Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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1.8.2004

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Domenica 1° agosto 2004

XVIII domenica del tempo ordinario (C) – II
Letture:
Qo 1,2; 2,21-23
Salmo 94:
«Fà che ascoltiamo, Signore, la tua voce.»
Col 3,1-5.9-11
Lc 12,13-21

Domenica 1° agosto 2004 (messa parrocchiale ore 10.30)

« A parte qualche rara eccezione, i fratelli in genere si vogliono bene fino a quando, fino a quando non c’è da dividere un’eredità. Allora si passa sopra anche ai sentimenti più sacri più radicati nella natura, allora anche nelle migliori famiglie, anche i cristiani praticanti bisticciano, si dividono, si odiano, non si parlano più. Così succede che invece di essere i fratelli che dividono l’eredità è l’eredità che divide i fratelli. Qualcosa del genere deve essere successo a questo tale che si è rivolto a Gesù e gli ha chiesto: Maestro dì a mio fratello che divida con me l’eredità. Evidentemente il fratello forse aveva commesso ingiustizia e lui aveva avuto la sensazione, perlomeno, di subire questa ingiustizia.

Noi che cosa avremmo fatto? Molto probabilmente anche noi avremmo tentato di tirarci fuori dalla questione per non impegolarci in cose che non ci interessano. O forse avremmo dato dei suggerimenti, un consiglio, in fondo ci sono le leggi che stabiliscono bene i diritti e doveri di chi eredita e c’erano anche al tempo di Gesù nel deuteronomio e nel libro dei numeri. Ci sono oggi nelle leggi civili, quindi queste leggi, condite magari con un po’ di buon senso possono portare ad una soluzione e tante volte portano ad una soluzione. Ma alle volte non è sufficiente, e allora ecco che si continua a litigare e l’eredità diventa tante volte il motivo di divisione.

Noi troviamo ora perché Gesù non ha voluto intervenire. Se fosse intervenuto il suo giudizio sarebbe stato certamente retto, equo, equilibrato, ma egli non ha voluto intervenire perché voleva risolvere il problema alla radice. E qual è la radice? Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni. Ancora una volta il Signore ci insegna cioè che l’uomo non vale per quello che ha ma per quello che è. Egli quindi non deve mettere la sicurezza della sua vita nei beni che possiede.

Poi, racconta la paraboletta, su cui torneremo subito dopo, ma io vado immediatamente alla fine del brano evangelico quando Gesù dice, a conclusione della parabola: "Così è di chi accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio". Ecco le due ragioni per cui ci sono le divisioni.

Primo: Uno accumula tesori per sé e non pensa agli altri. E allora tornando alla parabola, voi provate a contare quante volte nella parabola c’è "io" e "mio", cioè c’è il rapporto di questo uomo coi suoi beni, c’è lui non ... parenti non se ne parla e anch’egli molto probabilmente non parlava con loro, parlava solo con chi gli permetteva di accrescere il suo patrimonio, di chi gli permetteva di arricchire di più. Questo è quello che gli interessa: avere mezzi a disposizione, avere ricchezze, tanto che diventa un problema per lui perché una volta la sua campagna ha prodotto fin troppo e non sa dove mettere i suoi raccolti, ma trova la soluzione: "farò magazzini più grandi, metterò dentro tutti i mie beni e poi mi dò alla gioia".

Non sembra, da una parte, che abbia arricchito usando ingiustizie, furti, frodi, eccetera. Dall’altra, non sembra che si voglia dare alla pazza gioia, alle gozzoviglie, al vizio: vuole godersi finalmente quello che è stato il frutto del suo lavoro. Perché allora Gesù fa intervenire ad un certo punto Dio che appena quello può godersi un momento di pausa, di riposo, legittimo insomma, gli toglie la vita: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la vita". Egli è stolto perché pensa solo a se stesso, ai suoi beni, al suo benessere personale. E’ un paranoico e allora è chiamato stolto dal Signore. Perché? Perché lui ci ricorda che i beni della terra sono di tutti, di per sé.

Iddio ha dato ad ogni uomo il compito di possedere e di dominare la terra, ma ha dato all’uomo in genere non ai singoli. Quando noi, invece di considerare i beni della terra doni di Dio ne facciamo delle proprietà private facciamo dei tesori che ci sono stati dati degli idoli. Questo è il nostro sbaglio: di non riconoscere che il proprietario vero di tutta la terra è Dio e noi siamo gli usufruttuari di questi beni.

La dottrina sociale della Chiesa ha tentato di sviluppare un po’ il rapporto dell’uomo con i beni terreni e ha stabilito che c’è diritto di proprietà. Il diritto di proprietà riguarda non solo i beni di fruizione, quelli che i teorici chiamerebbero primo usu consuntibile, cioè che si consumano al primo uso, usandoli si consumano, come sono il mangiare, il bere, il vestito ma anche la casa con quello c’è dentro, ma anche i beni di produzione, quelli che servono a produrre altri beni, come la terra, come sono le botteghe artigiane, come sono le industrie che producono altri beni. E si è dimostrata saggia la Chiesa nel definire questo. La storia, infatti, ci ha insegnato che quando i beni sono in mano al pubblico, cioè allo Stato, producono meno. Mentre debbono produrre. il Signore non vuole, non condanna quest’uomo perché ha lavorato, perché ha faticato, perché ha prodotto. Tutti noi siamo chiamati a fare questo nella vita, però vedendo che i beni che ci sono dati sono di tutti e quindi se la proprietà è del singolo la funzione è sociale, l’uso è anzitutto della società. E’ in questo equilibrio che noi dobbiamo camminare. Per questo io penso che certi ladruncoli nel passato andavano magari a rubare una gallina per dare da mangiare a se stessi e ai propri figli non commettevano un furto vero e proprio: si appropriavano di quello che era necessario anche se sarebbe stato più corretto chiederla la gallina più che andarla a prendere di nascosto. Però dobbiamo ricordarci della funzione sociale che ha la proprietà per cui noi dobbiamo sempre essere solidali con gli altri. Uno non può, cioè, accaparrare beni senza ragioni quando ancora sulla terra ci sono tante altre persone che muoiono di fame o per denutrizione o per malattie dovute a denutrizione. Noi dobbiamo avere questo senso sociale.

Sentite cosa dice San Paolo quando saluta i presbiteri di Efeso da Pineto. E’ un discorso bellissimo di San Paolo, potremmo dire il suo testamento spirituale. Tra le altre cose dice questo: "Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli" ... "ricordandoci della parola del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!"

E poi qual è l’altro sbaglio che commette il ricco della parabola: non arricchisce davanti a Dio. Cioè non pensa allo scopo della vita. Prima abbiamo visto l’origine dei beni dati da Dio all’umanità intera. Ma poi c’è anche lo scopo ... Uno non può accaparrarsi i beni come se dovesse vivere per sempre, e stare sempre bene come aveva fatto questo della parabola. Ecco perché fa intervenire, Gesù, fa intervenire Dio. Non credo che Dio agisca poi così: appena uno sta un pochino bene lo fa morire, no, non credo, però Gesù lo fa intervenire, Dio, nella parabola, perché ... che noi dobbiamo morire. Noi ci dimentichiamo della morte ed è sintomatico che ci dimentichiamo della morte nel momento della morte. L’eredità, infatti, in genere si ha al decesso di qualcuno. Al decesso di qualcuno noi ci dimentichiamo che anche noi dovremo morire e ci litighiamo per dividerci l’eredità. Dimentichiamo questo.

Nel vangelo di Luca, per tre volte, c’è qualcuno che interroga Gesù sull’eredità: due volte il dottore della legge, vi ricordate quanto ci ha detto qualche domenica fa, in occasione della parabola del buon samaritano? Il dottore della legge dice: "Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?". L’altra volta, nel caso del notabile ... che dice "Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?". Gesù dà la risposta adeguata di quello che essi debbono fare.

In questo caso, invece, c’è uno che interroga Gesù sull’eredità della terra, sui beni terreni, ecco perché Gesù non risponde, perché Gesù mira ad un’altra eredità, quella, direbbe San Pietro nella sua prima lettera, un’eredità che non si corrompe, non si macchia, non marcisce. Pensa alla vita eterna. Ecco perché torna a proposito anche la seconda lettura che abbiamo fatto oggi prendendola dalla lettera ai Colossesi: "Se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù, pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra". E qui, subito dopo, San Paolo dice dobbiamo ... quello che è proprio della terra, cioè essere distaccati, è vero dobbiamo mangiare, dobbiamo dormire, dobbiamo lavorare, dobbiamo produrre, però dobbiamo essere distaccati, non farne uno scopo, vederli solo come dei mezzi che ci servono per raggiungere la vita eterna, e quando parla dell’attaccamento al denaro dice che l’avarizia è insaziabile e che è idolatria.

Scrivendo a Timoteo San Paolo dice: "non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci di questo. Al contrario coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L'attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali." Lo dice San Paolo questo ... Noi siamo mortali.

Sentite cosa dice il salmo 39: "Rivelami, Signore, la mia fine; quale sia la misura dei miei giorni e saprò quanto è breve la mia vita. Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni e la mia esistenza davanti a te è un nulla. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga".

A questo proposito mi sembra un commento bello, che continua quello che abbiamo meditato fino ad adesso, voi lo trovate nel retro del notiziario settimanale in quel pensiero che mi invia sempre la Gianna Menozzi, ma poi anche in questa, in questa specie di fumetto che io ho, peccato che ... questa mattina ... mi ha detto perché è interessante ... e mi sembra, mi sembra molto interessante, che completino, questi due scritti, quelle riflessioni che abbiamo cercato di fare.

Sia lodato Gesù Cristo. »




(Retro del notiziario settimanale, tratto da "Mattutino" di Gianfranco Ravasi del quotidiano "Avvenire", 22 luglio 2004)

Due Occhi

Abbiamo due occhi. Con uno contempliamo le cose del tempo, quelle effimere, che scompaiono. Con l’altro contempliamo le cose dell’anima, quelle eterne, che persistono.

Si chiamava Johannes Scheffler, ma è noto con lo pseudonimo di Angelus Silesius, ossia "angelo della Slesia" ove nacque nel 1624 e morì nel 1677, dopo essersi laureato in medicina a Padova. Convertitosi dal luteranesimo al cattolicesimo, ci lasciò un capolavoro poetico tedesco, Il pellegrino cherubico (ed. San Paolo). Fermiamoci su questi suoi versi dedicati alla duplice visione che è aperta davanti all’uomo. Da una parte, la preziosa ed esaltante esperienza della vista fisica che registra il mondo esteriore coi suoi colori, i movimenti, le forme, i volti e i paesaggi. Gli occhi del corpo segnalano eventi che accadono nel tempo in modo irreversibile, pronti a sparire nell’abisso del "mai più", sospesi quindi sul vuoto del nulla.

D’altra parte, però, noi siamo capaci di un altro sguardo che penetra oltre la superficie delle cose, oltre la pelle e la carne del nostro corpo, oltre le frontiere del tempo e dello spazio. E’ quella visione che possiamo chiamare contemplazione e che curiosamente nell’ebraico della Bibbia è espressa con un verbo che significa letteralmente "scavare". Con quel secondo occhio noi vediamo un altro orizzonte che non ha limiti, quello dell’eternità e dell’infinito, dell’anima e di Dio. La realtà là non si estingue, ma permane. Purtroppo, però, come accade all’occhio fisico, anche la vista spirituale può appannarsi e persino offuscarsi e questa cecità interiore e ancor più pericolosa dell’altra.





 

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