Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

2-3.7.2005

E-mail Stampa
Indice
2-3.7.2005
Domenica 3.7.2005
Tutte le pagine

Sabato 2, Domenica 3 luglio 2005

XIV domenica del tempo ordinario (A) – II
S. Tommaso, apostolo
Letture:
Zc 9,9-10
Salmo 144:
«Benedetto sei tu, Signore, umile re di gloria.»
Rm 8,9.11-13
Mt 11,25-30

Sabato 2 luglio 2005 (messa parrocchiale ore 19.00)

« È un brano bellissimo e intenso di significati quello che abbiamo letto come vangelo quest’oggi. Dobbiamo dire che dopo gli entusiasmi suscitati da Gesù maestro all’inizio della sua vita pubblica – entusiasmi tanto più sinceri e voluti in certo senso dal Signore, perché accompagnava la parola coi miracoli – han cominciato per lui i primi dissensi, le prime critiche, le prime malevolenze, i primi sarcasmi, addirittura l’intenzione di farlo fuori.

Quelli che più si sono accaniti contro di lui sono stati soprattutto i dottori della legge, gli scribi, quelli che credevano di sapere già tutto della legge di Dio e del mistero di Dio, del disegno di Dio sugli uomini, sul suo popolo; ma non sono stati solo quelli. Voi ricorderete forse che quando Gesù si recò nella sinagoga di Nazaret – il suo paese, dove aveva vissuto per tanti anni – i cittadini lo buttano fuori dalla sinagoga e lo portano fin sopra al ciglio del monte dove era costruita la loro città per gettarlo giù; ed egli, con sovrana e divina libertà, passa in mezzo a loro e sfugge così alla morte.

I suoi parenti. Una volta fanno una spedizione da Nazaret a Cafarnao per prenderlo perché dicono: "E’ diventato pazzo". I suoi discepoli. Voi ricorderete che nel discorso sul pane di vita, nella sinagoga di Cafarnao, i suoi avversari si domandano: "Ma come può costui darci la sua carne da mangiare?"; i discepoli dicono: "durus est hic sermo" (è duro questo discorso) "chi lo può accettare?", e da quel momento – dice l’evangelista Giovanni – molti dei suoi discepoli non andarono più con lui.

Il capitolo undici di Matteo, da cui è tratto il brano del vangelo di oggi, comincia con la missiva da parte di Giovanni Battista che si trova in prigione, di due suoi discepoli che mandano a chiedere a Gesù: "Beh, sei tu quel che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?". Poi la gente che chiede a Gesù un segno, un segno dal cielo, ed egli sbuffa: "Questa generazione adultera e perversa chiede un segno e non le sarà dato altro segno che quello di Giona". Poi ha quelle espressioni di minaccia contro Corazin, Betsàida, Cafarnao.

Insomma, siamo circa a metà della sua missione, nella sua vita pubblica, e si direbbe che sia un fallimento pressoché generale, quello di Gesù. Ciascuno di noi, credo, si sarebbe avvilito, se non depresso, si sarebbe chiuso come un riccio, non avrebbe più voluto saperne di una missione del genere, e, accompagnata pure da dei miracoli, non aveva trovato riscontro nella gente. E invece Gesù esce in un grido di gioia, di esultanza; anzi è una delle pochissime preghiere pronunciate da Gesù e riportate dal vangelo (spesso i vangeli ci parlano di Gesù che prega ma non raccontano le sue preghiere, anche perché gli stessi apostoli, quasi sempre, non avranno sentito queste preghiere; ma qui, invece, lo fa in pubblico e allora è riportata): "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.", e aggiunge: "Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te". Cioè stabilisce che è proprio Dio Padre che voleva così.

Chi sono quei sapienti, quegli intelligenti, a cui non è possibile arrivare a conoscere il mistero e il progetto di Dio sull’uomo? Sono quei sapienti, quegli intelligenti che alle volte, anche nel vecchio testamento, sono trattati con una certa ironia, se non con una certa irrisione. Dice, ad esempio, il profeta Isaia: "Guai a coloro che si ritengono intelligenti e che si reputano dei sapienti". Sono cioè quelle persone (potremmo dire "siamo" quelle persone) che hanno fiducia e fanno leva solo sulla loro intelligenza, sulle loro nozioni, sulle loro conoscenze, e non vanno oltre.

E’ un vizio abbastanza moderno – eh? – anche oggi succede questo; anzi succede spesso, ancora più spesso di quello che non succedeva forse ai tempi di nostro Signore Gesù Cristo. Il cosiddetto "relativismo" che cosa è se non l’idea che ciascuno si costruisce la verità da sé stesso; trae da sé stesso, dalla sua intelligenza, dai suoi ragionamenti, la verità; si fa una sua verità; quella è la sua verità. E ciascuno ha la propria verità. Sicché si potrebbe dire che la verità oggettivamente non esiste: esistono solo delle opinioni; ciascuno però ha il diritto di avere la sua opinione e di seguire la sua coscienza e non darsi tanto da fare per cercare una verità e un bene oggettivi. C’è molto provincialismo in questo volere bastarsi, in questo dire: "Al di fuori di me, al di sopra di me: niente e nessuno". Questi sono gli intelligenti e i sapienti cui è negato arrivare alla conoscenza di Dio e dei suoi misteri.

Questi, invece, questi misteri, sono regalati ai piccoli. Chi sono i piccoli? Beh, i piccoli sono anzitutto i bambini; ma poi anche i poveri, gli infermi; tutti coloro che in qualche modo, per situazione naturale, non riescono a darsi tutte quelle certezze, tutte quelle cose, tutto quel benessere che gli altri hanno, quelle sicurezze; e allora cercano più facilmente fuori di sé qualcuno che li aiuti. Il bimbo, ad esempio può essere il bimbo più capriccioso, più disubbidiente, più bugiardino che ci sia al mondo, però se si trova solo in un luogo che non conosce, di sera o di notte, si mette a piangere. Perché? Perché sa benissimo che dipende dai genitori, ed è sicuro solo se è vicino ai genitori; e quando crescerà un po’ di più, che andrà a scuola, dirà a un certo punto, alla mamma, al papà, agli amici: "L’ha detto la maestra!", come dire: "L’ha detto la maestra... quindi è così certamente! Perché l’ha detto la maestra". Dipende da altri.

Ecco, queste persone più facilmente sono aperte, allora, al soprannaturale, a verità che vengono da fuori, non da dentro, e sono aperti alla rivelazione divina.

E’ interessante quello che Gesù dice; ha una frase che sembra quasi da vangelo di Giovanni più che di Matteo: "Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare". E a chi lo vuole rivelare il Figlio? Chi è il Padre? Chi è Dio? Perché questa è la grande rivelazione di Gesù. Dio non l’ha mai visto nessuno: l’Unigenito che è nel seno del Padre ce lo ha rivelato [Giovanni 1,18 – n.d.r.]. Ma a chi lo rivela? Ai piccoli. Ai piccoli. Alla gente che già naturalmente è aperta alla fiducia, è aperta alla fede, è aperta a credere a una rivelazione. Gesù la sua rivelazione non la impone, non la vuole imporre a nessuno, però se trova delle anime che sono aperte alla fede, allora a costoro dà il dono della fede, e dà la conoscenza di Dio e dell’amore di Dio per noi, del progetto di amore di Dio per noi.

Noi comprendiamo allora anche le altre parole che vengono nella seconda parte del vangelo di oggi (sarebbe da meditare a lungo questo vangelo): "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore". Qual è quel giogo che opprimeva tanto la gente di allora a cui parlava Gesù ("Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi")? Cos’era? Il giogo dell’impero romano? No, era il giogo della legge. Eh! La Torà!? La legge di Dio, era un giogo!? Beh... anche il Siracide la chiama un giogo; dice anche (il Siracide) che se tu sottometterai il tuo collo a quel gioco troverai la pace dell’anima. Ma era diventato un giogo perché qualcuno l’aveva fatto diventare un giogo: gli intelligenti e i sapienti, i dottori della legge, quella setta così attaccata alle tradizioni antiche e così capace di... vivisezionare tutti i comandi della legge da trovare una miriade di impegni che bisognava osservare per essere veramente dei pii Israeliti, perfetti davanti a Dio, degni del suo regno. I farisei. Costoro avevano ridotto la legge a un giogo insopportabile.

Sentite cosa dice San Pietro, si potrebbe dire nel primo concilio ecumenico, quello che nell’anno cinquanta fanno gli apostoli e i presbiteri (esistenti allora, naturalmente), cioè i sovrintendenti delle comunità cristiane di allora. C’erano i cristiani che venivano dal giudaismo che consideravano ancora la fede in Gesù Cristo, il cristianesimo, quasi come un ramo dell’albero del giudaismo: il popolo eletto era il popolo giudaico; se uno voleva avere la salvezza, sì, doveva credere in Gesù, essere battezzato, ma doveva prima farsi circoncidere e impegnarsi a osservare tutte le cose della legge, tutti i comandi della legge, e tutti i riti dell’antico testamento. Ora San Pietro dice a costoro: "Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare? Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati e nello stesso modo anche loro", cioè non dall’osservanza della legge ma dalla fede in Gesù Salvatore, è lui che ci salva.

Ecco perché si rivolge a loro. Dice: "Prendete il mio giogo su di voi". Il mio giogo non è il giogo di Gesù perché lo impone Gesù, ma è quel giogo che lui per primo ha portato.

Voi ricorderete le beatitudini; ebbene: lui è vissuto da povero; lui si è fatto umile; lui ha sopportato la persecuzione contro la giustizia; lui è un puro di cuore; lui era il misericordioso. Questo è il giogo che noi dobbiamo prendere. E’ un giogo dolce, il carico è leggero, perché? Perché lui ci sta davanti e lo porta per primo, ma soprattutto perché ha sintetizzato tutta la legge nel comandamento dell’amore; e si sa che l’amore è una cosa difficile da vivere, ma anche quella che ci dà la gioia più piena nella vita.

Sia lodato Gesù Cristo. »





 

Aggiungi un commento

Il tuo nome:
Indirizzo email:
Commento: