Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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11.9.2005

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Domenica 11 settembre 2005

XXIV domenica del tempo ordin. (A) – IV
Ss. Proto e Giacinto
Letture:
Sir 27,30 - 28,7
Salmo 102:
«Il Signore è buono e grande nell'amore.»
Rm 14,7-9
Mt 18,21-35

Domenica 11 settembre 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)
in parrocchia si celebra la sagra di San Luigi Gonzaga

« Come prima lettura abbiamo letto un bellissimo brano del libro del Siracide sul perdono. Il libro del Siracide è stato scritto circa duecento anni prima di Cristo. I sentimenti espressi lì, in questo brano, non sono però sempre stati... così... nel popolo ebraico; direi che non sono sempre così neppure tuttora, anche tra noi cristiani, alle volte.

Aveva cominciato Lamech, il figlio di Caino, a parlare di vendetta: davanti alle sue due mogli si era vantato perché, per un graffio ricevuto, aveva ucciso un uomo; e aveva ammazzato anche un bambino perché gli aveva pestato un piede; e aveva aggiunto: “Caino si è vendicato sette volte, ma Lamech si vendicherà settanta volte sette”.

Poi arriviamo a Mosè. Mosè stabilisce una regola più giusta, più equa. Aveva detto: “Occhio per occhio, dente per dente, ferita per ferita”, e con queste parole non è che Mosè volesse aizzare il popolo ebreo a vendicarsi delle offese ricevute. Voleva insegnare semplicemente a loro una giusta proporzione tra l’offesa ricevuta e la vendetta data.

Però, più tardi (ci portiamo al VII°–VIII° secolo avanti Cristo), l’autore definitivo del libro del Levitico scrive: “Non ti vendicherai, non serberai rancore per i figli del tuo popolo, anzi amerai il prossimo tuo come te stesso”, dove, evidentemente, il perdono è predicato nei riguardi degli Ebrei, di quelli che fanno parte del popolo eletto, di quelli della stessa razza, e non riguarda il perdono verso altri, e, nello stesso tempo, comanda proprio l’amore (tra parentesi, vi faccio presente che quando il dottore della legge chiede a Gesù, più tardi, “Chi è il mio prossimo?”, lo fa a ragion veduta, perché nel Levitico il prossimo era considerato, appunto, quelli dello stesso popolo; ecco perché Gesù, nel rispondere, fa entrare in ballo un Samaritano, il quale si dimostra più prossimo di colui che è incappato nei ladroni che non i due Ebrei, peraltro sacerdote e levita. Chiusa la parentesi).

Ecco, l’autore del Siracide indubbiamente ha fatto propri questi sentimenti, questi sentimenti di tolleranza, di perdono, di rapporto pacifico coi propri familiari o coi propri connazionali, e ne dà tre ragioni, secondo me, nel testo che noi abbiamo letto.

La prima ragione è questa: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati”. Cioè, se noi perdoniamo, Dio ci perdona; se noi non perdoniamo, sembra proprio che Dio non ci perdoni, se stiamo anche a quello che poi Gesù stesso dirà, che ha predicato pure la misericordia di Dio che perdona tutti e sempre. Però il brano del vangelo che noi abbiamo letto quest’oggi, voi l’avete sentito, dice proprio così: “Così anche il Padre celeste farà a ciascuno di voi” – cioè farà come il padrone della parabola, che ha affidato il servo spietato agli aguzzini – “Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”. E quando ha insegnato il “Padre nostro” ci ha fatto chiedere: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” e aggiunge, dopo che ha finito il “Padre nostro”: “Se infatti voi perdonerete agli uomini i loro peccati, anche il Padre vostro celeste perdonerà a voi; ma se voi non perdonerete, neanche il Padre vostro celeste perdonerà a voi”.

Quindi la prima ragione è proprio quella: se noi vogliamo il perdono di Dio, e credo che per quanto siamo superbi, tutti siamo convinti di essere, poco o tanto, dei peccatori, noi dobbiamo sapere perdonare.

Seconda ragione. “Egli,” – l’uomo – “che è soltanto carne, conserva rancore; chi perdonerà i suoi peccati? Ricòrdati della tua fine e smetti di odiare, ricòrdati della dissoluzione e della morte”. Il secondo motivo per cui ci invita il Siracide a perdonare è proprio questo, cioè: viviamo una breve vita sulla terra, siamo un pugno di polvere che si è alzata dal suolo e che ritorna giù subito; quei quattro anni di vita che ci sono dati da vivere quaggiù bisogna che li viviamo pacificamente, d’accordo, se vogliamo avere una vita serena; se ci odiamo, se ci maltrattiamo, se ci facciamo dei dispetti, dei torti, continuamente, che vita è la nostra, eh? Noi dobbiamo ricordare questo.

Ricordo che tempo fa, molto tempo fa, alcuni anni fa, forse, avevo letto nella cronaca questo fatto. Un signore aveva comprato un’automobile, una fuoriserie fiammante. Stava per parcheggiarla, quando è arrivato dietro a lui un uomo, con un’utilitaria, che l’ha urtato e ha fatto un piccolo graffio nella nuova fuoriserie. Quegli scende adirato; quello dell’utilitaria chiede scusa, ripetutamente... non ha fatto apposta... ripagherà i danni...; ma il signore della fuoriserie è fortemente adirato perché doveva presentare proprio nel pomeriggio questa fuoriserie nuova agli amici, ai parenti. E come fa a presentarla con un graffio, con un tamponamento?

La gente, curiosa, accorre; nel vedere la gente curiosa quello si adira ancora di più, si sbraccia, urla... non ricordandosi che il dottore... perché aveva avuto un infarto e il dottore gli aveva detto: “Stia attento a non adirarsi, a non eccitarsi troppo, perché questo potrebbe essere fatale”. E di fatti piomba a terra con un infarto che lo porta al Creatore.

Che cosa è valso a quell’uomo adirarsi tanto per un graffio alla macchina quando, poi, ha perso la vita?

Ricordiamoci – non è mica una minaccia, ma è la realtà – ricordiamoci che tutti noi siamo in pericolo di infarto da un momento all’altro, nel senso che non sappiamo quando arriverà la nostra morte. E allora? E allora bisognerà che cerchiamo di essere in pace con tutti.

Terzo motivo. “... resta fedele ai comandamenti. Ricòrdati dei comandamenti e non aver rancore verso il prossimo, ricòrdati dell’alleanza con l’Altissimo e non far conto dell’offesa subìta”. “Ricordati dei comandamenti”: ricorda quel comandamento là del Levitico, che dice: “Non ti vendicherai, non serberai rancore verso il figlio del tuo popolo, amerai il prossimo tuo come te stesso”. Si deve ricordare dell’alleanza, perché l’alleanza è stata fatta – come dice il Deuteronomio – perché Dio vuole essere padre di tutti noi, di un popolo fraterno; e quindi questo è un ulteriore motivo perché ci sia la capacità di sopportarci e di perdonarci.

Celebriamo oggi la festa di San Luigi, allora accenniamo anche a San Luigi.

San Luigi non è che abbia avuto grandi offese e abbia dovuto perdonare; invece è intervenuto come paciere nella sua vita, paciere tra il fratello e il cugino. Il fratello Rodolfo, che era marchese a Castiglione delle Stiviere, e il cugino Vincenzo Gonzaga, che era duca di Mantova. Quando è morto Ferrante Gonzaga, signore di Solferino, Rodolfo ha preso il territorio di Solferino, perché era il nipote di Ferrante, figlio del fratello; anche l’imperatore Massimiliano gli ha dato ragione; però non era della stessa idea Vincenzo, e tra loro quindi si offendono, si imbrogliano, si fanno dei dispetti vicendevoli... insomma sono lì lì per arrivare alle armi e fare guerra l’uno contro l’altro.

Sono le due mamme di Rodolfo e di Vincenzo – da una parte Marta di Sàntena (la mamma di San Luigi e di Rodolfo), dall’altra Eleonora di Asburgo – che intervengono presso il convento dei Gesuiti, a Roma, dove si trova San Luigi e chiedono che Luigi vada a mettere pace tra i due contendenti. Luigi parte e, con una carretta tirata da un giumento, arriva piano piano, facendo varie tappe, fino a Mantova, poi a Castiglione delle Stiviere, e... che cosa fa? Intanto si fa dare i vari documenti che sono necessari per la risoluzione di questo problema; poi si fa dire quali sono le ragioni per cui uno è contro l’altro, e tutti e due raccontano, appunto, di offese varie ricevute, di imbrogli...; e allora le fa mettere in scritto queste cose, poi chiama insieme i due.

Chiama insieme e vuole che ciascuno dei due si scusi davanti all’altro delle cose cattive che ha detto, o spieghi almeno perché le ha dette... insomma alla fine i due si abbracciano, si baciano e il duca di Mantova indice un grande pranzo per annunziare questa pace fatta. Il territorio di Solferino va a Rodolfo, il fratello di Luigi, però c’è questa pace. Luigi non partecipa al pranzo – avrebbe potuto farlo, non c’era niente di male – ma trova la scusa che fratel Giacomo, l’infermiere che accompagnava Luigi nel viaggio (perché Luigi era già affetto di Tisia), non si sentiva di pranzare coi “signori”, e quindi va nel collegio dei Gesuiti a Mantova, non partecipa al pranzo di pace; va invece in cappella, salta il pranzo e prega Dio ringraziandolo della pace raggiunta.

C’era però un’altra questione: quando va a Castiglione chiede di sua madre e Rodolfo, confuso, gli dice che la madre non abita più lì, abita a San Martino (quel San Martino che diventerà poi San Martino della battaglia); vuole sapere il perché. Perché Rodolfo ha rapito una ragazza e convive con questa ragazza e da lei ha avuto una figlia; e la madre non voleva vivere sotto lo stesso tetto di una concubina e trovarsi a tu per tu con questa concubina. Allora bisogna mettere pace anche qui! E chiede a Rodolfo le spiegazioni.

Rodolfo promette di dargliele; intanto Luigi parte per gli esercizi spirituali a Milano (gli esercizi spirituali consistevano nel mese ignaziano, cioè un mese di esercizi spirituali); finito il mese Rodolfo raggiunge davvero Luigi al convento di Brera, a Milano, e gli fa vedere un documento del parroco di Castiglione delle Stiviere dove si dice, si testimonia – ci sono anche le firme dei testimoni – , che ha celebrato il matrimonio segreto con Elena, la ragazza che aveva rapito; che la figlia, quindi, è legittima; che è tutto secondo il volere di Dio e le leggi della chiesa. Questo riempie il cuore di Luigi di gioia. Perché l’ha fatto segretamente? Perché il casato dei Gonzaga si sarebbe opposto a che lui sposasse una che non era di famiglia nobile. Allora Luigi dice: “Ci penso io. Tu va’ e di’ alla mamma questo; io penso a mettere d’accordo tutti gli altri del casato dei Gonzaga”. E infatti riesce, e quindi grande festa anche per questo.

Ecco, abbiam parlato di Luigi e di perdono. Non è stato un perdono che Luigi ha dovuto dare per offese ricevute da lui, ma è stata un’azione di paciere che ha fatto per mettere d’accordo e per portare il perdono tra parenti. Vi ricordo la frase di Gesù, la beatitudine di Gesù: “Beati i pacificatori perché saranno chiamati figli di Dio”. Cioè, come Gesù è Figlio di Dio venuto sulla terra per pacificare il cielo con la terra, Dio con l’uomo e per pacificare gli uomini tra di loro, così coloro che fanno opera di pace sono più di tutti gli altri degni di essere chiamati figli di Dio.

Che ci renda degni così il Signore; ci faccia camminare sulla via della santità. Non dico ci renda santi come San Luigi perché non riusciamo più ormai, però ci faccia camminare speditamente sulla via della grazia. Così sia.

Sia lodato Gesù Cristo. »



 

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