25.11.2007

Liturgia - Prediche del Don
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Domenica 25 novembre 2007

XXXIV domenica del tempo ord. (C) - II
Cristo Re
Letture:
2 Sam 5,1-3
Sal 121: «Regna la pace dove regna il Signore»
Col 1,12-20
Lc 23,35-43

Chiesa di Mandriolo. Messa parrocchiale, ore 10.30.

« È difficile trovare nel Vangelo un brano... – a mio avviso, eh – un brano che, meglio di quello che abbiamo letto adesso, nel Vangelo, ci faccia capire un po’ il regno, la regalità di Cristo. Io dividerei questo brano, questa pericope in tre parti (come tre scene).

La prima è quella di coloro che sono ai piedi della Croce. Ai piedi della Croce Luca mette: il popolo, i capi religiosi, i soldati.

Il popolo – dice – stava a vedere. Cioè non faceva e non diceva nulla, né di bene né di male, stupito di quello che stava accadendo. Conoscevano Gesù, sapevano il bene che aveva enunciato e fatto... e si meravigliavano che dovesse fare una fine del genere. Però anche il popolo non ha fatto niente per evitare la condanna di Gesù. Ecco perché, subito dopo il brano che abbiamo letto, dice Luca che le folle che erano accorse per vedere lo spettacolo scesero in silenzio battendosi il petto. Come dire: è anche colpa nostra. Questo lo dobbiamo imparare anche noi: non è sufficiente non fare il male, bisogna avere il coraggio di fare e di dire il bene, se è necessario, per noi e per gli altri, per la società in cui viviamo.

Seconda categoria: i capi. I capi sono quelli del gran sinedrio, cioè sacerdoti, dottori della legge e anziani eletti dal popolo, i quali sono responsabili della condanna di Gesù. Pensate che per farlo condannare, davanti a Pilato, che lo riconosceva innocente, non degno certamente di una pena di morte, sono capaci – quei falsi, quegli ipocriti – di dire: “Noi abbiamo per re Cesare e nessun altro”. Se avessero potuto prendere Cesare e friggerlo l’avrebbero fatto, però, dato che conveniva in quel momento dire così, han detto così. Perché conveniva? Perché mettono in questo modo la paura a Pilato che lo denuncino a Roma per non aver condannato uno che si è fatto re; e allora Pilato lo condanna.
Se la condanna è di Pilato, coloro, però, che hanno aizzato Pilato a condannare Gesù sono proprio quelli del gran sinedrio, i quali hanno sempre avversato Gesù, sono sempre stati perlomeno polemici con lui durante la sua vita pubblica e predicazione; hanno sempre cercato di trarlo in un tranello, in un inganno, e non sono mai riusciti. Adesso, là sul Calvario, è il giorno della loro rivincita e quindi, sprezzanti, dicono: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. Sono contenti di trionfare di lui.

Terza categoria: i soldati. I soldati sono dei poveri diavoli, strappati alle loro famiglie, al loro paese, e, per una paga irrisoria, mandati a custodire l’ordine dell’Impero romano in un paese che, per religione, per tradizione, per mentalità, è completamente diverso da Roma.
I soldati, poi, si sa, sono fatti per fare la guerra, e nella guerra stanno sempre per colui che vince, non per colui che perde; applaudono quello che vince e irridono quello che perde. Gesù, nella scena che abbiamo letto, è perdente. Ecco perché fanno proprie le frasi degli altri: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso”. Sono dei poveri diavoli da compatire.

Questa è la prima scena.

Poi c’è la seconda che è data dal versetto centrale del Vangelo: “C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei”. Voi sapete che – e lo sappiamo dal Vangelo di Giovanni – andarono, quelli del sinedrio, da Pilato a brontolare perché aveva fatto scrivere questo: non dovevi scrivere “Questi è il re dei Giudei”, ma scrivi “Questi ha affermato di essere il re dei Giudei”, perché il motivo della condanna è quello lì. Per fortuna Pilato ha ripreso un po’ di dignità e ha detto: “Quod scripsi, scripsi” (quello che ho scritto, ho scritto) adesso ho scritto così, va bene così: questi è il re dei Giudei.

Dunque i Giudei si aspettavano un messia che avrebbe portato gli Israeliti a dominare su tutti i popoli della terra; lo immaginavano in un trono d’oro... vestito splendidamente... con i ministri, i generali, i suoi servitori lì ai suoi piedi, pronti a un cenno, a una parola, per fare quello che lui voleva...
E invece il Re Messia è un crocefisso, il suo trono è la Croce; non ha nessun paludamento, è nudo sulla croce; non comanda nessuno, ha solo parole ancora di bontà e di perdono. Poco prima del brano attuale Gesù ha detto: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Quindi ci ha perdonato e scusato.

Noi ci chiediamo, ma perché Gesù non ha fatto quello che dicevano i sinedriti? Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce e allora ti crederemo. Se fosse sceso dalla croce, tutti avrebbero creduto in lui, avrebbe ottenuto l’effetto di fare credere in lui. Ma in chi credevano? Qual era l’immagine di Dio che Gesù avrebbe dato alla gente, ai sinedriti, a tutti? L’immagine di un Dio forte, quasi arrogante, capace di ripetere, di ribattere colpo su colpo...
Ora Dio si è mostrato, in Gesù crocefisso, onnipotente non tanto nel dominio ma nel servizio e nell’amore, ed è questo che voleva insegnare Gesù.

Terza scena: quelli che sono in croce, e sono Gesù e due malfattori.
Uno dice: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ripete più o meno quello che dicono gli altri. Ma ce n’è uno che, invece, eccelle, per la sua fede eccelle: “Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena?”. Riconosce, in quel povero uomo che stava morendo in croce, Dio. Guardate, ci vuole una fede... enorme. Riconosce Dio. “Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena?”, e aggiunge “Noi giustamente perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”, poi aggiunse “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Non gli dice neanche di prenderlo nel suo regno, se ne giudica indegno: dice “ricordati di me”, e Gesù lo ricompensa subito: “In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso”.

Ecco il nostro Re.

Noi siamo sempre tentati di andare secondo la mentalità del mondo, perché anche noi facciamo parte di questo mondo, e quindi giudichiamo uno più beato, più fortunato, se riesce a vincere nella vita, non se perde; se dimostra una personalità forte da imporsi agli altri, non se si lascia pestare i piedi; se sa vendicarsi, non se perdona. Noi siamo così. E allora bisogna che quest’oggi chiediamo a Gesù di farci comprendere la natura della sua regalità e, quindi, della nostra salvezza.

Noi “lo vedremo così come Egli è”, quando usciremo da questa vita terrena per entrare nell’altra. E quando lo vedremo così come Egli è dovremo affermare quello che ha detto Giovanni Apostolo nella sua prima lettera: “Iddio è molto più grande del nostro cuore”. »