Domenica 19 giugno 2005
| XII domenica del tempo ordinario (A) – IV |
| S. Romualdo |
| Letture: |
| Ger 20,10-13 |
| Salmo 68: «Nel tuo grande amore rispondimi, o Dio.» |
| Rm 5,12-15 |
| Mt 10,26-33 |
Domenica 19 giugno 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Come prima lettura abbiamo letto un brano del profeta Geremia. Geremia è vissuto tra la fine del settimo e l’inizio del sesto secolo avanti Cristo. Era stato chiamato da Dio ad essere suo profeta direttamente quando egli era ancora molto giovane. Ha esercitato questa sua missione oltre quarant’anni. Era di carattere piuttosto timido, iperemotivo; avrebbe desiderato vivere la sua vita tranquilla in Ànatot – la sua città natale – ma non è stato così: Dio l’ha chiamato ad essere profeta, e ad essere profeta in un momento cruciale per non dire drammatico per Gerusalemme. Dio vuole che egli predichi, come egli dice, appunto, quando lo chiama, nel momento della sua votazione, predichi contro i re e i capi di Giuda, contro i suoi sacerdoti, contro il popolo tutto del paese. "Essi ti faranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti", così gli assicura il Signore. Però – voi capite – per una persona giovane, timida, non era una missione facile.
Iddio gli ingiunge anche un’altra cosa, una cosa molto rara nel vecchio testamento: di non sposarsi, perché dovrà essere dedito tutto alla sua missione; dovrà consacrare la sua vita alla sua missione. E Geremia così ha fatto. Questa è la prima cosa che noi dobbiamo valutare: Geremia si identifica, identifica la sua vita con la sua missione; anche se questa missione gli costa grande sacrificio e opposizione, odio, da parte di tanti.
Colui che è il massimo nemico di Geremia è un sacerdote del tempio, che era il capo–ispettore, diciamo così, del tempio: un certo Pascùr, il quale fa fustigare Geremia per le parole che dice contro Gerusalemme e il tempio, e contro il popolo di Giuda; e poi lo fa mettere in prigione legato con delle catene ai ceppi. Cos’era successo? Era successo che Nabucodonosor – il re di Babilonia – con il suo esercito, fatto di soldati molto preparati, molto arditi, ma anche crudeli, aveva circondato Gerusalemme e il re, coi capi militari, aveva pensato di chiedere aiuto all’Egitto. Geremia gli ha consigliato, a nome di Dio, di arrendersi a Nabucodonosor e di diventare vassalli di Babilonia, del re Nabucodonosor. Avrebbero risparmiato, così, la distruzione di Gerusalemme e del tempio; avrebbero evitato di andare in esilio. Si trattava di vedere a quali condizioni stipulare questo vassallaggio.
Però, appunto, i sacerdoti e i capi militari e il re sono contrari a questo; e allora, ecco, lo mettono in prigione. Dopo, però, il giorno dopo che Pascùr l’ha fatto mettere in prigione, il re lo fa liberare dalla prigione; uscendo dalla prigione incontra Pascùr e lo chiama con un nomignolo: gli storpia il nome e lo chiama "Magòr" che vuol dire "terrore all’intorno". Infatti è terrore all’intorno. Voi vedete che comincia proprio da questa parola la lettura di oggi: "Io sentivo le insinuazioni di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo e lo denunceremo». Tutti i miei amici spiavano la mia caduta:" – e dicevano: – "«Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta»" (notate che sono i suoi migliori amici che ragionano così; provate a pensare cosa dicevano gli avversari!).
Questa è la situazione di Geremia, tanto che Geremia comincia a dubitare anche della sua stessa missione. Appena prima delle parole che noi abbiamo letto, Geremia dice: "Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno". Avendo la missione di predicare violenza e oppressione, è logico che si fa molti nemici in questo modo.
Allora, dopo avere sottolineato il fatto che egli, però, è fedele alla sua missione, alla sua missione di profeta, alla sua vocazione, dobbiamo mettere in risalto anche questo: questa fedeltà è costata parecchio a Geremia. E costata sofferenza, angoscia, direi quasi disperazione. Sentite cosa dice subito dopo il brano che noi abbiamo letto (perché quel brano che noi abbiamo letto fa parte di quegli alcuni brani che noi troviamo nel libro di Geremia che son chiamati "confessioni di Geremia", cioè dove lui esprime il suo animo; noi conosciamo molto dell’anima di Geremia da queste "confessioni" che ogni tanto sono come interpolazione nel racconto del libro). Dice: "Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto. Maledetto l’uomo che portò la notizia a mio padre, dicendo: «Ti è nato un figlio maschio», colmandolo di gioia. … Perché non mi ha fatto morire nel grembo materno; mia madre sarebbe stata la mia tomba e il suo grembo gravido per sempre. Perché mai sono uscito dal seno materno per vedere tormenti e dolore e per finire i miei giorni nella vergogna?". Ecco, toccato proprio quasi dalla disperazione, questo Geremia, nel compiere la sua missione.
Anche a noi è affidata la missione di annunciare il vangelo, anzi Gesù quest’oggi ci dice che quello che abbiamo ascoltato in privato poi lo dobbiamo annunciare sui tetti, cioè dobbiamo annunciare a tutti; e non è che questa missione sia così semplice, anche per noi: in certe parti della terra costa ancora la vita alla gente, ai missionari, a certe persone, a certi cristiani che vogliono professare la loro fede. Qui da noi, nei paesi, diciamo, ricchi e democratici, questo non succede più, è una cosa quasi impossibile; però è abbastanza facile che ci sia l’offesa, la derisione, l’emarginazione, l’impossibilità di… progredire… nella propria carriera…, queste cose succedono. Noi abbiamo assistito anche in occasione dell’ultimo referendum, che per grazia di Dio è andato bene, però quante offese verso il Cardinal Ruini, gli arcivescovi, i preti, i cattolici…; abbiam preso dei retrogradi, dei medievali, degli ignoranti, dei nemici della donna. E’ abbastanza facile correre questi rischi quando si vuole essere fedeli al vangelo di Gesù.
Avete notato… – io mi esprimo con un esempio – avete notato che l’essere fedeli al vangelo è un po’ come andare contromano. Quando uno imbocca una strada bisogna che veda bene la segnaletica: che non succeda che imbocca una strada dove è proibito il traffico in quel senso, perché il traffico è nell’altro senso. Se l’imbocca ugualmente… che guidi pure con la massima prudenza, ma lo scontro è quasi inevitabile; e se si scontra, tutti scenderanno a dirgliene di cotte e di crude perché la colpa è sua, perché va contro le regole accettate da tutti.
Uno prega molto, uno viva la castità secondo il suo stato, uno si accontenta di una vita, diciamo così, morigerata, non ambisce la ricchezza, è sensibile alle povertà che esistono nel mondo, si dà da fare, magari fa anche del volontariato… questo qui prende del pazzo, del folle, dell’anormale, della persona che non sa vivere. Noi abbiam proprio la sensazione di andare, appunto, contromano; anche l’espressione che si sente abbastanza facilmente: "vivere all’onore del mondo", questa parola "onore" ha un valore… ha un valore negativo – sapete? – non ha mica un valore positivo; cioè, adattarsi alla mentalità del tempo vuol dire essere come dei fluidi o dei liquidi che si adattano al recipiente che li contiene, e noi tante volte forse siamo così; mentre il Signore vuole che siamo dei solidi: che siamo fermi nelle nostre idee e nel difendere i nostri principi e nel viverli (perché oltre che predicarli prima di tutto noi dobbiamo viverli).
Questo fatto qui non crediate che sia cosa del nostro tempo, avete sentito Geremia era così, duemilaseicento anni fa; il libro della Sapienza, che comunque ha più di duemila anni, riporta i ragionamenti degli empi, quelli che non credevano in Jahvè: "Tendiamo insidie al giusto, perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta. Proclama di possedere la conoscenza di Dio e si è dichiarato figlio del Signore. È diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti;
ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita è diversa da quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade". Vedete che cambiano i tempi ma… è poi sempre un po’ così: il difendere la giustizia e la verità costa sempre.
Anche quelle parole ultime che noi sentiamo da Geremia, dobbiamo intenderle in questo senso. Dice: "Signore degli eserciti, che provi il giusto e scruti il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di essi; poiché a te ho affidato la mia causa!". Sono parole dure, che suonano dure al nostro orecchio di cristiani; noi dobbiam pensare che la legge del perdono data da Cristo non c’era ancora, ma Geremia non vuole tanto dire: "Mi auguro che il Signore faccia morire tutti i miei avversari" (sarebbe stata una carneficina); no: che faccia trionfare la verità, che capiscano che io predicavo la verità e insegnavo loro come dovevano agire i quei frangenti.
Ecco, è bello comunque che dica: "Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso"; ha fiducia nel Signore, e noi dobbiamo avere la stessa fiducia. Cioè, delle volte non abbiamo, per carattere, quella decisione, quel coraggio, che invece sarebbe necessario, però il Signore ce lo può dare, eh? Avete sentito cosa dice il Signore: "Due passeri non si vendono forse per un soldo?" – con un asse, con uno spicciolo, compravano due passeri (e a quel tempo si mangiavano anche i passeri, come li mangiavamo noi durante la guerra, non so…) – "Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!".
Quanti sono i capelli dell’uomo? Beh… i miei sono certamente molto meno dei capelli di tanti di voi e nessuno ha mai contato forse i capelli. No: gli scienziati hanno contato anche i capelli (son curiosi gli scienziati) e hanno contato che una capigliatura normale ha, normalmente, ottantamila capelli! – certo, come dicevo, io… sono fuori serie io, non sono normale… – però, è interessante, con ottantamila capelli, che Dio non voglia che venga torto neanche un capello a noi; non lo permette, se questo non vuole che avvenga. E il Signore ci dà, oltre alla prova, la forza per resistere alla prova e non permette che siamo provati oltre le nostre forze. Quindi: coraggio! Coraggio, anche se indubbiamente professare la nostra fede alle volte ci costerà emarginazione, offesa e sacrificio.
Voglio concludere con un fatterello che si legge nella vita del Cardinal […]. C’era un ragazzo – oltre cento anni fa – in Francia che, dalla campagna dove abitava, è andato in una grande città per potere fare la scuola superiore, credo a Bordeaux. Là i genitori l’hanno messo in un collegio, e nel collegio, alla sera, dormiva in un camerone […] una camerata, comunque era un camerone, più o meno come avevamo noi in seminario, dove dormivano venti o trenta ragazzi, tutti nella stessa camerata.
Egli, questo Adolfo […], che era stato abituato a recitare sempre le preghiere prima di andare sotto le coperte, si è messo in ginocchio lì vicino al suo letto e ha cominciato a recitare le preghiere. Allora gli altri che lo vedono, e che erano quasi tutti di famiglia poco credenti, cominciano a canzonarlo, lo prendono in giro, a ridere… a dire degli "ora pro nobis", "mo guarda che bigotto!… Se va bene si farà prete…, si farà vescovo…".
Lui ha continuato, dieci minuti circa, a recitare preghiere; poi si è alzato e prima di mettersi sotto le coperte si è voltato è ha detto: "Se la cosa vi fa piacere, vi avviso che tutte le sere avrete questo divertimento".
Questo coraggio, che sapeva prendere anche con umorismo, diciamo, i maltrattamenti degli altri, le offese degli altri, ha fatto sì che intanto smettessero quasi subito di canzonarlo; lui ha continuato tutte le sere a fare così, e avevano ragione: è diventato prete, è diventato vescovo di […], è diventato cardinale, addiruttura. Il Signore ci promette qualcosa di più: "Se qualcuno mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio", quindi ci promette ancora di più che il cardinalato.
Sia lodato Gesù Cristo. »
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