29.8.2004

Liturgia - Prediche del Don
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Domenica 29 agosto 2004

XXII domenica del tempo ordinario (C) – II
Martirio di S. Giovanni Battista
Letture:
Sir 3,17-18.20.28-29
Salmo 67:
«Sei tu, Signore, il Padre degli umili.»
Eb 12,18-19.22-24a
Lc 14,1.7-14

Domenica 29 agosto 2004 (messa parrocchiale ore 10.30)

« Come abbiamo sentito dal Vangelo, quello che avviene, avviene di sabato. « Avvenne un sabato che Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ». Era un pranzo sabbatico. Il pranzo del sabato non era una semplice refezione fatta a base di una pizza e di una birra. Era un pranzo solenne, un pranzo festivo, e coloro che erano più abbienti normalmente invitavano i fratelli, i parenti, gli amici, qualche ricco del luogo o anche, se c’era, un qualche rabbino o un qualche anziano del popolo: persone di un certo prestigio in campo religioso o sociale. Il pranzo, infatti, si prolungava nel pomeriggio, dopo la liturgia del mattino nella sinagoga, e ne approfittavano anche per fare chiacchiere, per discutere di problemi di cronaca o problemi politici, sociali, economici; delle volte anche di problemi religiosi o morali, specialmente se c’era un rabbino a presiedere, diciamo così, la discussione. Questo era il pranzo del sabato.

Di per sé, non è che ciascuno entrava e si metteva a tavola nel posto che credeva: c’era una etichetta da osservare. Al centro la persona ragguardevole o le persone ragguardevoli di un certo censo o di una certa importanza religiosa o morale; e poi il padrone di casa, e poi gli altri, secondo il grado di parentela, secondo la ricchezza, secondo l’età; e c’era normalmente un domestico che assegnava i posti. Può darsi che in quell’occasione questo domestico non ci fosse. Il fatto è che Gesù sta sorridendo di quello che avviene. C’è chi prende i primi posti, e poi dopo magari è consigliato di retrocedere, e c’è invece chi prende gli ultimi posti ed è invitato a salire. Indubbiamente ci sarà stata qualche figuraccia e qualche vergogna da parte di qualcuno, ecco perché Gesù sorride di questo che avviene. E dà la sua regola.

Quello che mi sembra strano, così, di primo acchito, è che Gesù voglia dare degli insegnamenti di galateo a tavola, o voglia insegnare ai suoi discepoli un qualche trucco meschino per lisciare, aumentare la propria vanità. Non credo proprio che sia il caso di Gesù, anche se noi troviamo già nel libro dei Proverbi, nel vecchio testamento, un insegnamento molto simile a questo: « Quando sei invitato a tavola non prendere il primo posto perché non avvenga che il padrone di casa ti dica: "lascia il posto a un altro che è più ragguardevole di te" e così tu dovrai arrossire davanti a chi è superiore a te ». Anche il rabbì Simeon, un rabbino del primo secolo, quindi contemporaneo praticamente di Cristo e degli apostoli, dice ai suoi discepoli: « Quando siete invitati a tavola prendete sempre due o tre posti più indietro, così avverrà che il capo di casa vi inviterà e dice: "sali più su" e non vi dirà: "scendi più giù, scendi più giù" ».

Non mi sembra che questo fosse l’intento di Gesù. Voi sapete come Gesù, in un’occasione in cui due apostoli, Giacomo e Giovanni, chiesero i primi posti vicini a Lui nel banchetto del Regno celeste, Egli li abbia rimproverati; e ha detto che Egli è venuto per servire, non per essere servito. E’ un insegnamento che Gesù dà anche in occasione dell’istituzione dell’eucaristia. Ancora gli apostoli non hanno capito nulla si direbbe, o quasi, del Regno di Dio, tant’è che mentre sono lì a tavola e Gesù sta per istituire l’eucaristia essi discutono tra loro chi sia il più grande, il più importante. Allora Gesù che cosa fa? Si cinge le vesti, prende un asciugatoio, lava i piedi agli apostoli, e poi dice: « Secondo voi, chi è più importante, chi è a tavola o chi serve? ». Chi è a tavola, naturalmente, no? « Eppure io sono in mezzo a voi come colui che serve ».

Allora, Gesù prevedeva anche in questa occasione quello che sarebbe successo nella sua chiesa: che molti avrebbero cercato di primeggiare, di avere i primi posti, di avere titoli onorifici, di essere riveriti. Voi sapete che Gesù ha ironizzato sui rabbini che « … si vestono con ampi mantelli, allungano i filattèri e le frange, amano essere salutati nelle piazze e i primi posti nei conviti … », ebbene nella prima comunità cristiana, quella di Gerusalemme (è Giacomo che scrive, è Giacomo il parente del Signore che era vescovo a Gerusalemme; a Gerusalemme c’è la comunità madre di tutte le altre comunità cristiane che nasceranno in seguito; è una comunità invidiabile, è il non–plus–ultra, direi che non c’è una comunità tanto cristiana come quella della prima generazione a Gerusalemme, però dopo alcuni decenni sentite cosa succede), scrive Giacomo: « Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: "tu siediti qui comodamente" e al povero dite: "tu mettiti in piedi lì" oppure "siediti qui ai piedi del mio sgabello" noi fate in voi stessi preferenze? E non siete giudici dai giudizi perversi? ». Ecco, se questo succedeva nella comunità di Gerusalemme, immaginiamoci dopo!

Quanta vanità! Quanta ricerca dei primi posti, dei titoli onorifici! Io ho sempre paura che anche noi sacerdoti, è vero lo facciamo per il "munus" sacerdotale, ma noi sacerdoti, i vescovi, il papa, ho sempre paura che anche nelle nostre celebrazioni liturgiche ci sia più un’auto–celebrazione che non la celebrazione di Gesù. Celebrazione di Gesù c’è se noi siamo veramente innamorati di Lui.

Allora, in un primo momento – in un primo momento, mi riferisco al Vangelo che abbiamo letto – Gesù ci insegna che noi dobbiamo servire. Cioè non dice Gesù quello che dice Simeon il rabbì « Mettiti due o tre posti più indietro », capovolge la cosa: dice che è grande chi serve, non chi è servito. E allora noi siamo veri discepoli di Gesù, e ci assomigliamo sempre più a Dio, se assumiamo il ruolo di servi. Tutti dovremmo servirci gli uni gli altri ma molti cercano invece di primeggiare mentre di Dio stesso – se voi ricordate l’abbiamo letto poche domeniche fa – si dice che se quando verrà troverà i servi diligenti, vigilanti, li farà mettere a tavola, si cingerà le vesti, e Lui stesso servirà questi servitori.

Allora, il primo insegnamento è proprio questo: che noi dobbiamo cercare di servire, non di primeggiare. Ma poi, dopo, Gesù non si accontenta di questo. « Disse poi a colui che l’aveva invitato: "quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio" ». Ma questo Gesù ce ne ha proprio per tutti! La fa da padrone! Deve… deve criticare anche il padrone di casa! Non credo che si fosse creato un clima dei migliori in occasione di quel pranzo. Perché se la prende con questo fariseo? In fondo il fariseo cosa aveva fatto? Aveva seguito le tradizioni dei padri che dicevano che c’erano quattro categorie da invitare: i fratelli, i parenti, gli amici e i ricchi, che si conoscevano, naturalmente, del paese, del luogo. Ed egli fa così, e certamente anche quel sabato, alla fine del pranzo e della chiacchierata, ci sarà stato qualcuno che sarà saltato su… "allora sabato tutti da me, eh? Venite da me a pranzare!". Non aveva fatto altro che seguire le tradizioni questo fariseo.

Gesù, anche qui, cambia tutto. A quelle quattro categorie ne sostituisce altre quattro: i poveri, gli storpi, gli zoppi e i ciechi. Perché? Perché non hanno da ricambiare. Quindi un motivo tremendo. Non è che per gli zoppi, gli storpi e i ciechi fossero tolte le barriere architettoniche nel tempio di Gerusalemme, anzi, queste categorie di persone non potevano affatto entrare nel tempio di Gerusalemme perché la loro menomazione fisica era un segno evidente che erano dei peccatori, e magari dei peccatori incalliti, quindi non potevano entrare nel tempio. E i poveri dovevano sedere alle porte del tempio a chiedere l’elemosina, se credevano, niente di più.

Gesù anche qui capovolge tutto e dice che sono invece queste categorie di persone che meritano la nostra attenzione, il nostro servizio, il nostro invito a pranzo. E’ una cosa… una cosa che va contro a tutta la mentalità, la mentalità d’allora e, direi, anche la mentalità odierna. Ma la mentalità d’allora era una mentalità vecchia, se sentiamo Esiodo, un poeta greco dell’ottavo secolo avanti Cristo, quindi già molto prima di Cristo, che raccomandava: « Invita soltanto chi ti ama, non invitare i tuoi nemici. Dà a chi ti dà e non dare a chi non ti dà ». Gesù, invece, ci dice di invitare quelli che non potranno corrispondere e non potranno contraccambiare.

C’è stata un po’ di discussione, e c’è tuttora, sull’ultima frase del Vangelo di oggi: « Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti ». Allora è un amore subdolo, anche questo! E’ interessato. Cioè, tu, in fondo, sfrutti i poveri, i bisognosi per avere una ricompensa ancora maggiore: "guadagnare", tra virgolette, il paradiso! Ora vorrei chiarire una volta per tutti questa cosa.

Si potrebbe ragionare filosoficamente, ma non è il momento adatto questo, per dimostrare che la maggiore gloria di Dio consiste nella nostra felicità; e che la felicità del cuore umano non può esserci altro che nel possesso di un bene infinito. Quindi si identificano le due cose. Se voi recitate ogni tanto l’atto di carità, voi sapete che diciamo: « Mio Dio, io ti amo con tutto il cuore perché sei bene infinito e nostra eterna felicità ». E’ bene infinito e nostra eterna felicità. Sono due aspetti della stessa realtà, non possono scindersi. Noi non possiamo non cercare la nostra felicità, e la nostra felicità è Dio, quindi non possiamo prescindere. Quella distinzione che in campo reale non possiamo fare, la possiamo fare come distinzione di ragione, nella nostra mente. Cioè: uno guarda più all’aspetto di Dio che è il nostro paradiso, che è il nostro bene infinito, e uno può guardare invece alla gloria di Dio. E, trattandosi di uomini, al bene degli uomini.

Certo, Gesù ci dice che non dobbiamo amare i poveri solo per compassione, dobbiamo amarli perché sono amabili, perché sono degni di rispetto, di stima, di attenzione da parte nostra, di amore vero, e se uno guarda alla ricompensa che avrà personalmente è meno perfetto che non se guarda alla gloria di Dio direttamente e al bene degli uomini, nell’esercitare la carità. Non so se mi sono spiegato, i due aspetti, però, noi non li possiamo scindere perché necessariamente, amando, noi siamo in Dio e Dio in noi e raggiungeremo Dio nella pienezza della sua vita e della sua gloria e della sua gioia, necessariamente! D’altra parte uno non può prescindere dal ricercare la propria gioia, la propria felicità. Il Signore ci ha fatto per questo.

Sia lodato Gesù Cristo. »