Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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6.2.2005

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Domenica 6 febbraio 2005

V domenica del tempo ordinario (A) – I
S. Paolo Miki e compagni
Letture:
Is 58,7-10
Salmo 111:
«Il giusto risplende come luce.»
1Cor 2,1-5
Mt 5,13-16

Domenica 6 febbraio 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)

« Il messaggio di Isaia che noi abbiamo letto come prima lettura viene pronunciato all’inizio del V° secolo avanti Cristo. Gli Ebrei sono ritornati da pochissime decine d’anni dall’esilio di Babilonia, però la ricostruzione materiale e morale va a rilento: poche le case ricostruite, e sono da ricostruire le mura di Gerusalemme, soprattutto il tempio; ma poi soprattutto non c’è, non esiste quel popolo fraterno, solidale, giusto che i profeti avevano preannunciato; continuano le violenze, le angherie; chi è riuscito in qualche modo a fare dei soldi li presta agli altri con usura; c’è tanta miseria e tanta violenza. Allora il re di Giuda indice un digiuno solenne e nazionale.

In tutti i tempi e in tutte le religioni il digiuno è una pratica religiosa. Gli Ebrei, poi, quando digiunavano - come fanno tanti altri popoli - si vestivano di sacco o di abiti sdruciti, si cospargevano il capo di polvere o di cenere, dormivano sulla nuda terra, camminavano scalzi, non si lavavano, non avevano rapporti sessuali, tutti riti che accompagnavano il digiuno vero e proprio. Perché questo? Per cercare di commuovere Dio. Quando c’era una grande necessità gli uomini mortificavano il proprio corpo perché Iddio si commuovesse e cessasse quel flagello, quel pericolo, quelle disgrazie (pericolo dei nemici, delle volte...), quelle disgrazie che affliggevano il popolo in quel momento; per ottenere, cioè, un aiuto dall’alto dal momento che gli uomini erano incapaci di provvedere alle loro necessità in quel momento. Questo era lo scopo del digiuno, ed è interessante che noi facciamo questa riflessione nella domenica che precede immediatamente il mercoledì delle ceneri, mercoledì prossimo.

Perché anche noi in quell’occasione cospargeremo, sia pure con un pizzico di cenere, il nostro capo, a significare il pentimento, a significare la nostra conversione; ma stiamo attenti, perché alle volte questi riti esterni – la preghiera, il digiuno – possono diventare atti ipocriti, nel senso che non corrispondono a una vera e propria conversione del cuore: c’è la mortificazione del corpo ma non la conversione del cuore. Credo che fosse quello che era successo allora al tempo di Isaia, di questo oracolo di Isaia. Vi leggo che precedono immediatamente quelli che abbiamo letto come prima lettura quest’oggi. Gli Ebrei dicono:

“«Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?»”. Dio rispose: “Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? ... Dividi il pane con l’affamato, introduci in casa i miseri, senza tetto ...” eccetera, qui comincia il testo che abbiamo letto come prima lettura.

Allora, quegli alcuni versetti che abbiamo letto e anche la nostra lettura ci dicono questo: che il digiuno deve essere anzitutto digiuno dal male, dal peccato (“Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?”) e qui nel testo che abbiamo letto si dice: “Se toglierai di mezzo l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, ... allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio”. Quindi tutto quello che è oppressione che ingiustizia nei riguardi degli altri, e anche non solo le azioni, ma le parole: il puntare il dito, accusare, e normalmente accusare falsamente, quindi calunniare, comunque sparlare del prossimo, essere acidi nel criticare, maligni; e poi il parlare empio, cioè il bestemmiare, l’imprecare contro Dio e il cielo per quello che sta accadendo.

Allora noi dobbiamo anzitutto togliere il male dalla nostra vita, il male delle azioni, il male delle parole; questo è il primo digiuno, la prima forma di digiuno che noi dobbiamo praticare. Ma poi, oltre a questo - che riguarda un po’ la giustizia intesa nel senso latino, quindi anche italiano, del termine, cioè come rapporti equi col prossimo, rapporti onesti, - oltre a questo il testo ci invita, come avete sentito, alla fraternità, alla solidarietà, diciamo pure alla carità: “Spezza il tuo pane con l’affamato, introduci in casa i miseri, senza tetto, vesti chi è nudo, senza distogliere gli occhi dalla tua gente”. Qui traduce “gente”, il greco sarebbe “carne”; forse la traduzione esprime bene il pensiero di Isaia, forse Isaia intendeva dire agli Ebrei: non distogliere lo sguardo, sii attento a tutti quelli del nostro popolo, il popolo ebreo; però il greco dice la “carne”, quindi: non distogliere gli occhi da nessuno che è partecipe della nostra natura umana ma che vive in condizioni disumane.

Ecco l’attenzione, allora, a chi è nel bisogno e il fare di tutto da parte nostra per aiutarli anche se sarà sempre una piccolissima parte quello che ciascuno di noi può fare per tutte le necessità e le sofferenze che ci sono nel mondo; se noi facciamo questo, certamente esercitiamo la carità. Quindi la giustizia e la carità, sono queste le cose che ci sono insegnate dal testo isaiano di oggi. Questo è il vero digiuno; lo diceva agli Ebrei allora, lo dice a noi quest’oggi, cioè cominciando la Quaresima, specialmente, ci dev’essere in noi una volontà sincera di conversione.

Conversione, cioè abbandono del male ed esercizio del bene. Se facciamo così “Allora lo invocherai” – invocherai il Signore – “e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!»”. Come aveva detto nei versetti antecedenti: ... è forse questo il digiuno che... vuoi chiamare digiuno il piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto... forse questo vorresti chiamare digiuno, il giorno gradito al Signore? Non è questo che cerca il Signore da noi; ma se noi esercitiamo la giustizia, la carità, allora egli è vicino a noi.

Il Signore ascolta sempre la parola e la preghiera del giusto, anche se non sempre interviene nel modo che noi ci attenderemmo o vorremmo: non sempre uno chiede la salute e la salute gli è data; non sempre uno chiede dei soldi e i soldi gli sono dati (i soldi necessari per delle necessità, delle esigenze primarie, diciamo). Ci sono nella vita di tanti, episodi che dicono che Dio è intervenuto in questo senso, però non sempre interviene in questo modo. Perché non sempre interviene in questo modo? Perché vuole intervenire in un modo più pieno, vuole darci il senso della vita, della sofferenza, delle rinunce, della malattia, dell’amore che dobbiamo vivere tra di noi... ci vuole dare questo.

Nel vangelo di Luca a un certo punto Gesù dice: “Date e vi sarà dato”. Se noi siamo generosi con gli altri certamente Dio è generoso, non si lascia vincere in generosità verso di noi. “Una buona misura, pigiata, scossa e traboccante, vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate sarà misurato a voi in cambio”. Cioè Dio agisce con noi come noi ci comportiamo con gli altri, con la differenza che la nostra possibilità di aiutare gli altri, di amare gli altri, è sempre molto limitata; quella di Dio è illimitata. E allora Dio ci porta a una intimità con Lui, veramente da figlio a Papà celeste, che ci fa capire tutto e ci fa in certo senso godere di tutto; è questo il cammino a cui ci vuole guidare il Signore Iddio. Se facciamo così non solo Dio ci ascolta ma “sorgerà la tua luce come l’aurora” e ancora “allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio”; si avverano, cioè, quelle parole che dice il libro dei proverbi: “la luce del giusto è come la luce dell’aurora che cresce fino al meriggio”.

Voglio concludere leggendovi questa testimonianza che c’è nel foglietto...

“Soffro di una grave malattia: i miei reni non funzionano da più di dieci anni e mi costringono a sottopormi a emodialisi tre volte la settimana. Col passare del tempo anche altri organi funzionano male. Giorni fa, in un momento di forti dolori, mi sono lamentato con Gesù: «Maledetta malatttia!», ma subito ho avvertito il suo rimprovero: «No, Luigi, non è maledetta; anzi questa malattia è benedetta, perché grazie a essa siamo più vicini tu e io». Quanto erano vere quelle parole! Pensandoci non cambierei questa malattia per niente al mondo” – vedete la sapienza della Croce, quella cui si arriva, vero? – “e l’ho ringraziato. Ma poi...” – ha pensato ancora tra di sé – “Quanto mi piacerebbe, però, andare ad evangelizzare come facevo da giovane! Il giorno dopo, un sacerdote che incontro per motivi di lavoro mi dice: «Quanta parola di Dio stai diffondendo nella mia diocesi!». Si riferiva a un video preparato per il Giubileo 2000 che era stato distribuito in novanta parrocchie della diocesi nel quale, tra le altre testimonianze, c’era anche la mia sulla malattia. Che gioia ho provato. Con il cuore in festa e gli occhi pieni di lacrime ho detto a Gesù: «Come sei fine, come è delicato il tuo amore: neanche ventiquattro ore e mi hai già risposto»”.

I rabbini insegnavano, e insegnano tuttora, che quando Dio, all’inizio della creazione, dice: “sia fatta a la luce” non intende solo e non intende tanto la luce materiale, quelle ondulazioni elettromagnetiche che noi avvertiamo come luce, ma intendeva la luce dei giusti con cui il mondo intero, l’umanità intera sarebbe stata illuminata.
Il Signore ci aiuti ad essere luce del mondo.

Sia lodato Gesù Cristo. »



 

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