune fra le sue rappresentazioni più rigorose e potenti... Non è difficile individuare in Betti una sensibilità, se non la piena consapevolezza, anticipatrice. E che egli avesse almeno in certa misura precorso i tempi e intuito non senza lucidità l’approssimarsi di taluni sviluppi della drammaturgia contemporanea, si vide un paio di anni dopo la sua morte, allorchè il suo teatro fu proposto da numerosi istituti stranieri e accolto ovunque come una delle voci più probanti della inquietudine odierna.
LA BIOGRAFIA
Ugo Betti, autore drammatico italiano, è nato a Camerino nel 1892 ed è morto a Roma nel 1953. Partecipò alla prima guerra mondiale e fu fatto prigioniero a Caporetto; dopo la guerra entrò nella magistratura e fu prima a Parma poi a Roma. Autore di alcune raccolte di poesia, esordì nel teatro con La padrona (1926); raggiunse risultati suggestivi e inquietanti con Frana allo scalo nord (1936) dramma corale basato su un’inchiesta giudiziaria provocata da un incidente mortale. Dopo una parentesi patetico-brillante di alcuni anni (l’opera più rappresentativa è Una bella domenica di settembre, 1937) Betti tornò a temi più impegnativi e a risultati più maturi e convincenti con Il vento notturno (1946) cui seguirono, tra gli altri drammi, Ispezione e Marito e moglie (1947), Corruzione a Palazzo di Giustizia (1949), la sua opera più nota in cui la prevaricazione di un gruppo di giudici si allarga ad una chiamata di correo dell’intera società, Spiritismo nell’antica casa e Delitto all’isola delle capre (1948), Il giocatore e Acque turbate (1951). Betti struttura i suoi drammi su un meccanismo inquisitoriale che rivela le tare e le angosce profonde di un’umanità percossa da sventure e rancori, fino all’ansioso sbocco degli ultimi drammi in una speranza ancora vaga ma ormai insopprimibile. Teso a un teatro di poesia, Betti rivela un gusto squisitamene letterario, con una spiccata predilezione per l’apologo, la fiaba, i motivi simbolici, le atmosfere rarefatte.
riproduzione del testo contenuto nel programma di sala
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