Domenica 12 giugno 2005
| XI domenica del tempo ordinario (A) – III |
| S. Onofrio |
| Letture: |
| Es 19,2-6a |
| Salmo 99: «Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.» |
| Rm 5,6-11 |
| Mt 9,36 - 10,8 |
Domenica 12 giugno 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)
« Nella mia riflessione metto insieme un po’ la prima e la seconda lettura. Nella prima lettura, voi avete sentito che il libro dell’Esodo ci narra quando gli Ebrei arrivarono al Sinai, dopo tre mesi che erano usciti dal paese d’Egitto, attraversando il Mar Rosso, sono arrivati al Monte Sinai. Là Dio chiama Mosè sul monte per stabilire le regole dell’alleanza (l’alleanza è sempre come un contratto che comporta dei diritti e dei doveri, è fatto davanti a dei testimoni, eccetera). Dio vuole fare un’alleanza con gli Ebrei.
Metto in risalto tre cose. Primo: Dio richiama quello che ha fatto per quel popolo: "Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me". Aveva prosciugato il Mar Rosso; aveva dato loro l’acqua dalla roccia; aveva dato loro la manna; aveva già operato, cioè, diversi prodigi per quel popolo, quindi mette in chiaro che Egli ha, in certo senso, dei diritti ancora maggiori su quel popolo. Sua è tutta la terra ma quello vuole che sia la sua proprietà.
Seconda cosa che metto in risalto è quella parola che dice Dio a Mosè: "Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza…" eccetera. "Se vorrete ascoltare la mia voce", cioè: Dio, che pure fa sempre il primo passo, è Lui che ci sceglie, che ci elegge, vuole però il nostro consenso, non forza mai questo consenso; non costringe nessuno, lo chiede: "Se vorrete ascoltare la mia voce…".
Terza cosa che io metto in risalto è che "Voi", se ascolterete la mia voce, "sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa". "Un regno di sacerdoti", perché come il sacerdote è ponte tra Dio e l’uomo, che porta a Dio le istanze e le necessità dell’uomo e porta all’uomo i doni di Dio, altrettanto il popolo di Israele doveva essere. "Santo", di per sé, nell’ebraico, come nel greco, vuole dire "separato", separato dagli altri, ma non vuole dire "isolato"; vuole dire, piuttosto, diverso dai pagani. Ecco, "Voi sarete un popolo santo", cioè non seguirete gli idoli, la mentalità, i vizi dei pagani: "Voi sarete un popolo santo".
Questo che Dio ha fatto nella vecchia alleanza, lo ha fatto in modo ancora più mirabile nella nuova alleanza, ed ecco perché dico, mi riferisco anche alla seconda lettura. Nella seconda lettura (io leggo solo due o tre frasi): "Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi". La prima cosa è che Egli ci ha liberato dalla schiavitù del peccato. E’ una liberazione molto più spirituale ma molto più profonda, più vera, più reale, che non quella operata col popolo di Israele, che era soltanto la liberazione da una schiavitù politica.
E poi aggiunge: "Se quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita". La vita divina di Cristo ci è comunicata attraverso i sacramenti; il primo è proprio il battesimo; è nel battesimo che Daniele [il bambino che sta per essere battezzato – n.d.r.] riceverà la grazia santificante che lo rende figlio di Dio; finora è stato figlio di uomini, col battesimo diventa anche figlio adottivo di Dio, e nella Eucaristia alimenterà questa vita: "Ogni volta, infatti, che mangiate di questo pane" – ci dice San Paolo nella prima ai Corinzi – "e bevete di questo calice voi annunciate la morte del Signore finché egli venga". Quindi noi diventiamo partecipi della sua morte (al peccato) e partecipi della sua vita divina proprio attraverso l’Eucaristia. E aggiunge ancora, sempre nel brano della lettera ai Romani che abbiamo letto come seconda lettura: "Non solo" saremo partecipi della sua vita "ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo". "Ci gloriamo pure in Dio" vuol dire: saremo partecipi della gloria di Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Quindi Gesù Cristo ci ha ottenuto tre cose: la liberazione dal peccato, la partecipazione alla vita divina (attraverso i santi sacramenti) e la partecipazione alla gloria divina nel paradiso, nel cielo, nell’eternità.
E’ per questo che noi siamo grati. E allora, ecco, noi diventiamo, anche noi, sacerdoti e popolo santo. Sentite cosa dice San Pietro nella sua prima lettera (che qualcuno di voi forse ricorderà che abbiamo letto, perché abbiamo fatto la "lectio divina" quest’anno sulla prima lettera di Pietro): "Stringendovi a lui, pietra viva" – a lui è Gesù Cristo – "rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce. Voi che un tempo eravate non popolo" – perché i nostri antenati erano dei pagani – "ora invece siete il popolo di Dio; voi un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia". Ecco, noi siamo sacerdozio regale, nazione santa; non solo i ministri di Cristo, come sono io, come è Don Piergiorgio, come sono i preti e i vescovi e i diaconi, ma tutto il popolo di Dio è un popolo sacerdotale e santo.
Cosa vuol dire un popolo sacerdotale e santo? Se Daniele, adesso, potesse pregare – ha soltanto un anno circa, neanche, e quindi non è capace ancora di preghiere – ma se potesse pregare la sua preghiera varrebbe per quel tanto di fede, di amor di Dio, che ha nel suo cuore. Basta. Quando noi, invece, siamo qui che preghiamo, voi sentite che la chiesa finisce sempre le sue preghiere con "Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio che è Dio e vive e regna …" eccetera, eh? Nella preghiera al Sacro Cuore di Gesù che recitiamo ogni mattina si dice: "In unione al sacrificio eucaristico". Allora, noi abbiamo sottoscritte le nostre preghiere e le nostre azioni buone da Gesù Cristo, che dà un merito pressoché infinito alle nostre preghiere e alle nostre azioni.
Faccio un esempio. Se io vado in banca e dico al cassiere:
- "Guardi, io son venuto per chiedere centocinquantamila euro perché vorrei costruire l’oratorio a Mandriolo."
Allora lui guarda il mio conto e dice:
- "Ma, nel suo conto non c’è niente. Come fa a chiedere centocinquantamila euro? Ha una qualche garanzia (ma una garanzia potente)?"
- "Ma… ho qui un assegno che è firmato da Silvio Berlusconi."
- "Un assegno di Silvio Berlusconi?". Lo guarda e dice: "E’ proprio la forma di Silvio Berlusconi…". Allora dice: "Aspetti un momento". Va a parlare col direttore; naturalmente il direttore mette sotto qualcuno che attraverso tutti gli aggeggi moderni, è vero, i computer, eccetera, si metterà in rapporto con la segreteria di Berlusconi; Berlusconi dirà: "Sì, sì, Don Nasi è un mio amico… […] io questo assegno…".
Allora il direttore mi chiama dentro e dice: "Venga, venga", poi arriva uno che gli dà un foglietto dove è scritto che Berlusconi approva. E allora il direttore addirittura mi dice:
- "Ma, con centocinquantamila euro ce la fa? Perché poi dopo ci sarà bisogno anche di attrezzarlo; vedo che l’assegno è in bianco… Se vuole gliene diamo duecentomila".
- "Ma," – dico – "no, soltanto centocinquantamila perché poi io mi son ripromesso con Berlusconi che nel giro di dieci–dodici anni glieli restituisco questi soldi, e più aumenta la cifra, dopo diventa difficile per me...".
Lasciamo l’esempio. Allora, avete capito: se io vado con quello che ho di mio, non mi danno niente; se invece c’è un assegno firmato da uno che i soldi li ha, allora mi danno tutto quello che io chiedo. E altrettanto è per noi. Noi quando preghiamo, ormai che siamo cristiani, che siamo partecipi della vita divina di Cristo, se ci uniamo al suo sacrificio – e continuamente sulla terra vengono offerti sacrifici eucaristici – se noi ci uniamo a Gesù e per mezzo di Gesù chiediamo al Padre, certamente le nostre preghiere hanno un valore moooolto più grande! Ecco cosa vuol dire essere partecipi del sacerdozio di Cristo. Ed essere santi vuol dire che, appunto, noi non è che ci separiamo dagli altri… che non sono santi… noi siamo buoni, bravi, gli altri no. No. Piuttosto, cerchiamo di dare testimonianza a Gesù, alla sua bontà, al suo vangelo, attraverso la nostra vita.
Vi leggo, a conclusione, quella preghiera di Pomilio che altre volte lessi e che lui stesso, poi, prese da una preghiera del milletrecento e che mette in risalto bene questo nostro compito (lo ricordo anche a quei ragazzi che hanno finito l’anno catechistico: non è finito l’anno catechistico; adesso si deve vivere quel vangelo che voi avete imparato):
"Cristo non ha più mani, ha soltanto le nostre mani per fare le sue opere.
Cristo non ha più piedi, ha soltanto i nostri piedi per andare oggi agli uomini.
Cristo non ha più voce, ha soltanto la nostra voce per parlare oggi di sé.
Cristo non ha più forze, ha soltanto le nostre forze per guidare gli uomini a sé.
Cristo non ha più vangeli che essi leggano ancora, ma ciò che facciamo in parole e opere è l’evangelio che si sta scrivendo: l’unico che oggi è compreso".
Così sia. »
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