| Indice |
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| 27.3.2005. Pasqua |
| Vespri (meditazione) |
| Tutte le pagine |
Domenica 27 marzo 2005
| Pasqua di risurrezione del Signore (A) – P |
| Letture: |
| At 10,34.37-43 |
| Salmo 117: «Questo è il giorno di Cristo Signore: alleluia, alleluia.» |
| Col 3,1-4 |
| Gv 20,1-9 |
Domenica 27 marzo 2005 (messa parrocchiale ore 11.00)
« Nl fatto che abbiamo letto come prima lettura, in questa solennità della Pasqua, è preso dal V° tra gli otto discorsi di Pietro riportati dal libro "Atti degli apostoli". Questo è un brano del V° discorso; un discorso che San Pietro fa in casa di un centurione romano, a Cesarea di Palestina. Cesarea di Palestina era sulle rive del Mar Mediterraneo ed era la capitale politica, allora, del territorio occupato dagli Ebrei, mentre la capitale religiosa, come voi sapete, era Gerusalemme.
In questa capitale politica, a far guardia anche al governatore, c’erano dei soldati romani; un centurione di questa milizia romana, pagana, si chiamava Cornelio ed era, nonostante che fosse pagano, era molto pio, credente in Dio. Non credeva in Gesù; di Gesù certamente aveva sentito parlare, se sentiamo le parole di Pietro che dice: "Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea..."; certamente avrà sentito parlare anch’egli di Gesù come personaggio straordinario, ma non lo riteneva il salvatore del mondo, quindi non credeva ancora in Gesù; credeva però in Dio e lo pregava tutti i giorni, anzi era uno che aveva sentimenti di compassione verso i poveri, e faceva spesso delle elemosine.
Per questo motivo, un giorno gli appare un angelo del Signore e gli dice: "Cornelio, le tue preghiere e le tue elemosine sono salite davanti a Dio ed egli mi ha inviato a te per dirti quello che serve per la tua salvezza e per la salvezza della tua famiglia." – cosa vuol dire: "per la tua salvezza"? Cioè per la tua gioia piena, per la tua realizzazione – "Manda a chiamare un certo Simone, chiamato Pietro, a Giaffa"; gli dice dove è (Giaffa è una cittadina a poche decine di chilometri da Cesarea), e manda a chiamare Pietro; Pietro arriva e fa un discorso; il nocciolo del suo discorso, l’essenza, è quella riportata dalla lettura di oggi.
E che cosa dice Pietro? Pietro parla anzitutto di Gesù non come di un personaggio mitologico, non con discorsi esoterici o facendo riti esoterici, come era abbastanza in uso allora – e come sta ritornando in uso oggi, per mettersi in contatto con l’aldilà, col futuro, con quello che è segreto, misterioso, divino, eccetera – no, ne parla come di un personaggio storico: dà le coordinate del tempo e dello spazio; parla di quello che è avvenuto dopo il battesimo di Giovanni, quindi non parla della nascita di Gesù; non parla neppure dei suoi primi trent’anni circa di vita (quella che noi chiamiamo vita privata del Signore, impropriamente); non parla neppure – e questo ci meraviglia un po’ – della dottrina di Gesù, dell’insegnamento di Gesù, della buona novella che egli è venuto ad annunziare; dice semplicemente che in Galilea, in Giudea, a Gerusalemme, è passato questo Gesù "beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui". Cioè, in Gesù di Nazaret c’era una presenza e un’operazione divina; che era venuto a togliere il male dalla terra: il male fisico anche (la guarigione dei malati), ma il male morale (il perdono ai peccatori, la misericordia di Dio); direi... rendeva presente e viva la misericordia di Dio verso gli uomini. Questo è stato Gesù, è ricordato così Gesù da San Pietro.
Davanti a un uomo del genere gli altri uomini che cosa hanno fatto? "Lo uccisero appendendolo a una croce". È una cosa dell’altro mondo! Davanti a un personaggio come Gesù, prenderlo e ucciderlo: si vede che il demonio è ancora potente sulla terra. E Dio, allora, come reagisce? "Ma Dio lo ha risuscitato il terzo giorno". È il mistero fondamentale della nostra fede; è l’evento che festeggiamo oggi, Pasqua del Signore: la risurrezione di Gesù da morte.
Ma mi interessa, nel testo, soprattutto un verbo e un sostantivo che vengono ripetuti quattro volte. Aveva già detto San Pietro: "Noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei in Gerusalemme. ... Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a no,i che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua resurrezione dai morti"; ancora: "Ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio"; non è finito: "Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome".
Vedete come spesso San Pietro nomina i testimoni.
Chi sono i testimoni? Sono delle persone che hanno esperimentato qualcosa: hanno visto coi propri occhi, hanno toccato con mano, e dichiarano pubblicamente quello che hanno visto, o davanti a un tribunale o in piazza o attraverso dei mezzi di comunicazione sociale tipo un articolo di giornale, una notizia alla televisione, non alla televisione, eccetera. È commovente, a questo riguardo, quello che dice un apostolo, uno di quelli che hanno visto e hanno toccato con mano: l’apostolo Giovanni; che ha scritto anche un vangelo, che ha scritto l’Apocalisse, che ha scritto tre lettere. È commovente, dico, quello che dice all’inizio della sua prima lettera: "ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi".
Ecco, nel senso più stretto della parola, i testimoni di Gesù Cristo, prima della sua morte e, dopo la sua morte (ancora più importante questo), alla sua resurrezione, sono gli apostoli e quelle alcune centinaia di discepoli che hanno visto Gesù, toccato con mano l’evento della resurrezione; questi sono i testimoni nel senso più proprio della parola.
Non tutti, però, hanno conosciuto il Gesù terreno, il Gesù che ha vissuto, che ha operato miracoli, che ha insegnato, che è morto, che è risorto; eppure sono chiamati testimoni anch’essi, perché hanno avuto un’esperienza del soprannaturale. Primo tra tutti, io vi ricordo: San Paolo. San Paolo non ha conosciuto direttamente Gesù sulla terra, però sulla via di Damasco – voi lo sapete – ha incontrato Gesù, cioè ha visto Gesù risorto, che gli ha parlato e, tra le altre cose, a un certo punto gli dice: "Ora alzati perché dovrai rendere testimonianza delle cose che hai visto"; e quando San Paolo partirà dai lidi della Palestina per l’ultimo viaggio che lo porterà a Roma, dove subirà poi il martirio, Gesù gli appare (gli è apparso anche altre volte) e gli dice: "Quello che hai testimoniato per me a Gerusalemme, ora lo devi testimoniare a Roma".
Testimoniare. Testimoniare che cosa? L’esperienza mistica, diciamo, che lui ha avuto. Ecco, i mistici sono persone che hanno avuto esperienza del soprannaturale. Io vi ricordo, per dire un personaggio vicino a noi, che io personalmente ho conosciuto, e forse anche qualcuno di voi (non lo so): San Pio da Pietralcina. Aveva le piaghe, io le ho viste, sanguinanti... ha sanguinato per oltre cinquant’anni, però non è morto dissanguato; ha avuto visioni dal cielo; sapeva – e questo lo possono testimoniare, appunto, molte persone – sapeva quello che c’era nella coscienza di ciascuno di noi, sicché tirava fuori lui i nostri peccati e ti diceva in quali circostanze li avevamo fatti e la gravità di questi peccati. È certamente stata una presenza del soprannaturale in mezzo a noi in questi ultimi tempi. Ma altre persone hanno avuto visioni di Dio o del soprannaturale, della Madonna: vi ricordo Santa Bernadette Soubirou, Santa Faustina Kowalska, i tre pastorelli di Fatima e altri.
I mistici, quindi, sono dei testimoni nel senso che hanno esperienza, hanno avuto esperienza del soprannaturale e lo hanno annunciato.
Però c’è anche un altro tipo di testimonianza. "Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome". C’è anche la testimonianza della fede, quella testimonianza che noi abbiamo letto nel foglietto all’inizio della messa, di quel signore che dice: "Io credo nel Signore risorto, perché io sono risorto"; aveva frequentato una comunità veramente cristiana e la sua vita era cambiata da così a così.
Ecco, chiunque fa esperienza di Gesù... però bisogna fare esperienza di Gesù, eh? Cioè, faccio una precisazione: essere testimoni non vuol dire "dare il buon esempio". Dare il buon esempio è sempre una cosa molto positiva; ma ci può essere quello che dà il buon esempio perché è un galantuomo..., ha un animo anche compassionevole, quindi abbastanza comprensivo verso le disgrazie degli altri..., è altruista; però magari non crede in Gesù. Allora questo non dà nessuna testimonianza. Per essere testimoni bisogna credere; e chi crede è colui che passa dal dubbio alla certezza, che passa dall’ansia alla sicurezza, che passa dal vizio alla santità, che passa dal peccato alla grazia, che passa dalla disperazione alla speranza, dalla tristezza alla gioia; uno deve avere sperimentato che Gesù è diventato per lui il senso e la gioia della vita. Quando ha sperimentato questo, allora può diventare testimone.
Non per nulla San Pietro, nella sua prima lettera – qualcuno di voi forse lo ricorderà perché stiamo facendo la "lectio divina" sulla prima lettera di Pietro – a un certo punto dice: "Siate pronti sempre a rispondere a chiunque vi chieda ragione della speranza che è in voi". Anzi, io vi ricordo che il termine "testimone" è stato coniato la prima volta proprio per i testimoni della fede: martyr, in greco, che significa "martire", noi diciamo "martire", ecco i martiri sono i più veri testimoni di Cristo; anche se sono testimoni... in terzo senso, perché prima ci sono i testimoni oculari, poi ci sono i mistici, poi ci sono i martiri. I martiri, che sono quelli che danno la vita per Cristo, ma possono darla anche senza arrivare a morire per Cristo, in quanto tutta la loro vita esprime la gioia di aver trovato Cristo e di aver trovato in lui il senso della propria vita. Questo noi dobbiamo fare.
Certo, bisogna che sia una fede dichiarata, a parole, ma anche confessata con la vita. Bisogna che ci sia poi anche la testimonianza, perché se è vero che una testimonianza, diciamo un buon esempio, tanto per non fare confusione, un buon esempio senza la fede non è testimonianza, è vero che la testimonianza di chi crede ma poi non pratica, non vive secondo la propria fede è una contro–testimonianza, in certo senso; arriva ad essere una contro–testimonianza.
Vi ricordo – e chiudo – le parole del Mahatma Gandhi: "Io amo Gesù ma odio i cristiani. Li disprezzo, perché se essi avessero vissuto secondo il vangelo di Gesù, oggi tutto il mondo sarebbe salvo. È colpa loro, che hanno cercato di conquistare il mondo più con la forza che non con l’amore che ci ha insegnato Gesù".
Che il Signore ci renda suoi testimoni veraci e credibili.
Sia lodato Gesù Cristo. »
« “Gesù Cristo, offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: ‘Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi’. Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: ‘Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati’”.
Abbiamo letto, come avete sentito, le parole della consacrazione del pane e del vino. In occasione... il giorno del giovedì santo, abbiamo meditato come noi dobbiamo andare all’Eucaristia per ringraziare Dio; per ringraziarlo soprattutto del dono del suo Figlio; e come dobbiamo tornare dall’Eucaristia con la gioia nel cuore per avere conosciuto e ricevuto Gesù, e con l’intenzione di irradiarlo negli altri, con cui avremo contatto nella vita. Ora cerchiamo – in queste serate – di sviscerare un pochino, di meditare (meglio) un pochino, le parole stesse della consacrazione.
Io vi faccio notare, questa sera, soprattutto questo: "Prendete e mangiate" ... "Prendete e bevete". Parlando del corpo, dice che è un corpo "offerto in sacrificio per voi"; parlando del sangue, dice Gesù: "versato per voi e per tutti in remissione dei peccati". Veramente qui Gesù raggiunge il culmine del suo amore smisurato.
San Giovanni riassume questa istituzione dell’Eucaristia in quell’espressione felicissima: "Avendo amato i suoi che erano nel mondo, lì amò fino alla fine", fino alla consumazione; come a dire che Dio – che pure è Dio – non poteva fare di più. Non parla dell’Eucaristia, dell’istituzione dell’Eucaristia, perché l’Eucaristia, fin da dopo la Pentecoste – e scrive il suo vangelo verso la fine del primo secolo – era celebrata tutte le domeniche dalle comunità cristiane; e poi dell’istituzione dell’Eucaristia avevano parlato gli altri evangelisti, ed egli scrive il suo vangelo con questo intento: di completare quello che gli altri evangelisti non hanno messo, soprattutto riguardo alla spiritualità e alla divinità di Cristo. Però aggiunge un particolare, di quella sera, che negli altri vangeli non abbiamo: Gesù depone le sue vesti, si cinge i fianchi con un asciugatoio e lava i piedi ai suoi discepoli, a significare la profonda umiltà che ha condotto Gesù a donarsi a noi. Egli, anche nell’istituzione dell’Eucaristia, vuole consumarsi in noi e chiede a noi di avere lo stesso stile di amore: umile, servizievole, totale, fino a lavare i piedi ai propri fratelli.
E notate che questa, si vede che è una caratteristica di Dio. Il Dio che forse noi immaginiamo fin da bimbi, come onnipotente, gloriosissimo, pieno di luce, tremendo... è un Dio diverso quello che ci è presentato da Gesù. Gesù dice, ad esempio, che quando verrà, quando tornerà, se troverà i suoi servi vigilanti, li farà mettere tavola, poi si cingerà le vesti e passerà a servirli; quindi il banchetto eucaristico è già un segno e una attuazione di un banchetto celeste (perché ci viene donato il corpo e il sangue del Figlio di Dio...), però è solo un’immagine del banchetto celeste, del banchetto definitivo, nei cieli; e andando in cielo, noi ci saremmo aspettati che capotavola era Dio, seduto su un trono tutto d’oro; e invece no: Dio passerà a servire noi, si cingerà le vesti e passerà a servire noi.
E dice anche, il libro dell’Apocalisse: "Asciugherà le lacrime su ogni volto". Quindi passa da ciascuno di noi ad asciugarci le lacrime, quasi a chiederci scusa per tutto il dolore, [si commuove – n.d.r.] per tutta la fatica che ha costato per noi la vita, qui su questa terra; il Signore Iddio sarà così sensibile al nostro dolore che, non solo si è addossato lui il nostro dolore, morendo in croce per noi, ma addirittura asciugherà le lacrime su ogni volto, cioè farà proprio un servizio umile. E noi dobbiamo essere così; noi, se vogliamo essere discepoli di Cristo, dobbiamo essere così.
A completamento di questo pensiero vi leggo il messaggio del vescovo, che forse qualcuno, vari di voi avranno già letto, il messaggio pasquale: "L’amore crocifisso" è intitolato; mi è sembrato un articolo semplice ma molto bello, molto profondo. Dice:
«L’amore, il vero amore, è sempre un amore crocifisso. L’amore in altre parole, non è mai separabile dalla sofferenza. Se tu ami, vuol dire che accetti di non appartenerti. Non sei più il solo padrone della tua vita, con la possibilità di disporne come tu vuoi.
In questa luce si spiegano le parole di Gesù: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua". È sempre un problema capire quale debba essere la croce che ciascuno deve prendere: la "sua" croce.
Ho assistito una volta a questo dialogo tra amici: "Hai mai fatto qualche sbaglio nella tua vita?", chiede il primo. "Sì, amare", risponde l’altro. L’amore sarebbe dunque uno sbaglio di cui pentirsi.
Sono tanti oggi quelli che hanno paura di amare, al punto che qualcuno parla di società apatica. Ci sono persone che temono gli affetti seri, coinvolgenti, perché capiscono troppo bene che cosa comportano.
Meglio perciò coltivare amicizie provvisorie, vissute senza impegno, col tacito sottinteso che ciascuno, ad un certo punto, è libero di prendere la strada che vuole. E la stessa riserva accompagna oggi tanti vincoli matrimoniali per cui, appena sorgono difficoltà, ciascuno riprende la propria libertà, possibilmente senza rancori.
La cultura attuale è sempre pronta a suggerire: per non dovere soffrire, cancella l’amore dalla tua vita. Gesù invece insegna il cammino opposto: per la bellezza dell’amore, vinci la paura della sofferenza.
Ho visto un bel Crocifisso, in legno chiaro, in una chiesa, di fianco all’altare. Aveva il volto coperto dai capelli che gli nascondevano gli occhi. L’invito della liturgia di questi giorni è quello di scoprire quel volto.
Nel volto di Gesù Crocifisso è rispecchiato il volto di un Dio che ha passione per l’uomo. Non per l’uomo ideale, ma per l’uomo reale. Gesù ha conosciuto bene l’uomo reale. Il racconto della passione di Gesù è affollato di questi uomini e donne reali, con tutta la loro umanità spesso così piccina e meschina.
Per ritrovare l’idea di amore propria della tradizione umanistica cristiana occorre chiarire il nesso tra amore e sofferenza offerta dall’Amore Crocifisso. La Croce di Gesù insegna agli uomini che l’amore vero è quello che accetta di portare il peso della colpa altrui.
Oltre tutto, è molto difficile distinguere la colpa altrui dalla nostra, e molti litigi nascono appunto da questa difficoltà. Non possiamo liberare l’umanità dal male solo trovando il colpevole, ma possiamo sempre farci solidali con coloro che dal male sono oppressi.
Mediante questa solidarietà, la sofferenza stessa diventerà un carico più leggero e la croce si trasformerà da "strumento di tortura" in strumento di riconciliazione e di libertà. Mentre al contrario il rifiuto della Croce, dettato da paura e da orgoglio, perpetua inevitabilmente il contagio dell’egoismo, la lotta dell’uomo contro l’uomo».
Sia lodato Gesù Cristo. »
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